Il sapore del successo

Saranno questi anni destinati forse a non lasciare traccia nel futuro, ma l’idea che l’arte possa esprimersi principalmente attraverso il cibo e la sua preparazione da molto l’idea della caducità della vita. Si vive il momento e poi più nulla. Una scia solca la memoria olfattiva, una traccia labile si poggia tra le sinapsi e una foto su Instagram attesta l’attimo, in attesa dell’oblio. La parabola gigante che da qualche anno ha eletto la cucina come centro della vita ha colpito anche il cinema. Fino a qualche tempo fa se volevi trovare un film che parlasse di cibo dovevi rivolgerti a quel gioiello di sentimenti che è Il pranzo di Babette o a quel drammatico gioco intellettuale de La grande abbuffata, per il resto una tundra cinematografica con qualche sparuto cespuglio qui e là. Oggi: la folla nel decumano dell’Expo appena terminato, giusto per restare in tema alimentare. Così anche John Welles, autore delle serie ER, per il suo esordio al cinema ha voluto ascoltare la melodia del momento e gettarsi in una storia di caduta e riscatto tra le stelle Michelin.

il-sapore-del-successo-Bradley-Cooper

Adam Jones è, come nella migliore tradizione degli chef stellati, un artista arrogante che dopo aver toccato gli astri del cielo, sta purgando i peccati di superbia aprendo un’ostrica dopo l’altra. Quando lo  conosciamo è in procinto per riprendere in mano il destino e tornare lassù dove la storia gli ha destinato la gloria. Dall’America torna in Europa, a Londra, e convince il suo mentore di un tempo a riaffidargli un ristorante per cominciare la cavalcata trionfale. Ma questa volta non potrà fare tutto da solo, come un tempo, così al suo fianco in cucina troverà un mucchio selvaggio di talenti reietti e la donna che riuscirà a fermagli il cuore matto.
Il sapore del successo è la classica commedia americana sulle seconde opportunità, prevedibile e rassicurante e, purtroppo, senza un briciolo di originalità. La sceneggiatura si dimentica di dare uno spessore ai personaggi a solo vantaggio dell’effimero momento. Cosicché i protagonisti finiscono per avere la stessa dimensione della portata dello chef che ferma l’attimo, prima di finire ingurgitata dalla memoria.

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