The hateful eight

THE HATEFUL EIGHT  di Quentin Tarantino con Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Michael Madsen

Un film di Tarantino non è mai un film qualunque, perché il suo non è un talento qualunque, la sua idea di cinema non è qualunque, la sua cultura non è qualunque. In un film di Tarantino non c’è mai solamente un film (“non riuscirò mai a fare tutti i film che ho in mente, quindi ne giro insieme un po’ in una sola volta”, ha detto scherzando il regista presentando il film alla prima italiana) e in quest’ultimo The hateful eight se ne possono contare almeno cinque: un western, un giallo, un dramma d’ambiente, un horror e una tragedia. Il tutto inserito in un contesto tra il teatrale e l’operistico. Insomma, un tripudio di endorfine euforizzanti per la testa e gli occhi.

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Strutturato come una piece teatrale, con tanto di Ouverture morriconiana, intervallo e atto finale, il film si apre su una diligenza che corre veloce sulle nevi del Wyoming. I due passeggeri, il cacciatore di taglie John Ruth e la sua preda Daisy Domergue, sono diretti a Red Rock, dove Ruth è destinato a riscuotere la taglia e Daisy a penzolare dal patibolo. Sulla strada incontreranno il maggiore Marquis Warren, un cacciatore di taglie anch’egli, ricercato sia da sudisti che da nordisti, e Chris Manninx, un rinnegato dei Confederati. Una bufera di neve, però, li costringe a fermarsi all’emporio di Minnie dove i nostri troveranno altri quattro personaggi misteriosi, anch’essi diretti per diversi motivi a Red Rock e bloccati dalla tormenta.
Otto uomini chiusi in una stanza, una condannata manipolatrice, una taglia da 10 mila dollari da riscuotere e altri segreti da non rivelare sono la base di The hateful eight, un film poderoso, scritto magnificamente da Tarantino e recitato altrettanto bene da gruppo di attori che meglio non si poteva amalgamare. Anche i tempi cinematografici, decisamente più lenti e dilatati del solito, sono stati pensati in modo da far crescere la tensione per poi lasciarla deflagrare potente e devastante nella seconda parte. The hateful eight è un film importante per il cinema (come quasi tutti quelli della carriera di Tarantino) perché ancora una volta e forse più di ogni altra volta, riesce a rinnovare generi e stilemi senza abbandonare la tradizione.

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The ridiculous six

Bisognerebbe prima o poi disegnare una mappa del cinema demenziale, almeno una che da Mel Brooks ci conduca ai nostri giorni. In questo percorso un bel tratto lo faremmo fianco a fianco di Adam Sandler, uno capace di prestare il suo faccione disincantato alle situazioni più assurde e, perché no, anche comiche. Sandler non è un genio, non ha inventato nulla. E’ un buon interprete di un genere non semplice, un genere in perenne bilico tra triviale e sublime capace di rinnovare se stesso vivendo il cinema in modo trasversale. The ridiculous six parte dal western classico, passa dalla parodia di Mezzogiorno e mezzo di fuoco, sfiora I Tre Amigos di Landis e arriva sulla rete in un progetto di Netflix, il nuovo servizio in streaming. Dal passato al presente nel nome dell’assurdo e del parossismo comico, anche se non sempre raggiunge il risultato sperato.

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Il film di Coraci (Il signore dello zoo e Cambia la tua vita con click) prende a pretesto una trama basica alla quale  somma personaggi e situazioni strampalate che permettano alla storia di proseguire la sua demenziale via per l’assurdo. In The ridiculous six Adam Sandler è Tommy Stockburn, un bianco cresciuto dagli indiani. Quando un giorno all’accampamento arriva il padre, un vecchio fuorilegge in punto di morte, Tommy ritroverà tutto l’affetto che pensava di aver perduto da piccolo. Ma il padre custodisce un segreto: il bottino dell’ultima grande rapina è sepolto in un posto segreto e i vecchi compagni della banda lo rivorrebbero. Rapiscono perciò Stockburn senior con l’intento di fargli rivelare il punto esatto della refurtiva. Tommy parte per salvare il padre, ma nel viaggio scoprirà che il vecchio non era stato mai con le mani in mano e aveva disseminato la frontiera di figli. Sei, per l’appunto. La trama è tutta qui: un viaggio da qui a lì durante il quale salgono, di volta in volta, i vari personaggi della storia. Niente di nuovo, ma soprattuto niente di che, con una comicità che ogni tanto ci prende e più spesso spara a vuoto. Ma, come spesso accade, anche nei prodotti più sciapi c’è una scena, una battuta o anche solo un’inquadratura che valga da sola tutto il film. In The ridiculous six la perla è l’incontro dei sei con John Turturro, inventore di un gioco ancora tutto da scrivere: il baseball. Impossibile da raccontare, da vedere scompisciandosi per credere.

L’uomo di Gebelein

La ragazza appese la cornetta e uscì dalla cabina telefonica con un lieve sorriso sul volto. Aveva un vestito leggero corto sopra le ginocchia e un foulard di seta attorno il collo. Tornando verso il tavolino del bar ripose i gettoni che il telefono le aveva restituito nella grande borsa da spiaggia di Gucci.
“È arrivato”, disse all’amica seduta davanti un tè freddo. “Meno di un’ora, da casello a casello. Ha trovato solo un po’ di traffico in tangenziale, ma è arrivato in tempo per la riunione. Ero preoccupata non ce la facesse”.
“Figurati – disse l’amica – con quel macchinone che si è comperato e visto come guida veloce…”
“Perché ha guidato male quando siamo venuti al mare?”
“No, dico solo che fila come un matto. Anche Gianni gliel’ha detto”
“A dire il vero Gianni ha fatto solo delle gran battute sui soldi di Andrea. Sembrava gli desse fastidio la cosa”
“Ma no, lo sai, è fatto così. Scherza su tutto. È ironico…”
“Ironico… Maleducato, direi. Anche Andrea in camera ieri sera mi diceva che non gli erano piaciute tutte quelle battute sul suo lavoro, sulle riunioni. A volte sembra invidioso degli altri. E, ti devo dire la verità, a volte mi fa anche un po’ spavento. Tutti questi cambi di umore improvvisi… Non è che ti mette le mani addosso…?”
“Ma sei scema? Cosa stai dicendo? Gianni?…”
“Sai dopo che uno è stato in prigione…”
“Si ma cosa c’entra sta cosa. In prigione c’è finito mica per colpa sua. La droga la teneva in casa lui, ma era del suo compagno di stanza. Poi è successo quel che è successo e in carcere c’è finito lui”.
“Per me è strano. Sta un sacco di tempo in silenzio, guardando da un altra parte. Poi improvvisamente esce con delle cattiverie gratuite. Dai, ieri sera a cena la battuta sul conto se la poteva anche risparmiare…  E poi quel cappello che porta sempre in testa. Non lo ha levato neanche a tavola… Sicura che non mi devo preoccupare?”
“Sicura… La cosa del cappello gliel’ho detta pure io. Ma dice che lo tranquillizza… Sai che è proprio bella la tua nuova borsa? Ne ordiniamo un altro?”
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Le due ragazze sedevano a un tavolino del bar dello stabilimento balneare più bello di Varazze. Era una vecchia gloriosa struttura che negli anni Settanta faceva anche da dancing e sala concerti. Aveva della ampie vetrate che si affacciavano sul litorale e due file di cabine bianche e azzurre sulla spiaggia. Quel giorno di giugno il cielo era coperto e le due ragazze avevano deciso di non scendere al mare e rimanere a trascorrere il pomeriggio al bar. Con un gesto sicuro una chiamò il cameriere e ordinò due nuovi tè freddi in attesa di arrivare al momento dell’aperitivo. Allo stabilimento ne preparavano uno buonissimo al Campari che stava spopolando in quell’estate dei primi anni Ottanta.
“Sembri mia madre, anche lei continua a chiedermi se Gianni è normale”.
“E ha ragione. Tre anni in prigione non possono non lasciare degli strascichi”
“Ma è Gianni… Lo conoscevi anche tu prima… È lo stesso che studiava Medicina…”
“… e che adesso ha lasciato”.
“Mi ha detto che riprende. Mi ha detto che ha intenzione di rimettersi a studiare”
“Sono sei mesi che è uscito e non ha ancora fatto nulla. Come passa le giornate? Tu lo sai?”
“Sta molto in casa… Legge…”
“… sempre col cappello in testa… Se c’è qualcosa che non va devi dirmelo. Sono tua amica. E l’amore, lo fate?”
“Dai…, comunque poco… quasi mai…”
“…ecco, e in più l’hai aspettato per tutto questo tempo. Io non ci sarei mai riuscita. E dire che non ti mancavano i ragazzi. Quell’amico di Andrea, quello della Bocconi… Filippo… L’hai più sentito?”
“Ma che discorsi sono? Gianni ha bisogno di me. E con Filippo ci sono uscita un paio di volte più per far contenta te e mia madre. A proposito, vado a darle uno squillo di telefono così non si preoccupa”.
La ragazza si dirige verso la cabina, cerca nella borsa qualche gettone che inserisce nella fessura.
“Sì mamma, sono io… Tutto bene… Oggi non è una bella giornata… Sì anche qui il cielo è coperto e con Adriana siamo rimaste al bar a chiacchierare… Gianni? In giro… No, Andrea è dovuto tornare a Milano improvvisamente per una riunione di lavoro. Dovrebbe essere ancora qui domani… No, non ti preoccupare… con Gianni va bene… no, il cappello non lo ha tolto… Ma no mamma! … Credi che non te lo avrei mai detto? Ha bisogno di riprendersi… Sì, sì gliel’ho detta ancora la cosa dell’Università. Mi ha promesso che torna a studiare… No, non l’ho ancora messo il vestito di Chanel. Magari domani sera quando c’è anche Andrea andiamo a mangiare da Tosco… Ha rinnovato i tavoli, dovresti vedere che eleganza… Sì gli dirò del cappello… Nella via lungo il Teiro hanno aperto due nuovi negozi di vestiti… Ho visto un foulard di Hermes meraviglioso… Il segnale, mamma, sto finendo i gettoni. A domani… Dai smettila di preoccuparti di Gianni…”.
Sul tavolo intanto erano arrivati i due aperitivi rossi, guarniti con una fetta d’arancia infilzata nel bicchiere e intorno tante piccole ciotole con arachidi, patatine fritte e olive.
“Mi piace da impazzire – dice la ragazza seduta – magari ce ne facciamo un paio prima di cena. A proposito dove ceniamo stasera? Andiamo a Celle da Carlo?”
“Aspettiamo Gianni e decidiamo con lui, no?”
Con un solo sorso la ragazza beve mezzo bicchiere. Lo posa sul tavolo e guarda l’amica dal basso in alto.
“Aspettiamolo quanto vuoi, ma secondo me non torna”.
“Perché dici così?”
Altro lungo sorso.
“Potrebbe essersi messo nei guai. È tutto il giorno che non lo vediamo. In prigione, cazzo, è stato in prigione. E non tre mesi. Tre anni. Tre anni… Io ne ordino un altro. Magari nel frattempo Gianni  torna… quello di prima”.
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Si trovano al parco quasi tutti i pomeriggi. È il loro appuntamento fisso. Si siedono nella stessa panchina e fumano una sigaretta mentre le bambine giocano con scivoli e altalene. Sono state assunte per l’estate per badare ai figli di due famiglie ricche milanesi e sperano di essere riconfermate anche per il resto dell’anno al momento del ritorno. Le due ragazze sono salite al nord da Isernia a cercare lavoro e questa è la loro prima occupazione. Quei momenti il pomeriggio se li godono raccontandosi cose del loro fresco passato, sentendosi così meno sole.
“Carmen posso andare alla fontanella?”
La ragazza nasconde in fretta la sigaretta alla vista della bambina e quasi senza nemmeno voltarsi le risponde che va bene. Basta non che non si allontani troppo. Il parco non è grande, ma è irregolare perché scivola intorno un campo da minigolf e dentro i giardini di un vecchio albergo dismesso. La bambina percorre il sentiero verso la fontanella di acqua fresca: le piace tappare col dito il rubinetto e aspettare che la pressione glielo spinga fuori, bagnando tutto intorno. Lungo la stradina si ferma a guardare un bruco peloso che si muove sinuoso sulla terra, poi prende un bastoncino e solleva il bruco guardandolo muovere i millepiedi sospeso. Ride, lo appoggia sull’erba aspettando che scompaia nel verde, poi alza la testa e vede la sua fontanella ma anche un signore che legge un libro seduto sulla panchina di fianco.
“Sei una pecora?”
L’uomo alza gli occhi dal libro e di fronte c’è una bambina con la frangetta rossa che lo guarda curioso.
“Una pecora?”
“Hai le orecchie da pecora”
L’uomo si porta una mano alla testa e tocca il cappello, quasi a ricordarsi che lo stesse indossando. È un vecchio cappello di tweed con un lungo paraorecchie calato.
“Ha già – dice sorridendo – Sì, sono una pecora, ma di quelle furbe: so leggere e parlare. La maggiorparte non lo sa fare mica, sai?”
“Non mangi l’erba?”
“Ho finito da un pezzo. Ho mangiato quasi tutto quello che c’era qui intorno. Poi ho bevuto alla fontanella e mi sono seduto a riposare un po’. E tu cosa sei?”
“Una bambina”
“Non è vero, tutte le bambine a quest’ora sono al mare a giocare sulla sulla spiaggia o a fare il bagno. Dai, cosa sei davvero?”
“Una bambina e al mare vado solo quando arriva mamma. Carmen non ha il permesso di portami”
“Dimostramelo che sei una bambina”
La piccola si fruga nelle tasche e poi estrae dei pupazzetti rosa
“Le ho trovate negli ovetti. Sono rosa. Solo le bambine li hanno. A me piace la principessa che dorme” e gli mostra una figura con lunghi capelli distesa supina con le mani giunte sotto una guancia.
pecore-del-fumetto-18895619

Lo chiamano Ginger per via dei capelli stopposi rossi che ancora gli escono dal cranio dopo più di cinquemila anni. Lo trovarono nel deserto del Gebelein, in Egitto, agli inizi del secolo e ancora oggi è la mummia più antica mai ritrovata. La più antica tra le mummie naturali. L’uomo di Gebelein era una persona qualunque, un giovane mercante, forse, che mentre attraversava il deserto venne sorpreso da una tempesta di sabbia. Si riparò tra i massi, si addormentò e non si risvegliò mai più. Non che avesse delle aspettative di vita altissime e neppure grandi obiettivi, se non quelli di un giovane popolano del 3500 prima di Cristo. Ma morire così proprio non se lo aspettava. Il suo corpo venne ritrovato dagli archeologi nel 1900 nella stessa posizione in cui si era addormentato per sempre: rannicchiato su se stesso e con le mani sotto una guancia a fargli da cuscino. Venne spostato dal suo deserto e portato a dormire al British Museum di Londra dentro una teca trasparente e sotto gli occhi di migliaia di visitatori ogni giorno.
“Mi credi adesso?”, disse la piccola.
Un uomo qualunque, morto per caso, diventato suo malgrado un protagonista. Non aveva mai creduto che dopo la morte ci potesse essere qualcos’altro. Non credeva negli aldilà di alcuna specie. Pensava alla morte piuttosto come una tregua. Ci aveva pensato durante il periodo in cui era stato in carcere, prima di allora mai.
“Non parli più?”.
“Noi uomini pecora non parliamo: beliamo. Beeeeh, a cosa vorresti giocare?”
“Ma non sei un bambino. Ti piace giocare?”
“Vuoi venire a brucare con me? Andiamo la in fondo, dietro quegli alberi. Mi hanno detto che c’è dell’erba buonissima, verde, verde. E vicino un fontanella con l’acqua che sa di gazzosa”.
La bambina si guardò i piedini, poi voltò lo sguardo a cercare la tata che, di schiena continuava a parlare fitta con l’amica.
“Mangi anche i bruchi?”
“Noooo, i bruchi sono miei amici. Solo l’erba. E solo quella verde. E tu?”
“No io mangio le carote. A me le cose verdi non piacciono”
“Sai fare il verso della carota? E’ un verso segreto. Non so se posso dirtelo, poi tu vai a spifferarlo a Carmen”.
“Non faccio la spia, io”, disse la bambina indossando uno sguardo duro che l’uomo proprio non si aspettava.
“Allora andiamo. Ci nascondiamo dietro quella siepe e t’insegno il verso della carota così, mentre io bruco, magari qualche carotina arriva e mangi anche tu”.
fumetto-della-carota-con-molte-espressioni-21330852

Un fioco sole estivo filtrava tra le foglie di un vecchio ippocastano proiettando sul selciato ombre frastagliate. Quella dell’uomo col cappello sembrava davvero il profilo di una pecora, quella della bambina la faceva apparire più grande di quanto non fosse. Bastò che i due facessero pochi passi e la luce già cambiava, facendo svanire l’ombra della piccola e ingigantendo quella dell’uomo. Quando i due arrivarono vicino al grande cespuglio entrambe le ombre erano scomparse, cancellate da una nuvola grigia che per un attimo andò a coprire il sole.
“Non ci vede nessuno qui”, disse piano la bambina.
“Non ci deve vedere nessuno, altrimenti non riusciamo a fare la merenda di erbetta e carote”, rispose altrettanto piano l’uomo.
I due si erano accucciati a terra e messi quatto zampe. L’erba era morbida, pensò l’uomo. Sarebbe bello stendersi e dormire, magari per sempre come quell’uomo preistorico. Soli dentro se stessi.
“Allora? Non bruchi?”, disse la bambina alzando appena la voce.
“No, prima ti insegno il verso della carota. Allora, dammi le manine. Ecco. Mettile così, come se stessi dicendo le preghierine la sera. Lasciale solo un poco staccate in mezzo e appoggiaci le labbra.”
“Così?”
“Perfetto. Adesso soffia dentro e comincia a fare crocrocrocro”
“Crocrocrocrocorcorcor”
Dalla tasca l’uomo leva delle caramelle arancioni e le lascia cadere davanti la bambina senza farsi vedere.
“Crocrocrocrocrocro”
“Brava! Ci sei riuscita! Sono arrivate le carotine”
La bambina guarda a terra e poi alza lo sguardo sull’uomo. Lo stesso sguardo serio di un attimo prima.
“Le hai messe tu”
“Ma va… Io stavo brucando, come avrei fatto…”
Sospettosa, la bambina prende una caramella in mano e comincia a scartarla. L’annusa e poi la mette delicatamente in bocca.
“Buona! E’ veramente una carota!”
Il sole li sorprende mentre la bambina sugge la caramella gustandosela e l’uomo si è messo a sedere e un sorriso gli è tornato a illuminare il volto, allontanando per un attimo l’ombra buia che da tempo gli aveva spento lo sguardo.
“Dai, su – dice l’uomo – E’ ora di tornare da Carmen, altrimenti finisce che si preoccupa”
La bambina si alza e esce dal cespuglio correndo verso la ragazza.
“Carmen, Carmen… Ho delle carote dolci… Me le ha date l’uomo pecora”
La ragazza si gira, vede la bambina sorridente correrle incontro e sente di nuovo tornare a battere il cuore che, per un attimo alle parole della bambina, si era fermato di fronte al pericolo che velocemente le era balenato in testa.
“Io e l’uomo pecora siamo andati alla fontana di gazzosa e poi ho fatto il verso della carota crocrocrocrocrocro e le carote sono arrivate e poi volevo brucare ma era troppo tardi. E’ vero uomo pecora?”, dice la bambina di fretta girandosi indietro senza trovare nessuno.
Carmen guarda oltre la bambina e prega Gesù e tutti i santi che hanno fatto il miracolo, mentre una lacrima le si forma all’angolo dell’occhio destro.

E’ notte fonda quando l’uomo decide di tornare in albergo. Ha camminato a lungo scegliendo le vie meno battute e cercando di evitare le compagnie chiassose che siedono nelle piazzette tirando tardi. Ha camminato sul lungomare deserto vedendo chiudere le gelaterie e si è fermato a guardare lo scuro del mare di notte. Ha respirato forte l’aria, poi quando l’aria ha cominciato a diventare più fresca si è calcato il cappello in testa e ha deciso di tornare.
Apre piano la porta della stanza per non svegliare la ragazza che dorme. Nella stanza i vestiti sono  piegati ordinatamente e un profumo dolce si mescola con quello alcolico del respiro pesante della donna. Si ferma in mezzo alla stanza a guardare la scena. A cercare di capire se c’entra qualcosa con tutto ciò. Poi si volta, apre la finestra e si getta giù.

(omaggio a Salinger)

L’uomo di Gebelein 5 di 5

Un fioco sole estivo filtrava tra le foglie di un vecchio ippocastano proiettando sul selciato ombre frastagliate. Quella dell’uomo col cappello sembrava davvero il profilo di una pecora, quella della bambina la faceva apparire più grande di quanto non fosse. Bastò che i due facessero pochi passi e la luce già cambiava, facendo svanire l’ombra della piccola e ingigantendo quella dell’uomo. Quando i due arrivarono vicino al grande cespuglio entrambe le ombre erano scomparse, cancellate da una nuvola grigia che per un attimo andò a coprire il sole.
“Non ci vede nessuno qui”, disse piano la bambina.
“Non ci deve vedere nessuno, altrimenti non riusciamo a fare la merenda di erbetta e carote”, rispose altrettanto piano l’uomo.
I due si erano accucciati a terra e messi quatto zampe. L’erba era morbida, pensò l’uomo. Sarebbe bello stendersi e dormire, magari per sempre come quell’uomo preistorico. Soli dentro se stessi.
“Allora? Non bruchi?”, disse la bambina alzando appena la voce.
“No, prima ti insegno il verso della carota. Allora, dammi le manine. Ecco. Mettile così, come se stessi dicendo le preghierine la sera. Lasciale solo un poco staccate in mezzo e appoggiaci le labbra.”
“Così?”
“Perfetto. Adesso soffia dentro e comincia a fare crocrocrocro
“Crocrocrocrocorcorcor”
Dalla tasca l’uomo leva delle caramelle arancioni e le lascia cadere davanti la bambina senza farsi vedere.
“Crocrocrocrocrocro”
“Brava! Ci sei riuscita! Sono arrivate le carotine”
La bambina guarda a terra e poi alza lo sguardo sull’uomo. Lo stesso sguardo serio di un attimo prima.
“Le hai messe tu”
“Ma va… Io stavo brucando, come avrei fatto…”
Sospettosa, la bambina prende una caramella in mano e comincia a scartarla. L’annusa e poi la mette delicatamente in bocca.
“Buona! E’ veramente una carota!”

fumetto-della-carota-con-molte-espressioni-21330852
Il sole li sorprende mentre la bambina sugge la caramella gustandosela e l’uomo si è messo a sedere e un sorriso gli è tornato a illuminare il volto, allontanando per un attimo l’ombra buia che da tempo gli aveva spento lo sguardo.
“Dai, su – dice l’uomo – E’ ora di tornare da Carmen, altrimenti finisce che si preoccupa”
La bambina si alza e esce dal cespuglio correndo verso la ragazza.
“Carmen, Carmen… Ho delle carote dolci… Me le ha date l’uomo pecora”
La ragazza si gira, vede la bambina sorridente correrle incontro e sente di nuovo tornare a battere il cuore che, per un attimo alle parole della bambina, si era fermato di fronte al pericolo che velocemente le era balenato in testa.
“Io e l’uomo pecora siamo andati alla fontana di gazzosa e poi ho fatto il verso della carota crocrocrocrocrocro e le carote sono arrivate e poi volevo brucare ma era troppo tardi. E’ vero uomo pecora?”, dice la bambina di fretta girandosi indietro senza trovare nessuno.
Carmen guarda oltre la bambina e prega Gesù e tutti i santi che hanno fatto il miracolo, mentre una lacrima le si forma all’angolo dell’occhio destro.

E’ notte fonda quando l’uomo decide di tornare in albergo. Ha camminato a lungo scegliendo le vie meno battute e cercando di evitare le compagnie chiassose che siedono nelle piazzette tirando tardi. Ha camminato sul lungomare deserto vedendo chiudere le gelaterie e si è fermato a guardare lo scuro del mare di notte. Ha respirato forte l’aria, poi quando l’aria ha cominciato a diventare più fresca si è calcato il cappello in testa e ha deciso di tornare.
Apre piano la porta della stanza per non svegliare la ragazza che dorme. Nella stanza i vestiti sono  piegati ordinatamente e un profumo dolce si mescola con quello alcolico del respiro pesante della donna. Si ferma in mezzo alla stanza a guardare la scena. A cercare di capire se c’entra qualcosa con tutto ciò. Poi si volta, apre la finestra e si getta giù.

FINE

OMAGGIO A SALINGER

L’uomo di Gebelein 4 di 5

Lo chiamano Ginger per via dei capelli stopposi rossi che ancora gli escono dal cranio dopo più di cinquemila anni. Lo trovarono nel deserto del Gebelein, in Egitto, agli inizi del secolo e ancora oggi è la mummia più antica mai ritrovata. La più antica tra le mummie naturali. L’uomo di Gebelein era una persona qualunque, un giovane mercante, forse, che mentre attraversava il deserto venne sorpreso da una tempesta di sabbia. Si riparò tra i massi, si addormentò e non si risvegliò mai più. Non che avesse delle aspettative di vita  e neppure grandi obiettivi, se non quelli di un giovane popolano del 3500 prima di Cristo. Ma morire così proprio non se lo aspettava. Il suo corpo venne ritrovato dagli archeologi nel 1900 nella stessa posizione in cui si era addormentato per sempre: rannicchiato su se stesso e con le mani sotto una guancia a fargli da cuscino. Venne spostato dal suo deserto e portato a dormire al British Museum di Londra dentro una teca trasparente e sotto gli occhi di migliaia di visitatori ogni giorno.

Bm-ginger
“Mi credi adesso?”, disse la piccola.
Un uomo qualunque, morto per caso, diventato suo malgrado un protagonista. Non aveva mai creduto che dopo la morte ci potesse essere qualcos’altro. Non credeva negli aldilà di alcuna specie. Pensava alla morte piuttosto come una tregua. Ci aveva pensato durante il periodo in cui era stato in carcere, prima di allora mai.
“Non parli più?”.
“Noi uomini pecora non parliamo: beliamo. Beeeeh, a cosa vorresti giocare?”
“Ma non sei un bambino. Ti piace giocare?”
“Vuoi venire a brucare con me? Andiamo la in fondo, dietro quegli alberi. Mi hanno detto che c’è dell’erba buonissima, verde, verde. E vicino un fontanella con l’acqua che sa di gazzosa”.
La bambina si guardò i piedini, poi voltò lo sguardo a cercare la tata che, di schiena continuava a parlare fitta con l’amica.
“Mangi anche i bruchi?”
“Noooo, i bruchi sono miei amici. Solo l’erba. E solo quella verde. E tu?”
“No io mangio le carote. A me le cose verdi non piacciono”
“Sai fare il verso della carota? E’ un verso segreto. Non so se posso dirtelo, poi tu vai a spifferarlo a Carmen”.
“Non faccio la spia, io”, disse la bambina indossando uno sguardo duro che l’uomo proprio non si aspettava.
“Allora andiamo. Ci nascondiamo dietro quella siepe e t’insegno il verso della carota così, mentre io bruco, magari qualche carotina arriva e mangi anche tu”.

(4 continua)

L’uomo di Gebelein 3 di 5

Si trovano al parco quasi tutti i pomeriggi. È il loro appuntamento fisso. Si siedono nella stessa panchina e fumano una sigaretta mentre le bambine giocano con scivoli e altalene. Sono state assunte per l’estate per badare ai figli di due famiglie ricche milanesi e sperano di essere riconfermate anche per il resto dell’anno al momento del ritorno. Le due ragazze sono salite al nord da Isernia a cercare lavoro e questa è la loro prima occupazione. Quei momenti il pomeriggio se li godono raccontandosi cose del loro fresco passato, sentendosi così meno sole.
“Carmen posso andare alla fontanella?”
La ragazza nasconde in fretta la sigaretta alla vista della bambina e quasi senza nemmeno voltarsi le risponde che va bene. Basta non che non si allontani troppo. Il parco non è grande, ma è irregolare perché scivola intorno un campo da minigolf e dentro i giardini di un vecchio albergo dismesso. La bambina percorre il sentiero verso la fontanella di acqua fresca: le piace tappare col dito il rubinetto e aspettare che la pressione glielo spinga fuori, bagnando tutto intorno. Lungo la stradina si ferma a guardare un bruco peloso che si muove sinuoso sulla terra, poi prende un bastoncino e solleva il bruco guardandolo muovere i millepiedi sospeso. Ride, lo appoggia sull’erba aspettando che scompaia nel verde, poi alza la testa e vede la sua fontanella ma anche un signore che legge un libro seduto sulla panchina di fianco.
“Sei una pecora?”

pecore-del-fumetto-18895619
L’uomo alza gli occhi dal libro e di fronte c’è una bambina con la frangetta rossa che lo guarda curioso.
“Una pecora?”
“Hai le orecchie da pecora”
L’uomo si porta una mano alla testa e tocca il cappello, quasi a ricordarsi che lo stesse indossando. È un vecchio cappello di tweed con un lungo paraorecchie calato.
“Ha già – dice sorridendo – Sì, sono una pecora, ma di quelle furbe: so leggere e parlare. La maggiorparte non lo sa fare mica, sai?”
“Non mangi l’erba?”
“Ho finito da un pezzo. Ho mangiato quasi tutto quello che c’era qui intorno. Poi ho bevuto alla fontanella e mi sono seduto a riposare un po’. E tu cosa sei?”
“Una bambina”
“Non è vero, tutte le bambine a quest’ora sono al mare a giocare sulla sulla spiaggia o a fare il bagno. Dai, cosa sei davvero?”
“Una bambina e al mare vado solo quando arriva mamma. Carmen non ha il permesso di portami”
“Dimostramelo che sei una bambina”
La piccola si fruga nelle tasche e poi estrae dei pupazzetti rosa
“Le ho trovate negli ovetti. Sono rosa. Solo le bambine li hanno. A me piace la principessa che dorme” e gli mostra una figura con lunghi capelli distesa supina con le mani giunte sotto una guancia.

(3 continua)

L’uomo di Gebelein 2 di 5

Le due ragazze sedevano a un tavolino del bar dello stabilimento balneare più bello di Varazze. Era una vecchia gloriosa struttura che negli anni Settanta faceva anche da dancing e sala concerti. Aveva della ampie vetrate che si affacciavano sul litorale e due file di cabine bianche e azzurre sulla spiaggia. Quel giorno di giugno il cielo era coperto e le due ragazze avevano deciso di non scendere al mare e rimanere a trascorrere il pomeriggio al bar. Con un gesto sicuro una chiamò il cameriere e ordinò due nuovi tè freddi in attesa di arrivare al momento dell’aperitivo. Allo stabilimento ne preparavano uno buonissimo al Campari che stava spopolando in quell’estate dei primi anni Ottanta.
“Sembri mia madre, anche lei continua a chiedermi se Gianni è normale”.
“E ha ragione. Tre anni in prigione non possono non lasciare degli strascichi”
“Ma è Gianni… Lo conoscevi anche tu prima… È lo stesso che studiava Medicina…”
“… e che adesso ha lasciato”.
“Mi ha detto che riprende. Mi ha detto che ha intenzione di rimettersi a studiare”
“Sono sei mesi che è uscito e non ha ancora fatto nulla. Come passa le giornate? Tu lo sai?”
“Sta molto in casa… Legge…”
“… sempre col cappello in testa… Se c’è qualcosa che non va devi dirmelo. Sono tua amica. E l’amore, lo fate?”
“Dai…, comunque poco… quasi mai…”
“…ecco, e in più l’hai aspettato per tutto questo tempo. Io non ci sarei mai riuscita. E dire che non ti mancavano i ragazzi. Quell’amico di Andrea, quello della Bocconi… Filippo… L’hai più sentito?”
“Ma che discorsi sono? Gianni ha bisogno di me. E con Filippo ci sono uscita un paio di volte più per far contenta te e mia madre. A proposito, vado a darle uno squillo di telefono così non si preoccupa”.

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La ragazza si dirige verso la cabina, cerca nella borsa qualche gettone che inserisce nella fessura.
“Sì mamma, sono io… Tutto bene… Oggi non è una bella giornata… Sì anche qui il cielo è coperto e con Adriana siamo rimaste al bar a chiacchierare… Gianni? In giro… No, Andrea è dovuto tornare a Milano improvvisamente per una riunione di lavoro. Dovrebbe essere ancora qui domani… No, non ti preoccupare… con Gianni va bene… no, il cappello non lo ha tolto… Ma no mamma! … Credi che non te lo avrei mai detto? Ha bisogno di riprendersi… Sì, sì gliel’ho detta ancora la cosa dell’Università. Mi ha promesso che torna a studiare… No, non l’ho ancora messo il vestito di Chanel. Magari domani sera quando c’è anche Andrea andiamo a mangiare da Tosco… Ha rinnovato i tavoli, dovresti vedere che eleganza… Sì gli dirò del cappello… Nella via lungo il Teiro hanno aperto due nuovi negozi di vestiti… Ho visto un foulard di Hermes meraviglioso… Il segnale, mamma, sto finendo i gettoni. A domani… Dai smettila di preoccuparti di Gianni…“.
Sul tavolo intanto erano arrivati i due aperitivi rossi, guarniti con una fetta d’arancia infilzata nel bicchiere e intorno tante piccole ciotole con arachidi, patatine fritte e olive.
“Mi piace da impazzire – dice la ragazza seduta – magari ce ne facciamo un paio prima di cena. A proposito dove ceniamo stasera? Andiamo a Celle da Carlo?”
“Aspettiamo Gianni e decidiamo con lui, no?”
Con un solo sorso la ragazza beve mezzo bicchiere. Lo posa sul tavolo e guarda l’amica dal basso in alto.
“Aspettiamolo quanto vuoi, ma secondo me non torna”.
“Perché dici così?”
Altro lungo sorso.
“Potrebbe essersi messo nei guai. È tutto il giorno che non lo vediamo. In prigione, cazzo, è stato in prigione. E non tre mesi. Tre anni. Tre anni… Io ne ordino un altro. Magari nel frattempo Gianni  torna… quello di prima“.

(2 continua)