Perfetti sconosciuti

Il lato oscuro della luna appare solo ogni tanto. Di solito preferisce nascondersi, facendo pensare che vi siano chissà quali misteri. Il lato oscuro della luna potrebbe celare ricchezze segrete o brutture inenarrabili, forse è per questo che è meglio lasciarlo coperto alla vista, immaginando che non esista e accontentarsi di rimirare solo il suo lato migliore.
È una notte di eclissi lunare quella che accompagna una delle tante cene a casa di Rocco e Eva, lui chirurgo plastico, lei psicanalista: una bella sera limpida di primavera in cui sette amici si trovano per mangiare, chiacchierare, prendersi in giro e pianificare le prossime vacanze estive da passare insieme, come sempre. Cosimo e Bianca si sono appena sposati e tentano di avere un bambino, Lele è in crisi con Carlotta la moglie, ma entrambi fanno buon viso. Peppe invece è divorziato e quella dovrebbe essere la sera in cui presenterà agli amici la sua nuova compagna. Una sera come tante, insomma, ma che, per un caso astronomico, si trasformerà in un gioco al massacro quando Eva proporrà che ognuno sveli il proprio lato oscuro lasciando aperta e accessibile la porta dei propri segreti: il telefono cellulare.

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Strutturato come una pièce teatrale, sulle orme di Carnage o Il home del figlio, Perfetti Sconosciuti offre un palcoscenico meraviglioso a un gruppo di interpreti di livello: il cinema italiano ha attori straordinari e bisogna accettare che Manfredi, Gassman, Sordi, Vitti hanno ormai trovato i loro eredi con Mastandrea, Giallini, De Leo e Rohrwacher e che il presente non fa certo rimpiangere un lussuoso passato. La sceneggiatura scritta, a cinque mani, senza una sbavatura e capace di incastrare ogni situazione nel migliore dei modi da una mano agli attori, ma soprattuto a realizzare un film piacevolmente perfido, comicamente drammatico, classicamente moderno. Perfetti Sconosciuti è la migliore fotografia che il cinema italiano avrebbe mai potuto scattare in questo momento. Sarebbe un delitto non andare a vederla.

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La quinta onda

La quinta onda di J Blakeson con Chloë Grace Moretz, Liev Schreiber, Maria Bello

Non so dove cominci la responsabilità di Rick Yancey, il creatore della trilogia di romanzi dalla quale è stato tratto questo primo capitolo, e dove quella della sceneggiatrice Susannah Grant. I libri fortunatamente non li ho letti, purtroppo ho visto il film e mi riesce difficile incolpare qualcuno di un risultato ondivago tra il patetico e il ridicolo. La quinta onda è il classico pasticcio che mescola film, romanzi e tv series già visti mille volte contando sulla speranza che le giovani generazioni siano totalmente digiune di qualsiasi cultura sull’argomento. O, forse, che siano totalmente digiune di qualsiasi tipo di cultura. Dentro si trovano tracce di Indipendence Days, Hunger Games, Twilight The walking Dead, la Guerra dei Mondi e, per un tocco vintage, anche di V-Visitors, la storica serie televisiva degli anni Ottanta. Il tutto assemblato senza un minimo di gusto e costrutto. A meno che l’idea di J Blakeson fosse quella di costruire un guazzabuglio di citazioni più o meno corrette per stimolare la memoria degli spettatori. Una specie di non dichiarata gara a chi ne indovina di più, sperando di far dimenticare che la storia non sta in piedi e la cosa meno assurda alla quale ci si trova di fronte è un attacco extraterrestre.

Alex Roe; Chloe Grace Moretz
Alex Roe, left, and Chloë Grace Moretz star in Columbia Pictures’ “The 5th Wave”
Perché è qui che comincia la storia: la Terra viene invasa dagli alieni che, attraverso quattro diverse fasi – terremoti, inondazioni, blocco dell’elettricità e epidemie – hanno decimato la popolazione. Ora manca solamente l’ultima fase che dovrebbe dare il colpo di grazia ai pochi rimasti. All’alba della Quinta Onda Cassie Sullivan, una studentessa adolescente, parte alla ricerca del fratellino Sammy, rapito dai militari e portato in un centro di salvataggio che in verità altro non è che un luogo di addestramento per giovani cacciatori di alieni. Tra bambini che giocano a fare i soldati, aitanti alieni che perdono la testa per la piccola Chloë Grace Moretz (Kick Ass) e catastrofi che squassano il pianeta, La quinta onda fatica a trovare una propria identità e a forza di assurdità arriva stancamente a socchiudere il primo capitolo. Si spera solo che lo spiraglio lasciato aperto per un eventuale atto secondo venga chiuso al più presto e il film consegnato all’oblio.

Il fondamentalista riluttante

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Spesso mi trovavo a osservare Erica seduta o in piedi tra le sue conoscenze. Un quei momenti talvolta prendeva un’aria assorta; era come se in loro presenza potesse ritrarsi, recedere di mezzo passo dentro se stessa. Mi faceva pensare a una bambina che riesce a dormire solo con la porta aperta e la luce accesa.

A volte si accorgeva che la stavo guardando, e allora mi sorrideva come se le avessi posato uno scialle sulle spalle mentre tornava da una passeggiata al freddo – o forse era a me che piaceva crederlo.

(Mohsin Hamid da Il fondamentalista riluttante, Einaudi)

Remember

REMEMBER di Atom Egoyan. Con Christopher Plummer, Martin Landau, Bruno Ganz

Atom Egoyan non è un regista qualsiasi, ma è un autore con un suo progetto di cinema che sviluppa dalla fine degli anni Ottanta. Certo, quando lo scoprimmo con Black Comedy, Exotica e sopratutto con Il dolce domani pensammo di avere davanti non solo il presente, ma anche il futuro del cinema. Poi le cose non sono andate sempre nel verso giusto (Cloe, Le verità apparenti e Fino a prova contraria sono i risultati forse più deboli della sua carriera), ma il suo cinema sospeso tra verità narrata e verità vissuta ha sempre dimostrato di avere una cifra unica e inconfondibile.

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Quest’ultimo Remember, presentato a Venezia lo scorso settembre, ci restituisce un Egoyan in gran forma, dolcemente spietato nell’allestire un dramma della memoria che pesca sì nell’Olocausto, ma di fatto è solo un’altra delle facce della vendetta. Zev Guttman, ebreo affetto da demenza senile, è ricoverato in una clinica privata con Max, con cui ha condiviso un passato tragico e l’orrore di Auschwitz. Max, costretto sulla sedia a rotelle, chiede a Zev di vendicarli e di vendicare le rispettive famiglie cercando il loro aguzzino, arrivato settant’anni prima in America e riparato sotto falso nome. Sono quattro le identità da verificare, quattro i possibili i nomi del carnefice che diede l’ordine e sterminò le famiglie dei due uomini. In canna però è solo uno il colpo per chiudere una volta per tutte col passato. Zev lento nei movimenti, confuso ma determinato, guidato da Max, parte dagli Stati Uniti per arrivare al Canada seguendo le tracce dei quattro sospetti, fino ad arrivare a un epilogo finale che cancellerà ogni certezza per porci davanti al baratro e all’orrore della memoria.
Martin Landau, nei panni di Max – la mente e la memoria – e Christopher Plummer, il disorientato Zev lanciato dall’amico come un angelo vendicatore sulle tracce della giustizia sono i due interpreti eccezionali di un film che passa attraverso i generi cinematografici grazie alla sicurezza di un regista che il mestiere lo sa fare. E anche parecchio bene.

Mi è partita una poesia

 

200

Mi è partita una poesia
Vostro onore
Così
All’improvviso
Accarezzavo un ricordo
e
Pam!
L’ho trovata dritta stesa sul foglio
Irresponsabile
Non si tengono poesie cariche in casa
Non era in casa
Era dentro
Di me
Posata sul quel ricordo
Imbecille
Certi ricordi van chiusi a chiave
legati
Imbavagliati
e se non basta
sotterrati
E adesso?
Adesso ti condanno
A leggerla
Sempre
Per dieci anni
Anzi di più
Venti
No, di più
Settantasette
Finché sarà nenia
uguale
monotona
distante
E il ricordo sarà tormento

Revenant-Redivivo

REVENANT-REDIVIVO di Alejandro González Iñárritu. Con Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domhnall Gleeson

Hugh Glass è un trapper, forse il migliore. Conosce il Nord Dakota e le sue nevi meglio di chiunque altro e la spedizione di mercanti di pelli si è affidata lui per riuscire a portare in salvo dagli indiani il prezioso carico. Noi li conosciamo quando un attacco indiano decima la missione e i sopravvissuti si devono affidare a Glass e a suo figlio Hawk, un meticcio mal visto dal resto della truppa, per tornare salvi al forte. Durante la ritirata, però, un grizzly colpisce Glass lasciandolo mezzo morto. Impossibile proseguire portandosi appresso il corpo morente, cosi Glass verrà lasciato e accudito fino alla morte dal figlio, da un suo giovane amico e da Fitzgerald, un cacciatore di pelli senza scrupoli che, per denaro accetta di fermarsi al capezzale. Ma Fitzgerald ha in mente solo di lasciare morire il più in fretta possibile l’uomo e mettersi in salvo. Purtroppo il piano viene scoperto da Hawk che, per difendere il padre muore a sua volta. Il tutto sotto gli occhi inorriditi e muti di Glass che, a quel punto troverà la forza per rinascere letteralmente e partire a vendicare l’uccisione del figlio. Comincia così una vera e propria odissea tra le nevi del Nord America che si concluderà con l’inevitabile resa dei conti finale.

the-revenant
Dopo un film cerebrale come Birdman, Inarritu ha voluto tornare a sporcarsi le mani con un cinema che assomiglia più a quello dei suoi esordi (Amore Perros) e che all’intelletto lascia ben poco spazio, perché è il fisico a prendersi l’intero piatto. L’uomo si muove in un mondo primitivo abitato da istinti e guidato da leggi basiche che rispondono all’onore, alla vendetta, all’amicizia, all’amore e all’odio. Tra uomini e bestie le differenze sono labili, tanto che il protagonista, dopo essere stato dilaniato da un grizzly, “rinasce” dentro la pelle di un orso e muto si muove veloce, spietato e indomito proprio come l’animale. Revenant è un ottimo film, carnale e disperato, brutale e lirico, capace di raccontare la frontiera – ma anche le origini degli Stati Uniti – come uno dei migliori romanzi di Cormac McCarthy. Di Caprio, nella parte di Glass, mette tutto se stesso in un’interpretazione fisica che, insieme ai paesaggi e alla luce del Nord America, illumina un’opera unica.

The Pills. Sempre meglio che lavorare

Non tutte le generazioni hanno la fortuna di avere un proprio Ecce Bombo, il film generazionale di Nanni Moretti. La mia, per esempio, ha saltato il turno e ereditato quello della precedente. Era giusto che quella dei trentenni di oggi – una generazione sfortunata e bistrattata già di suo – potesse avere il proprio manifesto e goderne negli anni a seguire. I The Pills sono un fenomeno. Del web, vero, ma un fenomeno. Hanno il talento, hanno la follia, hanno il senso del cinema ma hanno anche l’amarezza e il cinismo sufficienti per diventare a giusto titolo i cantori di un’epoca. Sempre che qualcuno ne senta il bisogno. Se il fumetto ha trovato in Zerocalcare il proprio riferimento generazionale, il cinema (ma anche il web e la televisione, visto che viviamo in un’epoca liquida) ha nei tre ragazzi romani non dei modelli ai quali ispirarsi, ma degli amici che ti facciano sentire meno solo e inadeguato. Perché purtroppo (o per fortuna) la condivisione della propria vita non è solo una questione di social, ma una condizione necessaria per non finire dritti stesi sul lettino dello psicanalista. Questa è veramente la prima generazione che dovrà affrontare una serie di porte chiuse e per non fare la fine della mosca contro il vetro dovrà inventarsi un mondo nuovo. Perché, ammettiamolo, quello lasciato loro in eredità fa schifo.

The-Pills
Luca, Luigi e Matteo si conoscono da sempre: sono cresciuti – fisicamente – insieme e ora vivono insieme tentando di galleggiare sulla vita e sulle cose. Quando li conosciamo i tre stanno attraversando un momento che potrebbe segnare il passaggio definitivo allo stadio successivo. Luigi vive una crisi di regressione nell’adolescenza e vorrebbe ripartire dall’occupazione del liceo; Matteo subisce la crisi del padre – nessuno è innocente in questi anni ingrati – diviso tra la scoperta dei social e la fuga a Berlino dove “qualcosa m’inventerò”. Luca invece dei tre è quello più a rischio: subisce il fascino del lato oscuro del lavoro e, una volta caduto nel baratro, potrà uscirne solo grazie agli amici.
The Pills. Sempre meglio che lavorare è un film intelligente, scoordinato e slegato a tratti, ma capace di nascondere dietro la risata e l’assurdo una nota amara che diviene la cifra stilistica di tutto il lavoro. La nostalgia di un passato recente, ma inesorabilmente perso, e la diffidenza verso un futuro che altri hanno deciso per loro spiazza e disorienta i protagonisti, finendo per far sentire inadeguati (e forse anche un po’ colpevoli) tutti quelli che a questa generazione non appartengono.