The end of the tour

David Foster Wallace è lo scrittore degli scrittori: un talento assoluto fonte d’ispirazione per tutti coloro che di scrivere ne hanno fatto una professione. Uno di quelli che vedono lontano e rischiano di non essere apprezzati nel presente. Un rischio che Wallace schiva nel 1996 quando con il romanzo Infine Jest conquista anche il grande pubblico, tanto che la rivista Rolling Stones decide di intervistarlo, primo tra tutti i romanzieri a finire su una rivista musicale. The end of The tour ci racconta i cinque giorni in cui il giornalista David Lipsky, inviato a scrivere un profilo sulla “rockstar della letteratura americana”, conoscerà Wallace e entrerà nel suo mondo. I cinque giorni sono quelli che chiudono il ciclo di presentazioni del libro in giro per gli Stati Uniti, ma sopratutto sono cinque giorni che avvicineranno due giovani uomini vicini per cultura, età e per la difficoltà di capire quale sia il loro ruolo nel mondo. Due uomini affermati nel lavoro, ma caotici nei sentimenti e nei rapporti con gli altri, con le donne in primo luogo. L’intervista di Lipsky diviene così il pretesto per parlare di vita e di morte (Wallace morirà suicida una dozzina di anni più tardi) e per tentare di entrare nella testa di un genio che, prima di essere tale, era un uomo confuso come tutti. Dalla casa di Wallace, isolata nelle nevi dell’Arizona, i due si muovono verso Minneapolis per la presentazione del libro. Tra chiacchiere, sigarette e cene a base di hamburger, lo scrittore e il giornalista sfioreranno l’amicizia, per finire diventare per uno un ricordo, per l’altro un’esperienza da ricordare. Anzi, l’esperienza più importante della sua vita.

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James Ponsoldt (The spectacular Now), regista di The end of the tour, poco incline alla sperimentazione, si affida soprattuto alla sceneggiatura di Donald Margulies e alla bravura di Jason Segel (How I met your mother), un attore comico per la prima volta in un ruolo drammatico, per sostenere un film fatto di parole e sguardi. A fianco di Segel troviamo Jesse Eisenberg, sempre un pò spocchiosetto, come in The Social Network, ma perfetto a completare il quadro di un’epoca vista dall’interno.

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