Il caso Spotlight

Un film classico, robusto, con una dignità e un’onestà (cinematografica, s’intende) che sempre più di rado si trova nel cinema americano. E forse il premio Oscar a Il caso Spotlight è arrivato proprio per questo, per omaggiare il grande cinema, quello fatto da sceneggiature granitiche e interpretazioni impeccabili, e ricordare a tutti che Hollywood non è solamente effetti speciali e remake. Tom McCarthy (L’ospite inatteso), classe 1966, ha ancora molto da lavorare per raggiungere i maestri non dichiarati come Alan J. Pakula e Sidney Lumet, ma la strada è quella giusta e il cinema americano non potrà che trarne beneficio, come una sorsata di acqua fresca a pura al termine di una faticosa camminata.

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La storia de Il caso Spotlight è la storia dei quattro giornalisti investigativi del Boston Globe, soprannominati Spotlight, che nel 2002 ha sconvolto la città con le sue rivelazioni sulla copertura sistematica da parte della Chiesa cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali, in un’inchiesta premiata col premio Pulitzer. Boston non è una città come tutte le altre. Tra le metropoli statunitensi, Boston è quella che più assomiglia a una piccola comunità di provincia, raccolta attorno i propri privilegi, tutta tesa a proteggersi, anche dall’esterno. Chi ci vive non vuole vedere quello che non va, oppure proprio non ci riesce. Ci vuole il neodirettore Marty Baron, arrivato da Miami per dirigere il Globe nell’estate del 2001, a incaricare il team Spotlight di indagare sulla notizia di cronaca di un prete locale accusato di aver abusato sessualmente di decine di giovani parrocchiani nel corso di trent’anni. Consapevoli dei rischi cui vanno incontro mettendosi contro un’istituzione come la Chiesa cattolica a Boston, il caporedattore del team Spotlight, Walter “Robby” Robinson, i cronisti Sacha Pfeiffer e Michael Rezendes e lo specialista in ricerche informatiche Matt Carroll cominciano a indagare sul caso. Scoprendo anche cose che riguardano loro stessi e il loro passato.
Ne Il caso Spotlight non vi sono colpi scena a effetto, non c’è sangue né sesso, ma un sobrio lavoro di scrittura a ricostruire una storia allucinante che ricorda come il cinema sia sempre la nostra memoria migliore.

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