Ustica

Per Renzo Martinelli la storia è una grande sceneggiatura pronta a essere trasformata in immagini. Da Porzus, la strage fratricida partigiana, a Vajont, da Piazza cinque lune, film sul rapimento Moro, a Barbarossa il regista milanese ha scelto di fermarsi a guardare indietro per capire chi siamo. E perché siamo così. La strage di Ustica, la tragedia aerea del 1980 nella quale persero la vita 81 persone, rappresenta uno dei tanti misteri che hanno segnato il nostro Paese e hanno fatto crescere la nostra diffidenza nei confronti della realtà narrata. Una versione della realtà che spesso è distante da quella vera. Così, per rivendicare al cinema quel ruolo maieutico che ne fa un mezzo unico nel suo genere, Martinelli ha scavato per tre anni tra documenti segreti, incrociato testimonianze, ascoltato testimoni e analizzato la vicenda dalla distanza che solo il tempo sa porre tra il presente e il passato. Il risultato è un film che restituisce un po’ di giustizia a chi da trentasei anni la sta attendendo.

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Ma se il lavoro di indagine permette al regista di raggiungere risultati straordinari e di far rivivere agli spettatori lo sgomento per un incidente tanto terribile quanto inspiegabile, lo stesso non si può dire per il lato artistico. Ustica di Martinelli, raccontato incrociando dolori individuali (la storia di una madre che nell’incidente perde la figlia), intrighi politici e dramma nazionale non riesce a trovare una vera amalgama e farne un film corposo quanto dovrebbe. I personaggi sono o troppo sopra le righe o impalpabili, così la recitazione e la costruzione del racconto, sempre in bilico tra la banale fiction televisiva e il più arioso racconto cinematografico. Anche il contrasto tra le riprese aeree, realizzate con una tecnica avanzata, e gli stucchevoli momenti intimisti banalizzano il film, purtroppo anche al di là delle pur buone intenzioni.

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