L’età d’oro

Il rapporto con la madre non è mai facile. Esiste una letteratura a proposito e probabilmente ancora non è stato scritto tutto. Arabella, poi, non è certo una delle madri più semplici da vivere: artista generosamente ingombrante e appassionata di cinema ha segnato la vita del figlio Sid imponendogli la propria vita, così da costringerlo a scappare lontano. Una vita impegnativa, fatta di passioni, amori e poche certezze. Ma dopo decenni Arabella lo richiama in Puglia da Torino e Sid dovrà tornare ad affrontare i fantasmi del passato, questa volta con un protagonista in più. Il ritorno per il giovane sarà il modo per viaggiare a ritroso e cercare forse di comprendere la madre, il suo mondo e forse per riscoprirne l’amore dimenticato.

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Emanuela Piovano (Le rose blu, L’aria in testa, Le complici, Amorfù, Le stelle inquiete) attraverso la figura di Arabella racconta quella di Annabella Miscuglio, di cui è stata assistente e ospite in una casa frequentata dagli artisti del suo tempo, da Jean-Luc Godard a Dominique Sanda. La sceneggiatura del suo film, basata sull’omonimo romanzo L’età dell’oro di Francesca Romana Massaro e Silvana Silvestri e firmata, oltre che dalla regista e dalle due autrici del romanzo, da Gualtiero Rosella racconta un’epoca passata che ha lasciato sì alle spalle sogni e speranze, ma anche una bella eredità destinata a durare nel tempo. Perché il tempo raccontato dalla Piovano è quello in cui il cinema rappresentava veramente una forma d’arte diversa dalle altre e una fonte d’ispirazione per tutti, e la figura di Annabella/Arabella ne rappresenta la sintesi.
L’età dell’oro malgrado gli intenti non arriva mai a toccare il cuore, preferendo mettere in scena un freddo gioco intellettuale, piuttosto che lasciare libere le emozioni. Emanuela Piovano vorrebbe essere Bunuel, purtroppo finisce per essere solo una copia stinta del Tornatore di Nuovo Cinema Paradiso.

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