On Air, storia di un successo

Fare cinema è un modo per esprimere se stessi, vero. Ma non è che sia sempre necessario dire proprio tutto quello che uno ha dentro. A volte un bel silenzio avrebbe più valore. Sopratutto, se le cose che hai da dire sono poche, banali, inutili. E, come griderebbe Nanni Moretti, le parole sono importanti. Marco Mazzoli conduce da anni alla radio un programma di successo. Un programma di parole, tante, troppe e vuote. Un programma che ha eletto la parolaccia e la volgarità a spettacolo e che spaccia per comico il greve. Ma Lo zoo di 105 piace, registra più di un milione di ascoltatori ogni quarto d’ora, nella rete è tra i siti più seguiti e perciò esiste. Il programma lo ha inventato Mazzoli, appunto, e grazie a questo Mazzoli è diventato uno dei dj più famosi d’Italia. Da qui la voglia di celebrarsi eleggendo la propria storia a esempio. Perché è questo che Mazzoli suggerisce: se ce l’ho fatta io, chiunque può farcela. Basta volerlo. L’istruzione? Non serve. Sufficiente un po’ di faccia tosta, una parlata sciolta e poca vergogna. Ma anche pochi scrupoli, se per comperarsi una Porche a vent’anni basta rubare i soldi al padre e per tradire quello che reputi l’amore della tua vita, sia sufficiente il primo bel seno che ti passa davanti.
Così, quello che Mazzoli ci racconta attraverso una presuntuosa costruzione meta cinematografica, non è altro che un’ordinaria storia di una persona con poco talento, ma sempre ben sfruttato. Ma, come dicevamo, la vicenda di Mazzoli non può essere eletta a esempio, perché non può essere di nessun altro che di Mazzoli: l’uomo giusto al posto giusto e al momento giusto.

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Perciò On air più che uno spaccato della radiofonia italiana o dell’Italia stessa finisce per essere un banale film autocelebrativo che utilizza la collaborazione di sceneggiatori, come Ugo Chiti, direttori della fotografia, come Fabio Cianchetti, e attori come Giancarlo Giannini per sprecare un’occasione.

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