Mother’s day

Non è che ne rimanessero poi tante di festività libere da impegni cinematografici. Di Natale, capodanno e giorno del ringraziamento ne abbiamo in sovrabbondanza, anche con San Valentino e Halloween non siamo messi male. Nelle filmografie anche qualche Ferragosto, poi poco più. Di feste delle mamma nessuna, invece. A colmare il vuoto ci ha pensato uno dei registi più celebrativi del cinema, Garry Marshall: inventore di serie storiche come Happy Days e Mork & Mindy e regista del successo planetario Pretty Woman. Nel suo curriculum già troviamo Valentine’s Day e New Year’s Eve, così quest’ultimo Mother’s Day arriva quasi come naturale completamento di una trilogia ideale.

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Siamo a una settimana dal giorno della Festa della Mamma e Sandy (Jennifer Aniston) madre divorziata a tutto tondo, deve affrontare il nuovo matrimonio dell’ex marito, con naturale arriva di una neo mamma, più giovane e sexy di lei. Attorno alla sua storia quelle di Jesse (Kate Hudson) e di Gabi (Sarah Chalke) sposate, a insaputa dei genitori ultraconservatori, rispettivamente con un ragazzo di origini indiane e con la virago Max. E poi quella della neo mamma alla ricerca della mamma naturale e quella di Miranda (Julia Roberts), che ha sacrificato la maternità per il successo. Almeno così pare. E ancora: la madre defunta che ha lasciato sconsolato il marito e la madre che a un certo punto ha smesso di esserlo per ritrovare una propria identità. Insomma, tante facce stereotipate di una stessa grande figura, ma tutte disegnate con la stessa profondità psicologica che i creatori della Mattel hanno dotato le Barbie: stessa bambola con tanti vestitini diversi. Vero che Garry Marshall non ha mai fatto della analisi introspettiva la forza del suo cinema, ma in questo caso è andato proprio al risparmio. Meglio, ha abbondato di attori e personaggi, ma per sopperire a una mancanza di scrittura di base. Il risultato è che, in mezzo al deserto narrativo, il personaggio della Aniston è l’unico per il quale si siano spese più di due righe di sceneggiatura, regalandole qualche battuta salace e un carattere, se non originale, almeno spiritoso. Tutto intorno il trionfo dell’ovvio, del banale, dello scontato.

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