La comune

Un’utopia è tale se tale rimane. Nel momento in cui viene realizzata diviene immediatamente una contraddizione in termini. L’utopia è un obiettivo a cui tendere e se mai si raggiungesse svelerebbe le sue debolezze. L’utopia spesso è un bel sogno, affascinante nella sua inafferrabilità, crudele nella debolezza della realtà.

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Siamo negli anni Settanta, gli anni dei sogni più grandi dell’uomo stesso, l’età dell’utopia e Erik e Anna, una coppia di intellettuali, decidono insieme alla figlia Freja di dar vita a una comune nella grande villa appena ereditata da Erik, in un quartiere esclusivo di Copenhagen. Il sogno della comune è di Anna, nota giornalista televisiva, e Erik, architetto strutturalista, lo vuole condividere, per amore della moglie. Inizia così la realizzazione di un’idea, fatta di incontri, cene e feste. Ma amicizia, amore e unione possono convivere sotto lo stesso tetto solo se vissute sulla superficie della pelle, nel momento in cui entrano nella carne, mordono e fanno male. E quando Erik si innamora di una studentessa giovane, bella e intelligente e la porta nella comune, il sogno di Anna si trasforma in incubo. Il peggiore che potesse mai pensare di vivere. Thomas Vinterberg, firmatario del manifesto Dogma 95 insieme a Lars von Trier, dopo Il sospetto con La comune torna a analizzare il microcosmo umano. Se nel precedente si concentrava sulle relazione di una comunità di fronte al più turpe dei sospetti, con questo restringe ancora di più il campo e si concentra sulle debolezze del cuore di un piccolo gruppo di sognatori. Tra la commedia d’ambiente e il dramma intimista, il film non riesce sempre a tenere la barra dritta della narrazione e sbanda, come il cuore di Erik, come il senno di Anna. Così come non ci aveva convinto appieno Il sospetto, a maggior ragione questo La comune lascia perplessi: una storia convenzionale, ammantata di originalità solo dichiarata. Un po’ come le regole del decalogo Dogma 95, scritte, firmate, sbandierate e mai mantenute.

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