La macchinazione

Non so se sia il nostro Paese a non riuscire a liberarsi dei propri fantasmi, oppure siano proprio loro a voler stazionare pesanti sopra di noi e tornare ciclicamente. Vero è che casi come quello di Pasolini sono qualcosa che va al di là della semplice cronaca, per diventare specchio di un’epoca e simbolo di un’Italia lontana nel tempo ma sempre uguale a se stessa; però da lì a spingere un regista a realizzare l’ennesimo film sulla sua fine misteriosa ne passa. David Grieco ha lavorato con Pasolini, lo ha conosciuto e respirato e quando ti trovi a vivere l’arte con un gigante del genere qualcosa ti cambia dentro. La macchinazione diventa quindi l’omaggio dovuto che un allievo dedica al suo maestro, alla sua memoria e alla verità, ma purtroppo non aggiunge una sola riga di novità a quello che quel tragico omicidio ci ha insegnato. Che Pasolini fosse un simbolo da abbattere è risaputo, che i servizi segreti, le logge massoniche, la politica e la mafia avessero ordito una trama tanto macchinosa, quanto palesemente fasulla per eliminarlo lo abbiamo letto e visto mille volte. Che dentro il suo libro incompiuto Petrolio ci sarebbero potuti entrare segreti che avrebbero riscritto la storia dell’Italia degli anni Settanta non è una novità, così come è risaputo che la vita privata e quella pubblica di Pasolini fossero una sola magnifica rappresentazione della complessità dei sentimenti umani. Tutto già visto, tutto già sentito, tutto già conosciuto e, purtroppo, neppure presentato in una forma migliore di tante altre. Ranieri_Sardelli-1024x576

Perché forse è questo il limite maggiore del lavoro di Grieco: che alla indubbia passione per l’uomo e la storia non sia seguito un risultato all’altezza del coinvolgimento. La macchinazione è un film banale nella sua composizione artistica perché è più preoccupato a ricostruire l’atmosfera estetica di un’epoca che a trasmetterne i contrasti. Ed è anche un film confuso, perché continuamente ondivago tra indagine giornalistica e pettegolezzo intellettuale. A migliorare non lo aiutano certo gli attori: con Massimo Ranieri tutto concentrato ad assomigliare solo fisicamente a Pasolini e Libero De Rienzo a recitare sempre e solo se stesso.

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