Laurence Anyways

Il cinema di Dolan è un’esperienza unica. Ogni momento narrato, ogni inquadratura, ogni singolo dialogo non è mai banale e anche se lo fosse, nelle sue mani finisce per prendere una forma nuova. Dolan è un talento sfolgorante, un occhio potente capace di raccontare i sentimenti come pochi altri, un regista a volte ridondante, vero, ma straordinario anche nel suo debordare visivo. Dolan non è un regista semplice, perché complesse sono le emozioni umane e ridurle a una sola concatenazione progressiva significa perdersi qualcosa per strada. Allora, lasciamoci andare, facciamoci travolgere dalle immagini, dalle parole – urlate, sussurrate, sputate – dei suoi personaggi e viviamo liberi il cinema e le emozioni create da un genio di soli ventisette anni. Xavier Dolan è il presente e il futuro del cinema. Per il momento solamente i festival (Cannes prima degli altri) se ne sono accorti, ma è soltanto questione di tempo. L’Italia sta arrivando ora a scoprire il talento del regista canadese: lo scorso anno è stato distribuito Mommy e in questi mesi, nell’attesa dell’uscita di Juste a la fine du monde, vincitore del gran premio della giuria all’ultimo festival francese, i distributori stanno recuperando i lavori precedenti. laurenceanyways_01

Laurence  Anyways è un film del 2012 e racconta la trasformazione di un insegnante di lettere, Laurence Alia, che stanco di indossare la maschera che la società gli impone, decide di lasciare libero sfogo ai suoi impulsi. In Laurence vivono entrambi i sessi: quello interiore maschile, che gli fa vivere una storia d’amore grande come solo il cinema sa disegnare, con l’assistente cinematografica Fred, e quello esteriore che lo porta a manifestare la propria parte femminile. La decisione di Laurence arriva proprio quando la storia d’amore con Fred è al culmine e, malgrado la donna non veda altri che lui, la trasformazione la trova impreparata. Siamo negli anni Ottanta, quando tutto comincia, il film ci porterà alle soglie del nuovo secolo vivendo con Laurence e Fred, con il loro amore e le loro paure.
L’amore, ci dice Dolan, è una lunga storia fatta di egoismo e altruismo in cui ci si incontra e scontra. Il problema non è quando accade – perché accade -, ma con chi, perché se la persona con la quale ti trovi a vivere è l’unica per la quale varrebbe la pena farlo, ogni attimo diventa quello che vale una vita. Ogni attimo vissuto insieme, ogni attimo vissuto lontani.

La ballata di SadJoe

138_piatto_La_ballata_di_SadJoe

“Sei tu quella col talento”, le disse. “Mi piace SadJoe, è un bravo ragazzo, ma quella col talento sei tu”.

“Non so nemmeno cosa sia il talento “, ribattè lei. Poi tacque aspettando che lui le parlasse, ma Tabachnik non fiatò. Voleva darle un po’ di corda. Aveva scritto una canzone per il povero Joe, doveva almeno far finta di difenderlo.

“Non lo so se ci credo nel talento”, disse lei alla fine.

Tabachnik invece ci credeva, eccome. Una band della sua scuderia aveva aperto per Buddy Guy ad Atlanta e poi lui era rimasto a sentire il grande chitarrista. Mentre tornava in hotel aveva pensato: io non riuscirò mai a fare qualcosa così bene. Niente di drammatico, la maggiorparte delle persone si trovava nella sua stessa posizione. Era deprimente rendersi conto di far parte della massa dei senza talento, ma Tabachnik non ne faceva un dramma.

David Benioff

Il clan

Quando una dittatura arriva alla fine, rimane sempre dello sporco nascosto e quello negli angoli è più difficile da togliere. L’Argentina prova a scrollarsi di dosso il periodo più nero della sua storia solamente all’inizio degli anni Ottanta con il governo democratico di Alfonsin che faticosamente tentava di allontanarsi dai militari che l’avevano guidata fino a quel momento. In quel clima di spaesamento e incertezza vive la famiglia Puccio, un gruppo apparentemente normale con il padre, Arquimedes che gestisce un negozio di alimentari, la madre insegnante e i quattro figli, tra i quali Alex, giocatore di punta della squadra di rugby dei Los Pumas e idolo locale. Una famiglia, come tante, solo che questa è peggio. Da quando la giunta militare ha perso il potere tutte le persone che avevano collaborato con loro si trovano senza riferimenti e protezioni. E così anche per Arquimedes, uno che sotto traccia aveva sempre dato una mano a sbrigare le faccende più sporche. Lasciato solo l’uomo e coinvolgendo la famiglia, organizza una serie di rapimenti e estorsioni ai danni delle persone più facoltose della città. L’affare coinvolge tutti da Alex che adesca le vittime, alla madre che cucina per le vittime rinchiuse nello scantinato di casa, alle figlie che preferiscono rimanere sorde alle lamentele dei rapiti. Rapiti che, una volta pagato il riscatto, verranno uccisi per non lasciare tracce.

el-clan

La storia dei Puccio è vera. Tra il 1982 e il 1985 la famiglia rapì tre persone e ne uccise altrettante, godendo della copertura di quei militari che, malgrado il cambiamento politico, potevano ancora influenzare la guida del Paese. Ma la storia dei Puccio non è solamente la metafora di un periodo confuso e contraddittorio, bensì anche la rappresentazione tragica dell’istituzione famigliare: è all’interno del nucleo che nascono i crimini maggiori e sempre al suo interno vengono giustificati e reiterati. Non bisogna chiamarsi Corleone, Savastano o Hewitt (quelli di Non aprite quella porta, per intenderci) perché il cognome si coniughi con delitto, a volte è sufficiente un semplice, banale, ordinario Puccio.  Il film di Pablo Trapero (vincitore del Leone d’argento a Venezia 2015), Il clan, è prima di tutto una storia di famiglia, dei legami che la tengono unità ma anche delle meschinità e delle protervie che la sostengono. Arquimedes è un padre padrone manipolatore e subdolo che sfrutta l’idea di famiglia per coltivare la sua piccola dittatura, la stessa che lo aveva visto attore alla guida dello stato. I figli sono sua proprietà e ogni gesto, anche quello apparentemente più generoso, è compiuto solamente per appagare il proprio egoismo. Chi ne fa le spese maggiori è Alex che, malgrado il successo sportivo, non riuscirà mai ad affrancarsi dal padre. Neppure quando tutto sembrerà finito. Il clan è un film duro, spietato a tratti, e senza speranza (i titoli di coda che ci raccontano come le cose proseguirono ne sono l’esempio lampante) ma bello, avvincente, emozionante fino all’ultima inquadratura. La regia sincopata, il montaggio acronico e una colonna sonora spiazzante sono utilizzati alla perfezione da Trapero per dare corpo a un racconto disperato sulle miserie umane. L’interpretazione di Guillermo Francella-Arquimedes, poi è l’ingrediente che fa di un buon film, un film da ricordare.

La rabbia gentile di Ken Loach

Ha l’aria gentile dell’uomo mite Ken Loach. Il tono della voce pacato. Lo sguardo arguto, il sorriso dolce e sorpreso quando gli arrivano gli inevitabili complimenti per il suo ultimo film Io, Daniel Blake. Eppure, ogni sua parola detta ha la stessa consistenza della pietra che quando ti piove addosso fa male.La storia del film è quella di un anziano carpentiere e delle sue drammatiche vicissitudini con la burocrazia britannica. “La realtà che descrivo non è difficile trovarla in Inghilterra – ha detto il regista in conferenza stampa di presentazione del film a Locarno – Ogni settimana ci sono centinaia di famiglie che fanno fatica a trovare da mangiare. E, se mangiano, non hanno i soldi per accendere il riscaldamento. Questo non è accettabile, eppure noi facciamo finita che non esista. La burocrazia inglese è quella descritta da Kafka: ovunque si vada si trova un ostacolo. Se sei malato devi telefonare per cercare lavoro e per telefonare bisogna avere il cellulare e ogni chiamata costa. Uno è senza lavoro e quindi senza soldi e deve spendere soldi per trovare lavoro. Una trappola che lo stato sa di usare. E i più colpiti sono i disabili. A loro viene tolto il denaro. Questo non viene mai detto dai media”. Anche a questo servono i film di Ken Loach: a far emergere una realtà che spesso finisce tra le pieghe dell’indifferenza e degli egoismi personali. 

  La lotta di Daniel Blake è la lotta dell’uomo contro uno stato che ha smesso di essere sociale per trasformarsi in un mostro senza altro scopo se non il profitto. “L’idea che ci fosse un bene comune e che tutti potessimo lavorare per questo era un’idea che ha accompagnato la generazione del dopoguerra. Lo stato sociale nacque su questo e la politica si basava su quello. Poi arrivò il disastro Thatcher e il bene comune venne sostituito dalla cupidigia. Lo stato è un assassino, con i miei film spero di convincere chi non la pensa così”.

Io, Daniel Blake malgrado il finale amaro porta con se un messaggio di speranza. “La speranza è nella rabbia. Prima vi è la tristezza, ma successivamente deve essere la rabbia a prevalere. Una rabbia costruttiva a creare un movimento per cambiare la situazione. Dobbiamo associarci per creare un Europa diversa della gente, non uscire dall’Europa. La tecnologia in questo caso ci è amica e ci permette di farlo. Possiamo cambiare il sistema economico. La speranza è nei giovani e, infatti, la maggiorparte ha votato per rimanere in Europa. Forse quelli che sono sopra i sessant’anni non dovrebbero più votare”, chiosa sornione Ken Loach.

Io, Daniel Blake

Umano. Poi potete aggiungerci anche altri aggettivi: politico, commovente, arrabbiato, indomito, poetico. Ma fondamentalmente Io, Daniel Blake, l’ultimo bellissimo film di Ken Loach, vincitore della Palma d’Oro a Cannes e presentato nella Piazza Grande a Locarno, è umano. Un film di persone, sulle persone, per delle persone che vivono in un mondo oramai a dimensione di multinazionale, un non luogo dove la responsabilità pare non essere mai di nessuno e il sopruso si trasforma in regola. Ed è in momenti come questo che ti ricordi quanto importante sia il cinema con la sua capacità di raccontare storie, di farle scorrere sotto pelle e arrivare dritte al cuore. È con autori integri e rigorosi come Ken Loach che il cinema riacquista la sua capacità catartica e torna a essere il mezzo più efficace per trasmettere un messaggio. Daniel Blake è un carpentiere sessantenne, vedovo, appena colpito da un infarto. Il medico gli impedisce di tornare al lavoro, così all’uomo non resta che rivolgersi ai servizi sociali per ottenere un’indennità di disoccupazione. Ma se logicamente il diritto sarebbe più che dovuto, le ragioni illogiche dalla burocrazia hanno la meglio sulla ragione. E Daniel, “tenace come un cane con l’osso”, comincia una battaglia personale contro lo Stato per affermare i propri diritti, ma soprattuto se stesso, il suo essere uomo e cittadino. 

 Giocato su registri differenti – il film parte come una commedia amara e ironica, per trasformarsi in dramma sociale – Io, Daniel Blake è un film sincero e onesto come il suo autore: un regista che non ha mai smesso di denunciare lo smantellamento dello stato sociale, operato dalla Thatcher negli anni Ottanta, come l’inizio della fine dei diritti dell’uomo. Uno stato sociale che finisce di essere un servizio per il cittadino per trasformarsi in un incubo kafkiano in cui i diritti, definiti fondamentali e irrinunciabili, nella realtà bisogna conquistarli continuamente, anche col sacrificio personale. Io, Daniel Blake non è un film rivoluzionario dal punto di vista tecnico o narrativo, ma da quello umano perché riporta l’uomo al centro della storia e, suo malgrado, ne fa eroe. Non uno di quelli destinati a essere cantati dai libri di storia, ma un eroe che nel cinema troverà la sua giusta memoria.

Suspiria

Scrivere qualcosa di nuovo su un film che da quasi quarant’anni fa parlare di se, non solo è inutile ma anche impossibile. Così facciamo che, per una volta, giochiamo lo stesso gioco e fingiamo di essere ancora nel 1977 e di avere la fortuna di vedere sul grande schermo un film psichedelico, delirante e innovativo con in sala lo stesso regista, pronto a raccontare aneddoti e rispondere alle curiosità. E il gioco è venuto bene perché Dario Argento (presidente della giuria dei Cineasti del Presente alla 69esima edizione del Festival del Film Locarno) era effettivamente in sala a rivedersi Suspiria e a rabbrividire col pubblico.La storia è semplice, al limite del banale: una giovane ballerina americana, Suzy Banner, si reca a Friburgo per frequentare i corsi di una prestigiosa accademia di danza. Ma dalla sera del suo arrivo alla fine del film per Suzy sarà solamente una discesa nella follia, contornata da una serie di morti misteriose. Suspiria fu il film che seguì il grande successo di Profondo Rosso e segnò il cambio di rotta del regista: se fino a quel momento tutti i sui film (tranne lo storico-politico Le cinque giornate) erano stati caratterizzati da una trama fondamentalmente gialla, con Suspiria inizia il periodo ancora più sperimentale del precedente in cui la storia viene sacrificata alle immagini, ai suoni e alle emozioni.

  
La fotografia dai colori esasperati, la musica importante e la violenza esaltata nei dettagli formano gli elementi essenziali di un quadro dove tanti differenti correnti artistiche si mescolano creando un genere completamente nuovo. “Quando ho scritto il film – ha raccontato Dario Argento – pensavo a delle bambine come protagoniste. Poi i produttori mi dissero che non si poteva fare, così ho alzato le età delle protagoniste ma le ho fatte recitare come se fossero bambine. Anche gli ambienti sono pensati per i bambini: se guardate le maniglie delle porte sono ad altezza inferiore del normale. Nella mia testa erano bambine e così sono rimaste”.

Suspiria è un film di donne. Gli unici uomini che hanno un minimo di ruolo all’interno sono Flavio Bucci, il pianista cieco, e Miguel Bosè, il ballerino omosessuale: tutto intorno solo donne. “È stato bello dirigere così tante donne – ha detto ancora il regista romano – Nel mio cinema spesso mi sono trovato a lavorare con loro e, di conseguenza ne ho ammazzate tante. Non me pento e devo dire che mi è anche piaciuto ucciderle. A dire il vero, anche a loro è piaciuto essere ammazzate sullo schermo da me. Non a tutte: Jennifer Connelly, la protagonista di Opera, con la quale avevano litigato tanto sul set, non ne poteva più a avrebbe voluto scappare. In una scena era legata imbavagliata a una sedia e sarebbe dovuta essere ferita da delle forbici. Come sempre la scena la provavo io prima degli attori e quando mi avvicinai minaccioso con le forbici, lei quasi svenne dalla paura”. Come recitava un annuncio di un vecchio programma Rai presentando proprio Suspiria: “genitori, mettete a letto i bambini: arriva Dario Argento”.