Io, Daniel Blake

Umano. Poi potete aggiungerci anche altri aggettivi: politico, commovente, arrabbiato, indomito, poetico. Ma fondamentalmente Io, Daniel Blake, l’ultimo bellissimo film di Ken Loach, vincitore della Palma d’Oro a Cannes e presentato nella Piazza Grande a Locarno, è umano. Un film di persone, sulle persone, per delle persone che vivono in un mondo oramai a dimensione di multinazionale, un non luogo dove la responsabilità pare non essere mai di nessuno e il sopruso si trasforma in regola. Ed è in momenti come questo che ti ricordi quanto importante sia il cinema con la sua capacità di raccontare storie, di farle scorrere sotto pelle e arrivare dritte al cuore. È con autori integri e rigorosi come Ken Loach che il cinema riacquista la sua capacità catartica e torna a essere il mezzo più efficace per trasmettere un messaggio. Daniel Blake è un carpentiere sessantenne, vedovo, appena colpito da un infarto. Il medico gli impedisce di tornare al lavoro, così all’uomo non resta che rivolgersi ai servizi sociali per ottenere un’indennità di disoccupazione. Ma se logicamente il diritto sarebbe più che dovuto, le ragioni illogiche dalla burocrazia hanno la meglio sulla ragione. E Daniel, “tenace come un cane con l’osso”, comincia una battaglia personale contro lo Stato per affermare i propri diritti, ma soprattuto se stesso, il suo essere uomo e cittadino. 

 Giocato su registri differenti – il film parte come una commedia amara e ironica, per trasformarsi in dramma sociale – Io, Daniel Blake è un film sincero e onesto come il suo autore: un regista che non ha mai smesso di denunciare lo smantellamento dello stato sociale, operato dalla Thatcher negli anni Ottanta, come l’inizio della fine dei diritti dell’uomo. Uno stato sociale che finisce di essere un servizio per il cittadino per trasformarsi in un incubo kafkiano in cui i diritti, definiti fondamentali e irrinunciabili, nella realtà bisogna conquistarli continuamente, anche col sacrificio personale. Io, Daniel Blake non è un film rivoluzionario dal punto di vista tecnico o narrativo, ma da quello umano perché riporta l’uomo al centro della storia e, suo malgrado, ne fa eroe. Non uno di quelli destinati a essere cantati dai libri di storia, ma un eroe che nel cinema troverà la sua giusta memoria.

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