Il clan

Quando una dittatura arriva alla fine, rimane sempre dello sporco nascosto e quello negli angoli è più difficile da togliere. L’Argentina prova a scrollarsi di dosso il periodo più nero della sua storia solamente all’inizio degli anni Ottanta con il governo democratico di Alfonsin che faticosamente tentava di allontanarsi dai militari che l’avevano guidata fino a quel momento. In quel clima di spaesamento e incertezza vive la famiglia Puccio, un gruppo apparentemente normale con il padre, Arquimedes che gestisce un negozio di alimentari, la madre insegnante e i quattro figli, tra i quali Alex, giocatore di punta della squadra di rugby dei Los Pumas e idolo locale. Una famiglia, come tante, solo che questa è peggio. Da quando la giunta militare ha perso il potere tutte le persone che avevano collaborato con loro si trovano senza riferimenti e protezioni. E così anche per Arquimedes, uno che sotto traccia aveva sempre dato una mano a sbrigare le faccende più sporche. Lasciato solo l’uomo e coinvolgendo la famiglia, organizza una serie di rapimenti e estorsioni ai danni delle persone più facoltose della città. L’affare coinvolge tutti da Alex che adesca le vittime, alla madre che cucina per le vittime rinchiuse nello scantinato di casa, alle figlie che preferiscono rimanere sorde alle lamentele dei rapiti. Rapiti che, una volta pagato il riscatto, verranno uccisi per non lasciare tracce.

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La storia dei Puccio è vera. Tra il 1982 e il 1985 la famiglia rapì tre persone e ne uccise altrettante, godendo della copertura di quei militari che, malgrado il cambiamento politico, potevano ancora influenzare la guida del Paese. Ma la storia dei Puccio non è solamente la metafora di un periodo confuso e contraddittorio, bensì anche la rappresentazione tragica dell’istituzione famigliare: è all’interno del nucleo che nascono i crimini maggiori e sempre al suo interno vengono giustificati e reiterati. Non bisogna chiamarsi Corleone, Savastano o Hewitt (quelli di Non aprite quella porta, per intenderci) perché il cognome si coniughi con delitto, a volte è sufficiente un semplice, banale, ordinario Puccio.  Il film di Pablo Trapero (vincitore del Leone d’argento a Venezia 2015), Il clan, è prima di tutto una storia di famiglia, dei legami che la tengono unità ma anche delle meschinità e delle protervie che la sostengono. Arquimedes è un padre padrone manipolatore e subdolo che sfrutta l’idea di famiglia per coltivare la sua piccola dittatura, la stessa che lo aveva visto attore alla guida dello stato. I figli sono sua proprietà e ogni gesto, anche quello apparentemente più generoso, è compiuto solamente per appagare il proprio egoismo. Chi ne fa le spese maggiori è Alex che, malgrado il successo sportivo, non riuscirà mai ad affrancarsi dal padre. Neppure quando tutto sembrerà finito. Il clan è un film duro, spietato a tratti, e senza speranza (i titoli di coda che ci raccontano come le cose proseguirono ne sono l’esempio lampante) ma bello, avvincente, emozionante fino all’ultima inquadratura. La regia sincopata, il montaggio acronico e una colonna sonora spiazzante sono utilizzati alla perfezione da Trapero per dare corpo a un racconto disperato sulle miserie umane. L’interpretazione di Guillermo Francella-Arquimedes, poi è l’ingrediente che fa di un buon film, un film da ricordare.

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