Ma Loute

È un’umanità sull’orlo del precipizio, incapace di rimanere in piedi e tuttavia totalmente inconsapevole di ciò che gli sta accadendo attorno. Un’umanità degenerata e tonta, quella rappresentata da Bruno Dumont: la stessa umanità che da da lì a pochi anni si sarebbe trovata travolta quasi a sorpresa da una prima guerra mondiale. Siamo nel nord della Francia a inizio ‘900. In un piccolo villaggio di pescatori arriva a trascorrere le vacanze nella propria elegante dimora la ricca famiglia Van Peteghem: marito, moglie, due figlie e una nipote. Quest’ultima, Billie, gioca con la propria sessualità ambigua facendo innamorare Ma Loute Brefort, giovane raccoglitore di cozze e traghettatore a braccia di professione. I Brefort, abitanti del luogo, non vedono di buon occhio l’arrivo dei ricchi Van Peteghem e di conseguenza anche la relazione tra i due giovani. Ma su quel tratto di costa francese aleggia anche un mistero: le persone scompaiono e il debordante commissario Machin, accompagnato dal suo assistente, indagano senza arrivarne alla conclusione. Infatti, quella Dumont è un’umanità incapace di vedere la realtà che le si para di fronte, incapace di guardasi dentro per paura di scoprire quello che potrebbe trovarci. Le due famiglie nascondono segreti terribili (cannibalismo e incesto) che vivono però in modo assolutamente normale e totalmente inconsapevole.

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Bruno Dumont, filosofo e regista, con Ma Loute sceglie di raccontare l’uomo attraverso la lente deformata del grottesco: situazioni assurdamente esagerate e recitazione sopra le righe immerse però in un’atmosfera severamente elegante, come la costa oceanica se essere. Anche la regia, sempre morbida e aerea, va in contrasto con le situazioni narrate creando una dissonanza a volte persino fastidiosa. Dumont non è un regista semplice, un po’ sopravvalutato – soprattuto in patria -, sicuramente vanesio perché nel suo cinema troppe volte la forma prevale la sostanza e, come in questo caso, la messinscena pare troppo grande rispetto il messaggio.

Su nel Michigan

 

_57“Per tutto il tempo che Jim rimase via, a caccia di daini, Liz pensò a lui. Era terribile che lui fosse via. Pensandoci Liz non poteva dormire ma in fondo scoprì che pensarci era anche piacevole. Lasciarsi andare era meglio. La notte prima del loro ritorno Liz non dormì affatto, ossia credette di non dormire dato che tutto era confuso tra lo strare sveglia effettivamente e il sogno di stare sveglia. Quando vide il carro arrivare lungo la strada sentì qualcosa dentro mancarle e quasi farle male. Non ne poteva più di non vedere Jim, non poteva più aspettare, le sembrava che tutto sarebbe stato magnifico appena egli fosse arrivato. Il carro si fermò sotto il grande olmo, Liz e la signora Smith uscirono fuori. Gli uomini avevano tutti la barba lunga e c’erano sul carro tre daini con le zampe protese rigide in alto al di sopra delle spallette del carro. La signora Smith baciò D.J., che la sollevò tra le sue braccia. Jim disse: – Ciao Liz – e sorrise. Liz non aveva saputo immaginare cosa sarebbe successo al ritorno di Jim ma era certa che qualcosa sarebbe successo. Invece non era successo niente. Gli uomini erano tornati a casa, e questo era tutto. jim tolse i teli che coprivano i daini e Liz guardò. Uno era un grande maschio. Era rigido e fu difficile sollevarlo dal carro.

Bridget Jones’s Baby

È un bel personaggio quello creato da Helen Fielding: piace alle donne perché racchiude in se tutte le paure, le debolezze ma anche la tenacia femminile; piace agli uomini perché tenera, goffa, comica e molto donna. Con un carattere del genere difficile non arrivare al cuore del pubblico. E la Fielding ci riuscì benissimo, quando a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il Duemila vendette milioni di copie del Diario della sua eroina, proto blogger per eccellenza e simbolo di una nuova femminilità. Quindici anni dopo il primo film Bridget Jones ritorna: la ritroviamo a festeggiare il suo 43esimo compleanno, sola sul divano di casa sua in compagnia di un triste pasticcino con posata sopra una sola candelina accesa. Ma non è più tempo di piangersi addosso a ritmo di All by myself, adesso Bridget è una donna che ha deciso di prendere in mano la propria vita e accettarla così com’è. Dei suoi due amori storici ne è rimasto soltanto uno, Mark Darcy, sposato con un’altra donna, mentre il vanesio Daniel ha perso la vita in un incidente aereo. O almeno così pare.

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Così Bridget decide di seguire la sua amica conduttrice televisiva ad un mega raduno musicale per perdere la testa e lasciarsi andare al primo che passa. E il primo è Jack, un bell’americano misterioso con il quale trascorre una notte in tenda. Ma quando sembra che una nuova storia possa iniziare, ecco riapparire Mark in procinto di divorziare e sempre pronto a riaccendere il cuore di Bridget, che se non è alimentato da almeno un paio di fuochi non è contento. Lo schema quindi ritorna ad essere quello classico, complicato questa volta dall’arrivo di un bambino, anche se nessuno sa stabilire chi sia il vero padre. Per essere un terzo capitolo e arrivare così tanti anni dopo il primo, Bridget Jones’s Baby non sembra sentire il passare del tempo. Merito di una sceneggiatura che va sul sicuro e una regia rodata, oltre al solito cast brillante con Patrick Dempsey al posto di Hugh Grant e l’arrivo di una straordinaria Emma Thompson, cinica ostetrica degna di Bridget Jones. Il ritmo alto, una buona colonna sonora e almeno un paio di situazioni divertenti poi lo rendono ancora più appetibile. Certo, non aspettatevi di sorprendervi, perché tutto è volutamente annunciato, ma a volte avere qualche sicurezza tranquillizza.

Questi giorni

Un’altra giovinezza è possibile. O meglio, è possibile un’altro tipo di rappresentazione dei vent’anni che non abbia la trivialità di una commedia americana o lo sguardo ruffiano di Muccino. Il pregio maggiore del film di Giuseppe Piccioni sta proprio in questa sua capacità di dare voce e corpo a delle ventenni come ce ne tante nella vita vera, ma che cinematograficamente sono meno allettanti di quelle spesso rappresentate sullo schermo. Perché alla fine il dubbio è sempre questo: è il cinema a rappresentare la realtà o è la sua rappresentazione a crearla? Questi giorni non è un bel film. È pieno di difetti e alcune note stonate, ma è umano, sincero. E non è poco chiedere a un film che faccia affiorare i sentimenti e li rappresenti con coerenza e passione.

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Caterina, Liliana, Anna e Angela sono quattro amiche che hanno da poco passato i vent’anni. Vivono la realtà di una città di provincia senza eccessi e trasgressioni, ma non per questo non hanno problemi, timori e insicurezze. La prima ha ricevuto una proposta di lavoro in un bell’hotel a Belgrado e ha scelto di accettarla. Le altre decidono di accompagnarla portandosi dietro quello dal quale vorrebbero scappare: una malattia, un innamoramento scomodo, una gravidanza agli inizi. Il viaggio, come spesso accade, fornirà a tutte un momento di svolta e la possibilità di pensare un nuovo inizio. Perché così è la vita, ci dice Piccioni: un viaggio (e neanche tra i più affascinanti) con delle persone care, ma fatto da tante piccole e grandi partenze. Attimi che dimostrano inequivocabilmente come il senso di eternità sia soltanto un’illusione dell’età. Una spaventosa e destabilizzante consapevolezza.
Il Festival di Venezia, dove Questi giorni è stato presentato senza grande successo, ha sempre riservato a Piccioni un posto per il suo cinema, fin dai tempi dell’esordio con Il Grande Blek. E quest’ultimo film può essere visto come il naturale proseguimento di quel bell’esordio. Se all’epoca un giovane Piccioni si voltava verso gli anni Cinquanta per raccontare la gioventù, ora più maturo preferisce guardare avanti e raccontare una giovinezza in divenire. Un’età dove le energie sembrano non finire mai e dove agli adulti (Timi e Rubini troppo macchiettistici e Buy che si riscatta nel finale) viene riservato solo il ruolo di gentili, goffe e inaffidabili comparse.

Alla ricerca di Dori

A questo punto bisogna cominciare a convincersi che l’operazione Toy Story 2 fosse la classica eccezione alla regola. Raramente i capitoli successivi a un grande successo mantengono le aspettative, ma la Pixar era riuscita a scardinare anche questo assunto quando nel 1999 realizzò un sequel ancora più bello e avvincente del primo Toy Story del 1995. Poi ne è arrivato anche un terzo, dignitoso ma non ai livelli dei primi due capitoli. L’operazione venne ripetuta anche con Cars ma la seconda avventura rimase ben lontana dal primo straordinario film. Ora, tredici anni dopo Alla ricerca di Nemo, Lasseter e compagni ci riprovano raccontandoci le avventure dei pesci più famosi del cinema ma dal punto di vista di Dori, la pesciolina smemorata che aiuta Marlin a ritrovare il figlio Nemo. Le premesse c’erano tutte: personaggi corposi e ben saldi nella memoria del pubblico anche dopo tanti anni, ambientazione spettacolare perfetta per esaltare i miracoli della grafica e una miscela di humour e tenerezza capace di far sobbalzare i cuori di tutte le età. Il risultato però è così così, Alla ricerca di Dori infatti vorrebbe essere un nuovo film ma finisce per essere solamente una versione accelerata del primo: una nuova avventura dove la preoccupazione principale pare quella di soddisfare più le esigenze del 3D (tante le scene di corse, inseguimenti e capitomboli solo fini a se stesse), che quelle della narrazione pura e semplice. Alla ricerca di Dori non è un buon film perché non ha il cuore del primo, i personaggi sono già formati e non crescono con il succedersi degli eventi, dandoti la sensazione di assistere a un’avventura piacevolmente ritmata ma fondamentalmente inutile.

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Protagonista della storia è Dori che, ricordandosi all’improvviso di aver perso i propri genitori da piccola, vorrebbe ritornare da loro. La memoria va e viene e ogni tanto le fornisce delle tracce: veniamo a sapere che Dori è nata in un grande parco acquatico della California e che i genitori dovrebbero essere ancora li. Compito della brigata perciò è quello di accompagnare la pesciolina azzurra al parco per ricongiungersi.  Un viaggio dove ci si perde e ci si ritrova più e più volte, dove si conoscono nuovi amici – il polpo che sogna di scappare dal Parco, il Beluga con il sonar difettoso e la balenottera miope (oltre due leoni marini che ricordano tanto i cani Napoleone e Lafayette de Gli Aristogatti e che sono la cosa più divertente del film) –  e si scopre perché Dori sa leggere e parlare il balenese. Il tutto tra mille colori e poca magia.

La famiglia Fang

È un periodo così. Il cinema, come spesso accade, è uno dei modi più efficaci per leggere e comprendere la realtà. Così mentre la politica ci ammorba con sterili discussioni su quale famiglia sia la migliore possibile, il cinema ci ricorda quali e quante sfaccettature questa istituzione abbia, quali possano essere i pregi, le debolezze, quali le contraddizioni. La famiglia non è un golem come vogliono farci credere, ma neppure un moloc. O forse è entrambe le cose. E prima ce ne rendiamo conto, prima faremo pace con noi stessi, con i nostri pregiudizi e sapremo scrivere una nuova storia dove il termine famiglia possa avere un significato nuovo.

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Annie e Baxter sono fratelli, vivono ai due lati opposti degli Stati Uniti e la prima è un’attrice divisa tra l’impegno del cinema indipendente e il pettegolezzo da rotocalco, mentre il secondo è uno scrittore in attesa dell’ispirazione per il proprio rilancio nell’editoria. I due sono figli di Caleb e Camille Fang, una coppia di artisti performer che ha costruito tutta la propria vita a rappresentare l’arte: i quattro Fang, finché hanno vissuto insieme, trasformavano le loro giornate in eventi e quella che avrebbe dovuto essere un’ordinaria vita familiare in esibizione pubblica. Una corsa a perdifiato che per i genitori rappresentava lo scopo dell’esistenza e per i figli (conosciuti dal grande pubblico come Figlia A e figlio B) una straordinaria variazione ai giochi dell’infanzia. Ma come tutti i giochi, anche quello inscenato dai Fang era destinato a finire. Solo quando Baxter rimane ferito e ha bisogno della famiglia, ecco che i Fang potrebbero avere una seconda vita e ricominciare da dove tutto era finito. Sono trascorsi vent’anni e le ferite apertesi allora non solo non si sono rimarginate, ma sono destinate a aprirsi in uno squarcio irreparabile.
Dopo l’esordio alla regia con Bad Words, Jason Bateman (Arrested development in tv e Juno) ha preso l’omonimo romanzo di Kevin Wilson e ne ha tratto un film divertente e amaro allo stesso tempo. La narrazione cinematografica, figlia di tanto cinema indipendente che Bateman ha sempre respirato, mescola realtà e fantasia quasi a volerci convincere della reale esistenza della famiglia Fang nell’empireo artistico mondiale. O, meglio, a volerci confondere, proprio come accade agli ignari spettatori delle loro performance e agli stessi figli Fang, vittime ignare di un disegno più grande di loro.
La famiglia Fang è un buon film, intelligente, ben scritto e recitato (Kidman e Walken una garanzia), ma sopratutto piacevolmente perfido, ma solo come possono essere perfidi e subdoli certi legami familiari.