Ma Loute

È un’umanità sull’orlo del precipizio, incapace di rimanere in piedi e tuttavia totalmente inconsapevole di ciò che gli sta accadendo attorno. Un’umanità degenerata e tonta, quella rappresentata da Bruno Dumont: la stessa umanità che da da lì a pochi anni si sarebbe trovata travolta quasi a sorpresa da una prima guerra mondiale. Siamo nel nord della Francia a inizio ‘900. In un piccolo villaggio di pescatori arriva a trascorrere le vacanze nella propria elegante dimora la ricca famiglia Van Peteghem: marito, moglie, due figlie e una nipote. Quest’ultima, Billie, gioca con la propria sessualità ambigua facendo innamorare Ma Loute Brefort, giovane raccoglitore di cozze e traghettatore a braccia di professione. I Brefort, abitanti del luogo, non vedono di buon occhio l’arrivo dei ricchi Van Peteghem e di conseguenza anche la relazione tra i due giovani. Ma su quel tratto di costa francese aleggia anche un mistero: le persone scompaiono e il debordante commissario Machin, accompagnato dal suo assistente, indagano senza arrivarne alla conclusione. Infatti, quella Dumont è un’umanità incapace di vedere la realtà che le si para di fronte, incapace di guardasi dentro per paura di scoprire quello che potrebbe trovarci. Le due famiglie nascondono segreti terribili (cannibalismo e incesto) che vivono però in modo assolutamente normale e totalmente inconsapevole.

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Bruno Dumont, filosofo e regista, con Ma Loute sceglie di raccontare l’uomo attraverso la lente deformata del grottesco: situazioni assurdamente esagerate e recitazione sopra le righe immerse però in un’atmosfera severamente elegante, come la costa oceanica se essere. Anche la regia, sempre morbida e aerea, va in contrasto con le situazioni narrate creando una dissonanza a volte persino fastidiosa. Dumont non è un regista semplice, un po’ sopravvalutato – soprattuto in patria -, sicuramente vanesio perché nel suo cinema troppe volte la forma prevale la sostanza e, come in questo caso, la messinscena pare troppo grande rispetto il messaggio.

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