Il quesito della Susi

susi    Un grosso corvo volò sgraziatamente verso il baffo più alto di un’antenna televisiva. Si posò, si fece un po’ di toeletta e poi si guardò intorno. Si era fermato per digerire quel pezzo di topo maciullato che aveva beccato allegramente sulla strada, fino a che un bicicletta non era arrivata velocemente a spostarlo. Lo spavento gli aveva fatto andare di traverso l’ultimo boccone e quel baffo bello alto ora era perfetto per riprendere le forze e forse tornare alla carogna. Fece due piccoli passi di lato, diede una scrollata alle ali e guardò in basso. Gracchiò due volte al cielo e a me venne in mente il quesito della Susi. Lui si alzò in volo e spari alla vista.
Ci deve essere un momento in cui tutte le delusioni, le amarezze di una vita si fanno strada e dal cuore salgono al viso. La vecchia che mi ha appena superato in fila alla cassa del supermercato ha un grugno stizzito, la mascella spostata in avanti e la piega della bocca verso il basso. Non vorrei essere suo nipote, giuro, perché deve averne passate tante, deve averne ingoiati di bocconi storti, che la carogna del corvo ancora passa per una prelibatezza. E forse, lì dentro di spazio per la tenerezza non ce n’è proprio più. Sarà il fatto che l’orizzonte della vita si fa più stretto o che proprio ne hai le palle piene di una vita che a un certo punto ha smesso di stupirti, ma sono tanti i vecchi qui intorno a me che hanno lo stesso buio sul volto. Forse un giorno finirò anch’io così.
“Guarda che se ci metti un 10000 euro in più ti puoi prendere una 520. E vuoi mettere?”.
“See, allora a quel punto passo alla SLK”.
“E poi dove li metti i bagagli? Cazzo, quando vi muovete sembrate il Circo Togni”.
Massimo, Giorgio e Luca sono gli amici di sempre. La pizzeria in piazza del Mercato è un po’ la nostra seconda casa: quando abbiamo voglia di far finta che siamo sempre gli stessi quattro che si trovavano a passare i pomeriggi appoggiati ai motorini a parlare di niente, ci troviamo qui e lasciamo tutto il resto fuori. Stasera, al secondo giro di birre, si è finiti a parlare di automobili. A me, dall’alto del mio Berlingo di seconda mano, non è importi molto, ma mi piace sempre sentirli parlare e prendersi in giro. Non mi ricordo che ci sia mai stato un litigio tra noi. Neanche uno in trent’anni che ci conosciamo.
“L’ultima volta siete partiti con canotto già gonfiato… SLK… ma va a cagare…”.
“E la Evoque della Land Rover? Stesso prezzo e il canotto ci sta”.
Funziona così, a turno uno di noi finisce sotto tiro degli altri per una scemenza che gli è scappata e subisce finché ce n’è. Questa volta è toccato a Luca, alla nuova macchina che vorrebbe comperare e ai bagagli che moglie e quattro figlie si portano sempre dietro ogni volta che si spostano anche per un fine settimana.
“See, prendetemi in giro, intanto ci sono io dentro a Sex and the City. Cazzo, ieri a cena hanno parlato di cicli mestruali per tutto il tempo. A un certo punto mi hanno anche chiesto un parere. Oramai mi considerano una di loro”.
Luca è stato il primo di noi a sposarsi, ha sfornato una figlia dietro l’altra e ora deve lavorare come un matto per tenere in piedi la baracca.
“Oggi ho visto un corvo”, dico io all’improvviso. Mi guardano straniti, anche se sono abituati a queste uscite estemporanee. “Mi è tornata in mente la Susi”.

La Susi in realtà si chiamava Veronica e lavorava al bar del Vince, un nostro compagno di scuola che ad un certo punto mollò tutto per andare a lavorare con i genitori. Il Vince teneva sempre un tavolino per noi che potevamo capitare lì ad ogni ora della giornata: mattina o pomeriggio. Arrivavamo e lui ci chiedeva della scuola che aveva lasciato. Se qualcuno di noi saltava le lezioni e gli piombava nel bar alle 8 del mattino, il Vince lo rimproverava con lo sguardo, ma sotto era contento come una pasqua perché gli pareva di essere ancora uno studente. Un giorno il Vince arriva asciugandosi le mani e ci dice ha appena assunto una ragazza bellissima. “Si chiama Veronica, ha un paio di anni più di noi. Questa mi sa che la tengo. In nero, sia chiaro”, disse strizzando l’occhio. Giorgio sta già chiedendo delle tette, quando arriva una biondina minuta con una magliettina a righe a chiedere le ordinazioni. “Cazzo, ma sei la Susi della Settimana Enigmistica – le dice Massimo senza neanche pensarci un secondo.
La Susi della Settimana Enigmistica era il personaggio di un quiz a vignette in cui una ragazzina ye ye rompeva i coglioni agli amici proponendogli giochi di logica al limite dell’impossibile. Peggio della Susi c’era solo un corvo parlante che, saltabeccando da un ramo all’altro, gracchiava frasi sconnesse. Comunque, a parte il quesito che nessuno riusciva mai a svelare, gli amici la Susi probabilmente se la facevano andare bene solo perché era una fighettina mica da ridere, con quel vitino stretto e le tettine a punta. Fosse stata un cesso l’avrebbero presa a calci fino alla Pagina della Sfinge. E Veronica era proprio così: fighettina, con le tette a punta e la vita stretta. Poi quella volta si era messa pure la magliettina a righe, ci credo che Massimo non seppe trattenersi. Da quel momento Veronica divenne Susi e tutti noi saremmo stati pronti a iscriverci a ingegneria pur di rispondere alle sue richieste strampalate. susy-tempo2

“Cos’è ti sei accorto ora, dopo trent’anni, che la Susi ti ha spezzato il cuore?”. “Nooo, non l’avete ancora capito che dopo l’ultimo compleanno gli è partito l’embolo della malinconia?”. “Cazzo, stai diventando peggio di Fabio Fazio: tra un po’ parti a cantare i Cugini di Campagna”. La storia della Susi era durata tutto l’inverno e l’estate successiva. Cioè, lei serviva ai tavoli, chiacchierava, a volte ammiccava, ma la cosa finiva lì. Così il gioco e la curiosità dopo un po’ di tempo finirono. Per noi, ma non per il Vince. Lui con la Susi ci stava fianco a fianco tutto il giorno, tutti i giorni. E la testa un certo punto gli era partita. Una sera erano anche usciti insieme e si erano baciati e per il Vince fu il disastro.
Sono gli sguardi spaesati che mi mettono tristezza. Sono sguardi acquosi e spenti, come se avessero già visto quello che potrebbe accadere ad ogni momento della giornata e non avessero più speranza alcuna. Anche la voce cambia, si fa più flebile, un sussurro a volte. Il vecchio al bancone del bar ha dovuto ordinare due volte il caffè perché il garzone glielo servisse. E ora gira lo zucchero con lentezza, come neanche Eduardo in Napoli Milionaria saprebbe fare. È il tempo che non trascorre e quando lo fa ti ritrovi a guardare mani appassite piene solo di ricordi. Un tempo pensavo che sarei stato bravo a riempire tutte quelle ore vuote che mi sarei trovato a gestire. Adesso ho paura che non basterebbero tutti i libri e i film del mondo a riempire il vuoto dell’abisso che ti si spalanca davanti. E allora cerchi di riempire quell’abisso di ricordi, perché cadendo ti faccia meno male. Perché tu possa smettere di cadere senza fine.
“Mi sono venuti in mente la Susi, il Vince e noi in quegli anni” – dico io, ormai pronto a subire la gragnuola di colpi di ritorno. “Ricorda: nessuno guarisce dalla propria infanzia”, cita Luca con aria saggia. “E chi l’avrebbe detta questa? Alberoni o Morelli?” “Zerocalcare”. “Azzo, massimo rispetto”. “Ho visto il Vince”, interviene Massimo spiazzando tutti.
Il Vince per la la Susi aveva veramente sbroccato: aveva litigato coi genitori e se ne era andato a lavorare per conto suo. Ma aveva fallito in tutto, con la Susi e col lavoro. Un fallimento dopo l’altro, un fallimento a causa dell’altro. A un certo punto se ne erano perse le tracce. Il fratello ci aveva detto che viveva a Modena e aveva aperto un chiosco alla stazione. Poi, alla morte dei genitori era tornato in città. “Ha aperto un bar a G., ci sono capitato per caso due settimane fa”. “A G.! Cazzo ma le sfighe te le vai a cercare. Hanno appena aperto la circonvallazione, ma chi ci passa più da G.?” “Vero, è un po’ come se aprissi un bar a Radiator Spring, ma prima che arrivasse Saetta”. “Dovremmo passare a trovarlo, comunque”. “Non vuole vederci – dice Massimo con un filo di voce – non vuole vedere nessuno del suo passato. E a G. è andato proprio per questo: per ridurre al minimo la probabilità di incontrare qualcuno che lo conoscesse”.
Si comincia così, forse, quando una delusione arriva più forte delle altre. Magari passi una vita a deglutire storto, poi arriva un boccone diverso dagli altri, non più grosso né più amaro, solo diverso, e a quel punto tutto cambia sapore. Sarà successo così alla vecchia in fila? All’uomo del caffè? Al Vince? Sarà successo così anche al corvo?

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