Lettere da Berlino

Il nazismo, come ogni sistema totalitario, non ha avuto un solo modo per affermarsi. Il più conosciuto è il tragico modello d’esportazione, ma anche quello destinato ai tedeschi stessi (non ebrei, beninteso) non fu meno terribile: un periodo di terrore strisciante finalizzato ad annullare la coscienza critica e a instillare il sospetto reciproco. Il nazismo subito dai tedeschi non è stato mai raccontato abbastanza, così come la resistenza interna al movimento assassino ha avuto ben poche celebrazioni. Uno dei romanzi più belli sull’argomento s’intitola Ognuno muore solo e l’ha scritto Hans Fallada. Il libro, pubblicato negli anni Cinquanta da Einaudi e ristampato recentemente da Sellerio, racconta la storia vera dei coniugi Quangel che quando scoprono che il loro unico figlio è stato ucciso in guerra, decidono di cominciare un’azione di sabotaggio per scardinare la propaganda nazista. L’idea è tanto romantica quanto pericolosa: scrivere la verità su delle cartoline postali e depositarle nei luoghi pubblici per raggiungere il maggior numero di persone possibile. Una sorta di proto Twitter fatto di carta e penna stilografica. Nel giro di due anni i coniugi scriveranno più di 300 cartoline, la maggior parte delle quali finiranno direttamente nelle mani della Gestapo senza avere alcuna ridondanza. Ma, come il granello di polvere nell’ingranaggio, anche la piccola, coraggiosa, eroica azione di Otto e Anna finirà per rendere meno granitica l’arroganza del potere.


Lettere da Berlino diretto dal poliedrico Vincent Perez (attore, fotografo, fumettista e da qualche anno anche regista) è un onesto film sorretto da una bella sceneggiatura e interpretato in modo classico e sicuro da attori eleganti come Emma Thompson e Brendan Gleeson. Interpreti che con gesti misurati e incroci di sguardi riescono a trasferire allo spettatore tutto il dramma e il dolore di un lutto immotivato. Perché non c’è vittoria, né trionfo che valga quanto la vita di un figlio.

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