Il cittadino illustre

Carta, matita e vanità: questi sono i tre elementi che non devono mancare mai allo scrittore. Lo sostiene Daniel Mantovani, premio Nobel per la letteratura, presentando il suo ultimo libro uscito dopo cinque anni di silenzio. Il riconoscimento dell’Accademia svedese lo ha reso ancora più ricco e famoso e, se possibile, anche più schivo, scontroso e perché no spocchioso. Le storie di Mantovani hanno tutte come fulcro il suo paese d’origine: Salas, un agglomerato di agricoltori e piccoli commercianti a 700 chilometri da Buenos Aires. L’autore da Salas scappa a vent’anni, i suoi personaggi invece vi rimangono intrappolati tutta la vita. I registi Gaston Duprat e Mariano Cohn tornano a parlare di rapporto tra l’arte e la vita dopo il curioso L’artista uscito nel 2008, là era la pittura qui la scrittura. L’atmosfera però è simile, capace di mescolare alto e basso, commedia e dramma, anche se questa volta i due registi hanno pescato bene affidando la parte principale a Oscar Martinez (Coppa Volpi all’ultimo festival di Venezia per la migliore interpretazione maschile), un vero attore, capace di rappresentare perfettamente le contraddizioni e le debolezze di un intellettuale alle prese con la realtà.

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Perché la storia muove quando Mantovani, sorprendendo un po’ tutti, decide di accettare l’invito che il sindaco di Salas gli ha fatto per tornare al suo paese natale e tenere una serie di lezioni (oltre altre amenità tipiche della provincia: premiazione del dipinto migliore, inaugurazione di un busto). Per uno che ha lasciato l’America Latina da giovane per abbracciare l’Europa, tornare alle origini diventa così un viaggio catartico alla scoperta di se stesso e dei suoi limiti.
Costruito a incastri, come un racconto del più volte citato Borges, e pervaso dai un sottile e perfido umorismo tipico della letteratura sudamericana, Il cittadino illustre è un’amara commedia intelligente e brillante. Certo, l’interpretazione di Martinez fa la differenza, ma tutta la struttura narrativa regge bene il folle viaggio nell’assurdo che porta un autore pieno di se e della sua opera a salire e scendere più volte dal piedistallo, per scoprire che puoi scappare ovunque ma non riuscirai mai a sfuggire al tuo mondo interiore.

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Il pirla

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Prima di chiudere gli occhi mi hai detto pirla

una parola gergale

non traducibile

Da allora

me la porto addosso

come un marchio che resiste alla pomice

Ci sono anche altri pirla nel mondo

ma come riconoscerli?

I pirla non sanno di esserlo

Se pure ne fossero informati

tenterebbero di scollarsi

con le unghie

quello stimma.

 

 
Eugenio Montale

(da ‘Diario del ’71 e del ’72’, Mondadori, 1973)

The Accountant

A volte anche le migliori intenzioni non producono i risultati sperati. Se l’idea di Gavin O’Connor (Miracle e Pride and Glory) era quella di legare il film action a quello psicologico, con uno spritz di dramma medico e cercare di infondere maggiore profondità al genere, bene possiamo tranquillamente dire che l’esperimento ha bisogno di qualche limatura. E forse non è ancora abbastanza. Vero che il ritmo non ne risente, ma la veridicità sì: credere a un contabile, autistico, killer spietato ma dal cuore grande diventa difficile per chiunque. Forse anche alle persone più care al regista. Ma non contento di ciò, lo sceneggiatore Bill Dubuque (The Judge) ha aggiunto anche qualche legame famigliare che definire difficile è poco , oltre a un complotto internazionale. Mancava l’invasione aliena o di zombie e il cerchio era bello che chiuso.

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Christian Wolff è un geniaccio della matematica che ha deciso di mettere il suo talento a disposizione delle più grandi organizzazioni criminali: di giorno si nasconde sotto le spoglie di un contabile mediocre, di notte risolve problemi impossibili. Quando una compagnia di robotica avanzata lo chiama a controllare i bilanci fallati, Christian si troverà davanti a un mistero enorme con tanto di morti ammazzati. E quando sulla lista degli assassini finirà anche il suo nome e quello dell’impiegata che aveva scoperto l’ammanco, il nostro farà uscire l’altro suo io meno intellettuale e più pragmatico.
The Accountant è il classico film d’azione che non aggiunge nulla di nuovo al genere, anche se è proprio convinto di farlo: la formula dell’addizione, infatti, non sempre è quella giusta per la riuscita di un buon film. La coppia O’Connor-Dubuque invece sembra quasi divertirsi ad aggiungere elementi a una storia che traballa di suo ad ogni passo. L’effetto finale è quello di un pasticcio milionario con qualche bella scena movimentata e un ricco cast sprecato: Anna Kendrick, J.K. Simmons e John Litghow ridotti a poco più che comparse e Ben Affleck (Batman) unico veramente in parte, graziato da una sceneggiatura che gli chiede di esprimere una lunga, sola espressione del volto.

Il cane a tre zampe

Quel cagnolino a tre zampe sedeva sempre sul davanzale della finestra proprio di fronte alla mia. Zampettava dal tavolo della cucina fino al davanzale e li ci trascorreva i pomeriggi. Sdraiato col muso a penzoloni o in piedi a camminare a tre zampe da un lato all’altro del davanzale.
Il cane lo conoscevo anche prima che avesse una zampa in meno. Di fronte a quel davanzale ci trascorro gran parte dei pomeriggi, seduto alla scrivania a tradurre libri dall’inglese. Il giorno che cadde però, non c’ero alla scrivania. Perse l’equilibrio per uno spavento, dissero. Qualche ragazzo per strada aveva fatto esplodere dei petardi e il cane si era terrorizzato finendo per cadere. Un volo di tre metri abbondanti che gli aveva fatto spaccare due denti davanti e rotto irrimediabilmente in più punti la zampa sinistra.
Mi stava fondamentalmente antipatico quel cane e trovavo insopportabili il suo pelo corto e il muso da topo. Inoltre, vederlo rizzarsi sulle tre zampe al passaggio di ogni automobile, mi dava un senso di instabilità continua. Era come guardare tutto il giorno una sedia a tre gambe e pensare che si potesse rovesciare su se stessa in ogni momento. Cosa che peraltro non accadeva mai.
Eppure non potevo non guardarlo. Stava lì proprio di fronte a me e la luce che entrava dalla finestra era l’unica che illuminava le carte sulla scrivania. Quindi da lì non potevo spostarmi.
Oltre il cane, dalla mia finestra riuscivo a vedere il piccolo tavolo della cucina, la brutta tovaglia cerata che lo ricopriva e una parte del lavello. Sopra di esso uno scolapiatti con poche stoviglie appoggiate e una caffettiera bruciacchiata appesa per il manico. La padrona del cane era una donna sulla sessantina, con lunghi capelli grigi e gli occhi segnati da grosse borse marroni. Viveva sola da sempre, per quanto ne sapessi io. La mattina la trascorreva spesso in cucina, il pomeriggio si spostava di camera e solo dopo aver aperto la finestra, affinché il cane potesse uscire a guardare la strada. Quando tornava nella stanza spesso era già scuro in cielo e il cane aveva già fatto più volte la spola tra la cucina e il suo davanzale. Ogni tanto la sentivo chiamarlo, lui si alzava voltando la testa indietro e attendeva che la padrona arrivasse a prenderlo in braccio. E lei lo prendeva. E poi guardava verso di me. Seppure avessimo incrociato gli sguardi più volte, non ci eravamo mai parlati né salutati. Io guardavo il cane e le sue zampe dispari nei pomeriggi trascorsi seduto a lavorare. E tutto finiva lì.

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Traducevo libri dall’inglese, prevalentemente romanzi tratti da film. Finché la casa editrice non mi mise in mano i primi tre, non immaginavo ci fosse un mercato di libri del genere: storie romanzate  di film di successo. Eppure funzionava. Negli Stati Uniti benissimo, da noi meno, ma come, letteratura da viaggio e negli eBook il suo pubblico lo stata conquistando. Avevo appena finito di tradurre Cloud Altlas, la storia, che già sul tavolo I guardiani della Galassia occhieggiava pronto a finire nelle librerie. Era un lavoro di traduzione diverso dal solito, perché insieme all’originale mi arrivava anche una chiavetta con il film da visionare per utilizzare i termini conosciuti dal pubblico italiano. Con Cloud Atlas non era stato facile, perché mi addormentavo continuamente poco dopo l’inizio del film. Era quello l’unico momento in cui riuscivo a chiudere occhio, però. Alma mi aveva appena lasciato e, da solo, in quel letto che lei aveva voluto mi sentivo ospite non gradito. Sul divano e davanti a quel film invece mi rilassavo.
Alma mi aveva lasciato perché diceva che non c’ero più con la testa. Che pensavo solo a me stesso, alle mie traduzioni e al cane della casa di fronte. Il nuovo lavoro, vero, mi impegnava la testa e il fatto che trascorressi molte ore in casa non aveva certo reso le cose più semplici. Ma il rapporto tra me e Alma stava arrancando da un po’ di tempo. Lei ebbe solo più coraggio di me e prese la situazione in mano, come sempre. Io passai dalla liberazione alla sofferenza nel giro di una settimana. Alma adesso viveva da un’amica e non la vedevo più da almeno sette mesi. Mi scrisse una volta delle belle parole che ricordavano come il nostro amore fosse stato quantomeno originale, se non unico. Ma si capiva che non le mancavo per niente. Non le mancavano i miei silenzi, di certo non le mie ubbie. Forse la mia cucina – a forza di stare in casa avevo imparato a cucinare benissimo -, o forse neanche quella.

A dirla tutta aveva ragione Alma. Abituato a lavorare in ufficio insieme a decine di persone, improvvisamente mi trovai in casa solo con me stesso e di fronte a un insopportabile cane a tre zampe. È quando tutto intorno si fa più silenzioso che i pensieri diventano improvvisamente più rumorosi e cominciano a martellarti la testa. All’inizio sono solo un fischio lontano, poi cominciano a crescere d’intensità come lo sferragliare di un treno, fino a trasformare il movimento del cervello in un beccheggio senza sosta. Così, quando Alma tornava dal suo lavoro, non le lasciavo neanche il tempo di respirare che già la sommergevo con la frustrazione di tradurre un libro da un film con Adam Sandler, le raccontavo le liti dei vicini dl piano di sopra e, più di tutto, l’insopportabile vista dell’assurdo cane. Stava diventando un’ossessione. Una ossessione tutta mia che però distrusse Alma.
Poi un giorno la padrona del cane mi parlò. Un tardo pomeriggio mentre stava sollevando il cane per spostarlo sul pavimento della cucina, lei si voltò e guardò verso di me. Il suo sguardo pareva spento come sempre, una tristezza infinita chiusa dentro due occhi acquosi che guardavano come se dall’altra parte della finestra non ci fosse altro che un vuoto nero. E verso quel vuoto aprì la bocca e silenziosamente disse aiuto, poi girò le spalle e si abbassò verso il pavimento, sparendo alla vista. Aiuto? A me? Ma soprattutto perché? Avrò inteso male, pensai, tornando io stesso ad abbassare gli occhi verso lo schermo del pc.
Le parole erano tutte in fila, ma a me parevano solo un’unica grande linea scura senza significato. Provai a tornare a guardare alla finestra di fronte, ma l’unica cosa che vidi era la sagoma di una cucina povera illuminata da una luce bianca. Aiuto. Aiuto? Ecco, ancora una volta ero riuscito a rovinarmi la giornata di lavoro. Non sarei stato più in grado di tradurre un solo aggettivo, la testa era andata. Prima la vista del cane, poi la donna che mi parla. Alma che non c’è più. Aiuto.

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Sono due giorni che lavoro benissimo. La scrittura fila via liscia e anche il libro mi sembra meno brutto di tanti altri. Questo autore ha provato a metterci del suo e a dare delle interpretazioni alle azioni dei personaggi. Il film invece era veramente mediocre. Il cane è due giorni che non esce e neanche la padrona si affaccia più. E non credo proprio che riusciranno più a farlo. Aiuto mi avevano chiesto e aiuto ho dato loro.
Alma non tornerà più. Me l’ha detto l’altra sera guardandomi in faccia. Prima mi ha chiesto se stavo mangiando perché avevo la faccia scavata, ha detto proprio così, scavata. E poi che no non aveva proprio più voglia di essere triste come me. E stare con me la faceva sentire triste, vuota, sola. Sola come non mai. E quindi no non sarebbe tornata. Ha detto così, ma io lo sapevo che era per il cane. Sì la vista dava fastidio anche a me, l’ho già detto, vero? Ma lei la soffriva proprio. Non sarebbe tornata per non vedere più che a quel cane mancava una gamba. Se solo non ci fosse più. Se solo non ci fosse. Lei tornerebbe. Alma tornerebbe a vivere con me, a vivere come me.
La donna del cane mi apre la porta come se mi aspettasse. Ha sempre poi stesso sguardo, anche mentre entro in casa. Il cane arriva zampettando più velocemente di quanto mi aspettassi. China il capo e mi annusa la scarpa. Lei mi dice solo di fare piano e dice anche qualcosa sul cane. Ma non capisco, perché mentre si accascia farfuglia questa cosa. Poi tocca al cane, che non fa neanche in tempo a guaire.
Terzo giorno di lavoro pieno. Il libro è quasi finito. La luce è magnifica in questi giorni. Limpida, tagliente, si riesce a scrivere per ore senza che nella stanza si adombri un solo angolo. La testa è leggera, questa sera ho deciso che festeggerò chiamando Alma. Voglio invitarla a bere un bicchiere di vino bianco, quello che piace a lei. E poi quando sarà qui vedrà che il cane non c’è più. E capirà che è ora di tornare a casa. Speriamo lo capisca, perché quel vino l’ho preso per lei. Solo per lei. A me il vino bianco non piace.

La ragazza del treno

Il confine tra realtà e fantasia spesso è labile. Se poi uno è dotato di una fervida fantasia, il rischio di sovrapporre i due mondi è ancora più alto. E a Rachel Watson la fantasia non manca. Abbandonata dal marito, licenziata dal lavoro, depressa e alcolizzata Rachel viaggia ogni giorno sulla stessa tratta ferroviaria, come se tutto fosse uguale a prima. Durante i suoi viaggi in treno la donna guarda fuori dal finestrino e si racconta storie. Quella che preferisce è la storia d’amore tra Jess e Jason, due nomi di fantasia, visto che in realtà si chiamano Megan e Scott, che lei immagina come la coppia perfetta. I due vivono in una villetta a poca distanza dalla stessa casa che lei abitava con Tom, l’ex marito, e che ora è vissuta da Ann, la sua nuova compagna. E che a Tom ha dato anche il figlio che lei non avrebbe potuto dargli. Il viaggio per Rachel è un tormento vissuto ogni giorno, senza soluzione di continuità, in cui le due case appaiono come la realizzazione del sogno e dell’incubo dal quale non riesce a uscire.

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Una mattina passando davanti alla prima casa idealizzata, Rachel vede la donna abbracciata a un uomo che non è il marito. Quando il giorno seguente Megan scompare, Rachel si sente responsabile dell’accaduto, anche perché sul suo corpo ci sono segni di lotta e a causa dell’alcol non si ricorda effettivamente cosa sia accaduto.
Raccontato dal punto di vista delle tre protagoniste – Rachel, Anna e Megan – La ragazza del treno è un buon thriller psicologico protofemminista che si diverte a spaziare nel tempo, sovrapponendo momenti e stati d’animo, fino a confondere e spiazzare lo spettatore, proprio come la protagonista principale lo è con se stessa. La struttura non brilla certo per originalità (La finestra sul cortile è il modello base), ma un po’ le protagoniste, un po’ la mano morbida del regista il prodotto finale risulta sopra la media. Forse la necessità di delineare bene le figure femminili fa essere troppo superficiali su quelle maschili, immotivatamente violente se non per un ancestrale predominio di genere. Non so, ma alla fine mi è venuta voglia di andarmi a rivedere L’ultima donna di Marco Ferreri, per ricordare quali reali istanze il femminismo portava avanti negli anni d’oro del movimento.

Captain Fantastic

Lo psicologo austriaco Bruno Bettelheim negli anni Ottanta scrisse un famoso saggio intitolato Un genitore quasi perfetto. Il libro divenne un manuale diffuso e utilizzato nell’educazione dei figli da molte famiglie. Bruno Bettelheim mori suicida nel 1990, solo, abbandonato da moglie e figli. L’incipit fa un po’ oroscopo di Rob Brezsny, ma era per ricordare come non esista un metodo certo per educare i figli: qualunque cosa si faccia si finisce sempre per sbagliare. E il successo è quando i danni vengono ridotti al minimo. Ben, insieme alla moglie Claire, ha deciso di vivere coi sei figli lontano dalla civiltà e immerso nella natura. Hanno costruito una casa nella foresta e crescono alimentando mente e corpo: una forma societaria utopista stile anni Settanta in cui il tempo è a disposizione delle persone e non il contrario. Ma quando Claire si ammalerà gravemente fino a togliersi la vita, Ben dovrà tornare a confrontarsi col resto del mondo e mettere in discussione i propri metodi educativi.

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Captain Fantastic, scritto e diretto dall’attore (nella serie Silicon Valley interpreta il milionario visionario Gavin Benson) e regista Matt Ross è, malgrado non appaia dalla trama, un film divertente e leggero. La storia delle scelte contraddittorie di Ben si sviluppa piacevolmente lungo le due ore di racconto: interpreti azzeccati, situazioni perfettamente architettate, ritmo giusto. Insomma, i premi vinti a Cannes e Roma non sono arrivati a caso. Eppure, la sensazione è che tutto sia fin troppo costruito e che il regista spinga lo spettatore nella direzione che furbescamente ha deciso per lui. I film, secondo noi, invece dovrebbero essere liberi da permettere a chiunque di leggere ciò che preferisce e viversi il proprio film nella sua testa. Ma a parte questa critica perniciosa, Captain Fantastic rimane un soave divertissment che fa riflettere con il sorriso sulle labbra sulla società, sulle persone e sui sentimenti. Viggo Mortensen, che per la gioia delle fan regala anche un full frontal, è perfettamente in parte, ma anche il resto dell’allegra tribù non scherza niente.

Salita

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Ciao

Ragazza che stringi al petto

Un libro

Sulla metro.

È un libro d’amore,

Mi pare,

Un libro che non leggerei

Mai

Ma tra quelle braccia

Appoggiato a quel petto

Mi arrampicherei

Riga dopo riga

Aggettivo su aggettivo

e

Dopo un pronome

a destra

Salirei

Fino alle labbra

A rapirti le parole

Lette

Sul libro d’amore

Per farle mie

Che

Ormai

Non ne ho più.