La ragazza del treno

Il confine tra realtà e fantasia spesso è labile. Se poi uno è dotato di una fervida fantasia, il rischio di sovrapporre i due mondi è ancora più alto. E a Rachel Watson la fantasia non manca. Abbandonata dal marito, licenziata dal lavoro, depressa e alcolizzata Rachel viaggia ogni giorno sulla stessa tratta ferroviaria, come se tutto fosse uguale a prima. Durante i suoi viaggi in treno la donna guarda fuori dal finestrino e si racconta storie. Quella che preferisce è la storia d’amore tra Jess e Jason, due nomi di fantasia, visto che in realtà si chiamano Megan e Scott, che lei immagina come la coppia perfetta. I due vivono in una villetta a poca distanza dalla stessa casa che lei abitava con Tom, l’ex marito, e che ora è vissuta da Ann, la sua nuova compagna. E che a Tom ha dato anche il figlio che lei non avrebbe potuto dargli. Il viaggio per Rachel è un tormento vissuto ogni giorno, senza soluzione di continuità, in cui le due case appaiono come la realizzazione del sogno e dell’incubo dal quale non riesce a uscire.

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Una mattina passando davanti alla prima casa idealizzata, Rachel vede la donna abbracciata a un uomo che non è il marito. Quando il giorno seguente Megan scompare, Rachel si sente responsabile dell’accaduto, anche perché sul suo corpo ci sono segni di lotta e a causa dell’alcol non si ricorda effettivamente cosa sia accaduto.
Raccontato dal punto di vista delle tre protagoniste – Rachel, Anna e Megan – La ragazza del treno è un buon thriller psicologico protofemminista che si diverte a spaziare nel tempo, sovrapponendo momenti e stati d’animo, fino a confondere e spiazzare lo spettatore, proprio come la protagonista principale lo è con se stessa. La struttura non brilla certo per originalità (La finestra sul cortile è il modello base), ma un po’ le protagoniste, un po’ la mano morbida del regista il prodotto finale risulta sopra la media. Forse la necessità di delineare bene le figure femminili fa essere troppo superficiali su quelle maschili, immotivatamente violente se non per un ancestrale predominio di genere. Non so, ma alla fine mi è venuta voglia di andarmi a rivedere L’ultima donna di Marco Ferreri, per ricordare quali reali istanze il femminismo portava avanti negli anni d’oro del movimento.

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