A parte

Si chiamava Massimo, Massimo Costa. Era il secondo di due fratelli e viveva con la famiglia al piano terra di una palazzina di tre piani tra il fiume e una bella chiesa di pietra del colore della luna. Il padre stava in giro tutta la settimana a rappresentare le case farmaceutiche, la madre faceva la casalinga e ogni mattina stendeva le lenzuola delle camere da letto dal balcone nel cortile interno a prendere aria. Un cortile minuto con al centro una grossa vasca in sasso per i pesci rossi.
Massimo aveva quattro anni più di me e, quando uno ne ha dieci e l’altro quattordici, gli anni che li separano in realtà sono quaranta. Per me all’epoca era un adulto e ogni volta che andavo a casa di mia nonna lo sentivo litigare con la madre e il fratello più grande. E il fine settimana anche con il padre. L’appartamento di nonna era proprio sopra il suo e le voci urlate in casa Costa parevano urlate in faccia a me, che tenevo le mani schiacciate sulle orecchie per attutirle. Massimo studiava al liceo scientifico, andava benissimo in tutte le materie e ogni tanto scendevo a chiedergli aiuto in matematica. E ad ascoltare i dischi dei Genesis.

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Poi un giorno, dopo che i suoi gli avevano regalato una moto da cross, decise che era ora di smettere di andare bene a scuola e preferì passare le giornate con altri che avevano la sua stessa moto. Si fece crescere i capelli e cominciò a fumare. Io lo vedevo dal balcone di nonna, lo stesso che si affacciava su quello di Antonella, la ragazzina che all’epoca faceva battere il mio cuore inconsapevole.
Nelle sere di primavera Massimo e i suoi amici stazionavano con le loro moto sul marciapiede sotto casa tirando tardi tra chiacchiere e sigarette. Io li guardavo dal balcone con un misto di invidia e timore. “È diventata una testa calda – disse mia nonna – va in giro con certe facce… Mi raccomando, tu rimani come sei”. Un ragazzino di dieci anni pettinato con la riga da una parte e una timidezza esasperante.
La sera che vennero a prenderlo in ambulanza ero rimasto a dormire dalla nonna. Avevamo tirato fuori dallo sgabuzzino la brandina ripiegata a libro che correva su quattro ruote. La chiamavamo Milano, la brandina, perché una volta il nonno mi mise sopra, facendo il verso del capostazione gridando “milanoooo”, mentre mi scarrozzava su e giù per il lungo corridoio di casa. Nessuno di noi si era mai spostato tanto lontano dalla provincia e Milano rappresentava la frontiera. La distanza di riferimento. L’unità di misura di ogni viaggio. Quando si voleva fare i bulli con qualcuno gli si diceva: “guarda che ti do un calcio che ti spedisco fino a Milano”. La frontiera, appunto.
Prima si sentirono le urla di mamma Costa, poi i movimenti disordinati di tante persone in uno spazio stretto. Poi ancora la sirena.
“Droga”, sentii sussurrare nonna alla zia. Massimo si faceva di eroina da due anni prima di un taglio delinquente che lo portò dritto all’ospedale e poi in una comunità. “Vedi cosa succede ad andare in giro con quelle facce?”, disse nonna. Massimo lo rividi tre anni dopo. Lavorava come garzone del fruttivendolo dove mi mandavano a fare la spesa. Aveva l’occhio acquoso di chi beveva forte e quando incrociammo gli sguardi non mi riconobbe. Lo salutai per nome e lui rispose con una gentilezza imbarazzante. Poi mi prese sottobraccio e mi chiese un prestito. Gli diedi cinquecento lire. La mia paghetta settimanale. Li prese senza ringraziarmi e cominciò a servirmi come un cliente qualsiasi.
Massimo mori due anni dopo in una casa famiglia sulle colline astigiane. Mia nonna disse: “Vedi?”, scuotendo la testa, “Non mi stupirei se ora sua madre morisse di crepacuore”. Ma si può morire di crepacuore?

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Alle tre del pomeriggio del mese di luglio non si può stare in spiaggia. Sopratutto se hai la pelle trasparente come la mia, pronta a infiammarsi al primo raggio di sole. Mia madre invece ci stava e costringeva a starci anche me e mia sorella. Ma senza entrare in acqua, perché devono passare almeno quattro ore dopo pranzo. Lei stava sdraiata leggendo Gente a commentare le notizie con Amanda, la vicina di ombrellone. Io rannicchiato nel cono d’ombra faccio passare il tempo giocando con le biglie, Ileana, mia sorella, infila perline dentro dei fili sottili. Amanda ha un figlio, Francesco, però lui sta in albergo a dormire insieme ai nonni, aspettando che il caldo passi. Francesco ha i capelli biondi e il viso tondo e antipatico. Anche i modi sono antipatici e prepotenti. “È un bambino viziato”, diceva mia madre. A tavola non gli andava mai bene niente e piangeva per ogni inezia. Un pianto antipatico. Avevo provato a farmelo amico, ma ogni gioco doveva andare come diceva lui e quando volevo imporre le mie ragioni lui correva dalla mamma a piangere le sue lacrime antipatiche. E la mamma gli dava sempre ragione.
Un pomeriggio più caldo degli altri, mi ero rifugiato nella cabina per respirare un po’ di ombra. Il caldo era solo leggermente più sopportabile e stavo seduto a leggere un fumetto tra il profumo di salsedine mischiato a quello della gomma delle ciabatte infradito. Era una cabina di assi di legno dipinte di bianco che veniva montata e smontata ogni inizio e fine estate; una di una lunga fila di cabine. La nostra confinava con quella di Amanda e Francesco e c’era un grosso foro nelle assi che permetteva di guardare al di là. Il buco l’avevo scoperto il primo giorno in cui eravamo arrivati al mare e dalla cabina vuota a fianco filtrava una luce obliqua che lo aveva messo in evidenza, come un piccolo sole. Così ogni volta che entravo a cambiarmi, appoggiavo l’occhio curiosando dai vicini. Ma quello che vi trovavo era la luce filtrata di una maglia o di un paio di pantaloni appesi che ostruivano l’apertura. Quel giorno, però, non vi era nulla a ostruire il buco. Io avevo controllato come ogni giorno e quello che inquadravo dalla piccola apertura era la parete di fronte sulla quale erano appesi costumi di ricambio, una leggera veste femminile e il cappellino della Sammontana che Francesco era riuscito a farsi regalare sfinendo il barista della spiaggia con un pianto insistente. Finché un bel seno morbido non apparve a impreziosire il vuoto nel legno. Amanda era entrata in cabina, si era sfilata il reggiseno e accesa una sigaretta. Fumava e si guardava nel piccolo specchio. Si toccò un seno alzandolo un po’. Poi si sedette a finire la sigaretta guardando le assi a terra con i seni che si appoggiavano comodi sullo sterno. Era il primo seno che vedevo. Meglio, che guardavo. Con attenzione e un filo di curiosità. Guardavo la curva, l’areola rosa scuro, guardavo la punta dei capezzoli e il loro muoversi lento al muoversi della mano che portava la sigaretta alla bocca. Guardavo tutto questo e non vedevo che Amanda stava piangendo. Un pianto silenzioso di lunghe lacrime lente, come il movimento dei seni.
“Lui la trascurava”, sentii dire a mia madre “per forza che lei se ne è andata con un altro. Alla fine però le spiaceva. L’ho vista piangere”. Piangeva per amore Amanda. E perché le cose non sarebbero mai più state le stesse. Per prima cosa per Francesco che, affidato a un padre ricco, rancoroso e egoista, finì per togliersi la vita a 17 anni.
“Amanda ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Io non l’avrei mai fatto”, disse mia madre.
“Infatti, non l’hai fatto”, le rispose la sua amica Virginia un pomeriggio al parco, mentre mi stavo scartando una Fiesta come merenda.

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Adriana è piccola di statura, ha due seni grandi e accoglienti e un sacco di capelli in testa. Vive a Milano e al mare in vacanza arriva sempre alla fine di giugno. Adriana ha un anno più di me, studia già al liceo e una volta, mentre parlava con gli amici, la sentii dire che le sarebbe piaciuto girare le pagine degli spartiti durante i concerti di musica classica, che adora. Io, Paolo e Riccardo siamo innamorati di Adriana. Ma lei è più grande di noi e anche se frequenta la stessa compagnia ci guarda attraverso, senza mai vederci veramente. Paolo, che vive a Milano come lei, ci ha raccontato che durante l’inverno l’ha incontrata mentre faceva la fila per entrare al cinema Apollo. Lei gli era davanti in coda e quando arrivò vicino alla porta d’ingresso appoggiò le labbra al vetro freddo lasciandone l’impronta. “Io ci ho appoggiato le labbra sopra – ci raccontò Paolo – E’ stato come limonare”. Io sapevo cosa significava limonare, perché l’estate precedente l’avevo fatto in montagna con Marina e non stetti a questionare. Mi sembrava già una cosa enorme aver diviso le labbra su un vetro con Adriana che il coinvolgimento della lingua rappresentava solamente un valore aggiunto.
Passiamo un’intera estate a fantasticare su di lei, ma è solo dall’anno seguente che Adriana finalmente comincia a vederci. Sarà che durante l’inverno siamo cresciuti, abbiamo cambiato la voce abbassandola di un tono e l’allenamento di canottaggio ha allargato un po’ le spalle a me e Riccardo. Sarà che durante l’inverno mi sono messo con una mia compagna di classe e che prima di partire per le vacanze ci siamo promessi amore eterno e devozione stolida, ma qualcosa è cambiato. Io sono il primo ad accorgermene perché Adriana un pomeriggio mi chiede se voglio accompagnarla a un concerto di musica classica. Poteva andarmi peggio solo se mi avesse chiesto di portarla al circo, ma ad Adriana non si dice di no a niente. Almeno.
Siamo seduti l’uno accanto l’altra. Io profumo di deodorante Bac al tabacco dolce, lei di borotalco e vaniglia. I capelli sono vaporosi e più ricci del solito. Ha un vestitino rosso stile Nicolette Larson che tiene comodo il seno grande al riparo dagli sguardi. In spiaggia indossa sempre un due pezzi striminzito che non si capisca come non permette ai capezzoli di affacciarsi occhieggiando, ma la sera si copre pudica lasciando lavorare la memoria di quelli che la conoscono.
Il concerto è Il sogno d’amore di Liszt e la sala è quella in cui di solito proiettano i film parrocchiali, ma arredata con l’orchestra fa tutto un altro effetto. Anche gli sguardi seri delle persone sedute rendono la situazione più autorevole. Adriana è contenta e io sono contento che lei lo sia. Il concerto comincia e mentalmente lei gira le pagine degli sparititi. Glielo sussurro in un orecchio e lei mi guarda in tralice stupita. “Te lo ricordavi”, dice piano. E da quel momento ogni tanto smette di guardare il palco e volta lo sguardo su di me.
Stiamo camminando sul lungomare e lei non mi chiede se mi è piaciuto, probabilmente lo da per scontato, mi chiede solo se andrò a vederne altri quando tornerò dal mare. “Sì, probabilmente ci porterò anche Simona, la mia ragazza”, rispondo. E Adriana si scosta andando un po’ più lontano da me.

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“Prendiamo un treno. Il primo che arriva. Non importa dove vada. Lo prendiamo e andiamo. Dove arriviamo arriviamo. Sicuramente non sarà qui. E potremmo stare io e te soli, senza preoccuparci degli altri”. Guardo Alma con un sorriso leggero alle labbra. “Non c’è da ridere – dice – sono seria”. “Non sto ridendo. È che quando sono nervoso mi viene da ridere”. Sono nervoso perché ho capito che non stava scherzando e che si sta aspettando una risposta seria da me.
Alma dice questo mentre camminiamo in centro città leggermente scostati l’uno dall’altra. Sembriamo solo due amici che chiacchierano, non due amanti da più di sei mesi. Lei vive con Maurizio da due anni e vorrebbe lasciarlo. Io…, io non lo so. Non ho legami fissi da anni oramai. Alma è arrivata così, per gioco. Un gioco terribilmente serio col passare dei mesi.
“Va bene, prendiamo il treno” – dico – “Arriviamo. Viviamo li un paio di giorni. Una settimana, anche. E poi?”
“Poi, me lo devi dire tu. Io la mia risposta la so già”.
Silenzio.
“E con Maurizio?”
“Non devi essere tu a preoccuparti della cosa”
“E il lavoro? Come facciamo col lavoro?”
“Io domani vado in stazione alle 10. Se ci sei partiamo. E fanculo Maurizio e il lavoro”
“Altrimenti?”
“Altrimenti, fanculo tu”.
Il treno delle dieci e zero sette porta a Parma via Piacenza. Ferma a un paio di stazioni intermedie senza grande fascino per arrivare a Parma nel giro di un paio di ore. Lo vedo arrivare in lontananza mentre con la mano passo nervosamente le venature arrugginite della grossa putrella dietro la quale mi sono nascosto. Da lì riesco a vedere Alma, ma non l’espressione del suo viso. La vedo voltare ogni tanto la testa a sinistra verso l’accesso alla pensilina. Non sembra tesa. Sapeva che non sarei andato. Sperava forse di essere smentita. Il treno intanto arriva e la copre alla mia vista. Farei ancora in tempo a uscire e correre da lei. Ma preferisco così. Rimanere qui a guardare lei e me.  Come sempre, a parte.

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Florence

La vita di un artista non scorre mai dritta come una lunga linea monotona, certo che quella di Stephen Frears da un po’ di tempo si muove come una gaussiana eccentrica. Se uno avesse conosciuto Frears negli anni Ottanta, all’epoca di My beautiful laundrette per intenderci, e lo avesse rincontrato oggi penserebbe di essere stato vittima di qualche sortilegio. Al primo Frears, iconoclasta, ribelle e trasgressivo si è sostituito un nuovo regista classico, posato, tradizionalista che di ribelle ha solo e soltanto il ricordo pallido. Non vogliamo dire che ci sarebbe piaciuto che Frears fosse rimasto sempre lo stesso – non sia mai – ma che qualche scheggia di un passato anticonvenzionale (anche solo un alito de Le relazioni pericolose) gli fosse rimasta in circolo, forse non avrebbe guastato.
Florence è tutto quello che uno attende dal cinema più tradizionale, dove dramma, commedia, risa, lacrime, commozione e tenerezza si fondono in un’unica grande forma. Florence è tutto quello che ti aspetti che sia, senza sorprese o imprevisti. Florence è una grande prova di attrice e avrebbe sorpreso il contrario, Florence è un film accomodante come un cartoon Disney ed proprio quello che vuoi che sia. Ciò non significa che sia un brutto film, ma che sia un film memorabile ne manca.

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Florence Foster Jenkins è una ricca donna dell’alta società newyorkese, che nel 1944 anima un circolo di amanti della musica lirica e che si esibisce come soprano dilettante. Il problema è che la donna è stonata come una campana e solo l’amorevole premura del marito riesce a nasconderle critiche negative. Florence non è arrogante e ha dalla sua una purezza d’animo spiazzante: colpita dalla sifilide fin da giovane, la donna è rimasta in vita fino ad ora solamente grazie alla sua forza d’animo e all’amore smisurato e sordo per la musica. E sì, perché quello che per le nostre orecchie arriva stonato e al limite del ridicolo, per Florence invece è soave e dolce come il più mieloso dei canti. E forse il bello di questo film si può riassumere in questa piccola verità: che nulla è come in realtà appare. Da qualunque parte lo guardi.

E’ solo la fine del mondo

E’ l’amore al centro del cinema di Dolan. Un amore diverso da quello che normalmente siamo abituati a vedere rappresentato: in Laurence Anyways l’amore non era sufficiente a tenere insieme una coppia, così come in Mommy non riusciva a salvare dalla malattia. Lo stesso amore in E’ solo la fine del mondo non è in grado di tenere insieme una famiglia, eppure quando pensi all’amore non puoi che pensare a una cosa positiva, Ed è qui che comincia a spiazzarti il talento canadese. Il suo non è un cinema per tutti, perché destinato a dividere, come l’amore che rappresenta.

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Le immagini vivide, la colonna sonora sparata dritta nella gola degli spettatori, la costruzione iperrealista delle scene possono far cadere innamorati o far alzare dalla poltrona, ma mai farti rimanere indifferente. Noi di Dolan siamo innamorati, alla follia, e anche in quest’ultimo E’ solo la fine del mondo abbiamo trepidato, ci siamo commossi e abbiamo pianto come si piange quando un amico ti racconta un dolore e sai che non potrai fare niente per cambiare una sola parola di quel racconto.
Louis, scrittore teatrale di successo, decide di tornare a rivedere la sua famiglia dopo 12 anni di lontananza, per comunicare la sua morte imminente. Il ritorno di Louis che vorrebbe essere il più morbido possibile, quasi una carezza d’addio alla madre e ai fratelli, si trasforma subito in una deflagrazione sentimentale: Antoine, il fratello maggiore, farà riaffiorare la gelosia nei suoi confronti e il senso d’inferiorità macerato per tutta una vita, Suzanne, la sorella minore, invece vorrebbe instaurare col fratello quel dialogo mancato da sempre e Martine, la madre, completamente impreparata al ritorno del figlio, reagirà cercando di proteggere tutto e tutti con i ricordi di un’epoca felice passata e rimasta forse solo nella sua mente. La cognata Catherine, l’unica che non abbia di Louis un’immagine precostituita, è anche l’unica che capisce il perché del ritorno dell’uomo in famiglia, ma anche lei, come tutti, sarà costretta a tenere per se le proprie sensazioni e a aggiungere un altro non detto in famiglia. Nella giornata che Louis passerà nella sua casa, infatti, tutti avranno cose da dire, emozioni da sussurrare, rabbia da urlare, canzoni da cantare, ma mai, proprio mai, nessuno avrà il coraggio di chiedere a Louis il perché del ritorno. Nessuno avrà il coraggio di affrontare una verità che tutti conoscono nel fondo del loro cuore, ma che hanno paura a dire e dirsi.
E’ solo la fine del mondo, tratto dal lavoro teatrale di Jean-Luc Lagarce, è il primo film di Xavier Dolan in cui il regista canadese lavora con attori affermati (Marion Cotillard, Vincent Cassel, Nathalie Baye e Lea Seydoux), ma neanche questo lo ha messo in soggezione e intimorito: il suo cinema è più grande. Dolan è un autore vero, uno di quelli che un vecchio critico avrebbe catalogato tra i registi  speleologi: quelli che un tema lo affrontano scavando sempre più in profondità, mantenendo sempre dritta la strada e portando gli altri a seguirlo. Mai il contrario.

Fiorirà l’aspidispra

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L’orologio batté le due e mezzo. Nel piccolo ufficio in fondo alla libreria del signor McKechnie, Gordon – Gordon Comstock, ultimo membro della famiglia Comstock, ventinovenne e già piuttosto muffito – oziava dietro il tavolo, aprendo e chiudendo col pollice un pacchetto da quattro penny di sigarette Player’s Weights.
I rintocchi armoniosi di un altro orologio, piú lontano – quello del Principe di Galles, sull’altro lato della strada – incresparono l’aria stagnante. Gordon fece uno sforzo ed erettosi sulla sedia ripose il suo pacchetto di sigarette nella tasca interna della giubba. Avrebbe dato qualunque cosa per una fumatina; ma gli erano rimaste soltanto quattro sigarette. Si era al mercoledí ed egli doveva riscuotere soltanto venerdí. Sarebbe stato atroce rimanere senza tabacco quella sera e tutto il giorno dopo.

Gabo – Il mondo di Garcia Marquez

Quando la vita narrata è fantastica, come quella immaginata da Gabriel Garcia Marquez nelle sue opere, diventa difficile che il racconto della vita vissuta sia altrettanto affascinante. Gabo, il soprannome con cui gli amici prima e poi tutto il mondo conosceva Gabriel Garcia Marquez, è stato un rivoluzionario. Della letteratura, certo, ma sempre rivoluzionario. I romanzi di Marquez hanno letteralmente trasformato l’America Latina portandola al centro del mondo, forse anche più della rivoluzione cubana. Le parole scritte dall’autore premio Nobel hanno scavato dentro la dignità di un popolo e ne hanno esaltato qualità e pregi fino a quel momento sconosciuti a gran parte del mondo. Hanno scoperchiato un mondo di colori, fatto respirare profumi speziati e diffuso un calore nuovo. Le pagine di Cent’anni di solitudine hanno dato un nuovo significato ai termini vita e morte e quelle di Cronaca di una morte annunciata a quella di destino. E se tenti di raccontare la vita o solamente di comprendere qualcosa del mondo interiore del cantore del realismo magico, allora sei destinato comunque a fallire. Con le migliori intenzioni, ma a fallire.

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Gabo – Il mondo di Garcia Marquez, il film del documentarista inglese Justin Webster parte dalla cerimonia del Premio Nobel per la letteratura ricevuto dal colombiano nel 1982, per ricostruire le circostanze che lo portarono da un villaggio ai confini del mondo alla fama mondiale. Un viaggio tra le testimonianze di parenti, amici, colleghi, amanti che non aggiunge molto di più di quello che i suoi romanzi hanno già trasmesso molto tempo prima. Che le sue storie avesse già cominciato a scriverle tempo prima di comporre Nessuno scrive al colonnello, mentre da giornalista avrebbe dovuto solamente dare spazio alla cronaca, poco importa: la realtà bisognerebbe sempre condirla con un pò di fantasia per renderla più affascinante. E con Gabo raggiunge l’apice. La narrazione del suo impegno politico trasversale (amato da Bill Clinton, accanito lettore dello scrittore colombiano, e da Fidel Castro suo amico e confidente), dell’amore per il Sud America, per la scrittura e per la vita (“il giorno più importante della mia vita non è stato il premio Nobel, ma quando sono nato”) non fanno altro che confermare tutto ciò che già si conosceva e amava di Marquez. Anche la confezione classica scelta da Webster non aiuta e, alla fine, si ha l’impressione di assistere a un lavoro di ricostruzione fondamentalmente onesto ma vano.

Fritz Lang

Ci hai provato, dai. Non ci sei riuscito, ma ci hai provato. È che hai mirato alto e hai sbagliato, Gordian Maugg. Non puoi pensare di raccontare un’epoca, un regista e un film mitico tutto in meno di due orette smilze senza apparire inevitabilmente e colpevolmente superficiale. Non puoi pensare di ridurre il genio tormentato di Lang a un rincorrersi di fantasmi sbiaditi, come non puoi credere di poter rappresentare il nazismo solo attraverso un fatto di cronaca o la metafora di un film.

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Fritz Lang di Gordian Maugg, presentato all’ultimo festival di Roma, racconta appunto la storia della nascita di M, il mostro di Düsseldorf, primo film sonoro dell’acclamato regista tedesco. Ma anche del contesto storico sociale in cui la Germania si trovava a vivere. Lang dopo i kolossal di successo I nibelunghi e Metropolis cercava un film che potesse soddisfare il suo genio tormentato. “Dopo le masse voglio raccontare la solitudine dell’uomo”, annuncia il regista e la sua curiosità cade su caso di Peter Kürten, il killer seriale che terrorizzò Düsseldorf tra il 1929 e il 1930. Lang comincia un’indagine parallela a quelle ufficiali entrando contemporaneamente in un pericoloso gorgo in cui i ricordi, la vita e i traumi si intrecciano attorno a un solo tronco. Il confronto con Kürten lo spinge infatti a rivivere i traumi della prima guerra mondiale e della misteriosa morte della prima moglie, indebolendo sempre più un uomo già in piena crisi coniugale con la moglie e sceneggiatrice Thea von Harbou. Ossessionato dai demoni interni e dalla sinistra realtà (il nazismo ha gettato da tempo la maschera mostrando il vero volto), Lang si rifugia in droghe, sesso, alcool e un lavoro ossessivo che lo porterà a realizzare un capolavoro dell’espressionismo.
Fritz Lang è troppe cose ma finisce per essere solamente un brutto film. Gordian Maugg mescola filmati d’epoca con immagini in bianco e nero che vorrebbero ricordare le atmosfere dell’epoca e, invece, fanno solo rimpiangere parodie come Il mistero del cadavere scomparso in cui Steve Martin duetta con gli attori del noir americano. Il serioso gioco assemblato dal regista televisivo tedesco è un vero pasticcio supponente e il finale con l’inevitabile omaggio a M, il mostro di Düsseldorf, fa raggiungere al film il suo patetico azimut.

La mia vita da Zucchina

L’animazione da tempo non è più un gioco solo per ragazzi. Se nel passato i cartoni animati per adulti erano poche rare eccezioni (e neanche memorabili a volte), oggi sono una realtà consolidata, un linguaggio affermato e sopratutto accettato. Sì, perché spesso erano proprio i più grandi a non vedere nell’animazione una risorsa per esplorare nuovi orizzonti o solo per raccontare storie con un sapore diverso. E in questi mesi sono almeno due gli esempi in circolazione di film animati pensati prima di tutti per un pubblico adulto: il gretto e sprecato Sausage Party e il delizioso La mia vita da Zucchina. E non starò qui a dire che il primo è il classico esempio della tracotanza statunitense, mentre il secondo della profonda sensibilità europea, però un po’ è vero.

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Courgette (Zucchina) è un ragazzino di dieci anni, solitario e sognatore: grandi orecchie e naso rossi e capelli blu, come un vecchio personaggio di Pinin Carpi. Il papà di Zucchina ha abbandonato la famiglia, mentre la madre passe le giornate bevendo birra e trascurando il figlio. Quando poi una nuova disgrazia colpisce la famiglia, Zucchina finisce in una casa famiglia ad aspettare di crescere per rientrare nel mondo come un nuovo adulto, solo come tanti altri. Ma nella casa Zucchina troverà cinque altri ragazzi come lui in attesa di una nuova famiglia. L’inizio della convivenza non è semplice, ma quando le prime diffidenze vengono superate e soprattuto quando arriverà Camille, una nuova ospite teneramente ribelle, per Zucchina le cose cambieranno. E forse una nuova casa sarà pronta ad ospitarlo. E’ una bella e tenera favola dal sapore antico La mia vita da Zucchina, e non solo per la tecnica stop motion che risale agli albori della storia del cinema. L’atmosfera è quella del buon cinema francese anni Cinquanta, anche se i sentimenti espressi sono quelli universali: amore, solidarietà, amicizia. Il cinema del regista svizzero Claude Barras si rifà, per sua stessa ammissione, a quello di Truffaut de I quattrocento colpi, prendendone in prestito la sensibilità e un certo realismo magico. Ma è solo un attimo, un alito di grande cinema, in un prodotto piacevolmente delicato e poco più.