Sully

Invecchiare servirà pure a qualcosa. Se due dei film più umani in circolazione in questi mesi, due film che non si vergognano di esprimere sentimenti semplici come la solidarietà, il coraggio, l’amore per il prossimo e per il proprio lavoro, arrivano da due registi ottuagenari ci sarà pure un motivo. Stiamo parlando di Io, Daniel Blake di Ken Loach e di Sully di Clint Eastwood: due film diversi tra loro, anche se uniti da una sincerità di fondo e da un amore per l’uomo che in pochi altri lavori siamo riusciti a trovare. Due film di due uomini che più diversi non si potrebbe pensare, ma che la sensibilità ha reso fratelli.

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Come accade sempre più spesso nel recente cinema di Eastwood, il regista parte dalla cronaca di un fatto, più o meno importante, per arrivare a raccontarci qualcosa di più grande. Anzi, qualcosa di talmente grande da rischiare di non vederlo. La storia del Miracolo sull’Hudson, il fortunoso ammaraggio sul fiume newyorkese che nel 2009 coinvolse un aereo con 155 passeggeri a bordo senza che nessuno perdesse la vita né si ferisse seriamente, pare una di quelle belle favole pronte da essere raccontate nel tempo. E’ la mattina del 15 gennaio quando l’aereo guidato dal capitano Chesley Sully Sullenberger viene investito da uno stormo d’uccelli pochi minuti dopo il decollo. L’impatto mette fuori uso i due motori e l’aereo, senza spinta propulsiva, deve rientrare immediatamente alla base: sono solo sette le miglia tra il cielo e la terra, ma potrebbero essere fatali. Nei pochi secondi necessari a prendere una decisione Sully si convince che la scelta migliore sia quella di virare verso l’acqua e ammarare sull’Hudson. Una manovra rischiosa che alla fine però da ragione al capitano. Per la popolazione e i media Sully è un eroe, ma non tutti sono dello stesso parere: l’indagine avviata della compagnia mette in luce i rischi della scelta, minacciando di distruggere la carriera e la reputazione del capitano.
La storia raccontata da Sully è solo apparentemente semplice, cosi come apparentemente sbagliato appare, a una fredda analisi, il gesto del pilota. Quando nella vita ti trovi a dover prendere delle decisioni con pochi secondi a disposizione, ogni scelta è unica. Un uomo, una scelta. Si chiama fattore umano ed è la variabile che scombussola il calcolo e rende ogni persona favolosamente unica. La morale di Clint Eastwood può essere retorica, prevedibile se volete, ma ha la stessa forza della banalità di un abbraccio, che quando arriva sincero sorprende e commuove sempre. E comunque.

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