Fritz Lang

Ci hai provato, dai. Non ci sei riuscito, ma ci hai provato. È che hai mirato alto e hai sbagliato, Gordian Maugg. Non puoi pensare di raccontare un’epoca, un regista e un film mitico tutto in meno di due orette smilze senza apparire inevitabilmente e colpevolmente superficiale. Non puoi pensare di ridurre il genio tormentato di Lang a un rincorrersi di fantasmi sbiaditi, come non puoi credere di poter rappresentare il nazismo solo attraverso un fatto di cronaca o la metafora di un film.

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Fritz Lang di Gordian Maugg, presentato all’ultimo festival di Roma, racconta appunto la storia della nascita di M, il mostro di Düsseldorf, primo film sonoro dell’acclamato regista tedesco. Ma anche del contesto storico sociale in cui la Germania si trovava a vivere. Lang dopo i kolossal di successo I nibelunghi e Metropolis cercava un film che potesse soddisfare il suo genio tormentato. “Dopo le masse voglio raccontare la solitudine dell’uomo”, annuncia il regista e la sua curiosità cade su caso di Peter Kürten, il killer seriale che terrorizzò Düsseldorf tra il 1929 e il 1930. Lang comincia un’indagine parallela a quelle ufficiali entrando contemporaneamente in un pericoloso gorgo in cui i ricordi, la vita e i traumi si intrecciano attorno a un solo tronco. Il confronto con Kürten lo spinge infatti a rivivere i traumi della prima guerra mondiale e della misteriosa morte della prima moglie, indebolendo sempre più un uomo già in piena crisi coniugale con la moglie e sceneggiatrice Thea von Harbou. Ossessionato dai demoni interni e dalla sinistra realtà (il nazismo ha gettato da tempo la maschera mostrando il vero volto), Lang si rifugia in droghe, sesso, alcool e un lavoro ossessivo che lo porterà a realizzare un capolavoro dell’espressionismo.
Fritz Lang è troppe cose ma finisce per essere solamente un brutto film. Gordian Maugg mescola filmati d’epoca con immagini in bianco e nero che vorrebbero ricordare le atmosfere dell’epoca e, invece, fanno solo rimpiangere parodie come Il mistero del cadavere scomparso in cui Steve Martin duetta con gli attori del noir americano. Il serioso gioco assemblato dal regista televisivo tedesco è un vero pasticcio supponente e il finale con l’inevitabile omaggio a M, il mostro di Düsseldorf, fa raggiungere al film il suo patetico azimut.

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