Comunque sia, questo mondo è per te

p996Comunque sia, questo mondo è per te.
Mi sono domandato molte volte
a che serviva, e non serviva a niente,
ma adesso grazie a te ritorna utile.
Fa il conto della merce abbandonata
da Dio e prendila, l’hanno fatta per te
millenni di uomini che non ti conoscevano
ma che cercavano di prefigurare
in templi e tombe di roccia e biblioteche
uno stupore come quello che effondi
quando sorridi e fai fermare il tempo
e tutti ammutoliscono rapiti
e ti alzi e dici, «io me ne vado a letto».
Dormi, al risveglio sarà lì il tuo retaggio:
una città che fu famosa assai,
un fiume sporco cantato dai poeti,
il cinema dove hanno ucciso Giulio Cesare;
e intorno valli, montagne, mari, oceani,
e capitali, e continenti e selve,
e piramidi, e versi, e adoratori
della tua forma esterna o quella interna
e in alto il cielo e il sole e le stelle e la luna
e sulla terra le bestie ubbidienti
a te che infine vieni a giustificare
la loro straordinaria varietà.
È tutto tuo e non finisce mai.

 

Rodolfo J. Wilcock

Jackie

L’omicidio di Kennedy avvenuto nel novembre del 1963 non fu il primo che l’America conobbe. Prima di quello altri tre presidenti vennero uccisi: Garfield, McKinley e naturalmente Lincoln. Eppure, gli Stati Uniti solamente con l’assassinio di Kennedy smisero per un attimo di credere alle favole e compresero che la guerra del Vietnam ora si sarebbe dovuta combattere anche in casa propria. Con Kennedy finisce l’idea che un’America bella, giovane e ambiziosa potesse governare per sempre. Con la sua fine termina anche il sogno della donna al suo fianco: Jacqueline. La storia dell’amore tra Jackie e Jack è di quelle che riempie le prime pagine dei rotocalchi dell’epoca: il matrimonio, i tragici aborti, le nascite dei due piccoli, i pettegolezzi e il glamour fanno dei due una coppia moderna, un simbolo a cui ispirarsi. La televisione, il nuovo mezzo di comunicazione, amplifica ogni gesto e li rende sorprendentemente popolari. Più di chiunque altro prima.

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Jackie di Pablo Larrain (Neruda, Tony Manero) comincia dalla fine. JFK è stato ammazzato, Jackie era al suo fianco, col suo sangue addosso a reggergli la testa squarciata. Poi la corsa all’ospedale, l’autopsia, il lutto e il funerale. La fine di un sogno  che la donna si trova a ripercorrere in un’intervista rilasciata a un giornalista a casa propria: una bella casa bianca, grande ma mai abbastanza come l’altra casa Bianca. E il ritratto che ne esce è quello di una donna ambigua, che non permette mai di far capire dove stiano i confini del dolore della perdita: ha perso il marito e padre dei suoi figli? Oppure il Presidente e il potere che si porta appresso? E gli spettatori, come il giornalista del film, si trovano spiazzati nel registrare le parole e i sentimenti di una donna che sarebbe potuta diventare la prima regina d’America e che invece si trova senza regno.
Narrato con continui salti temporali che spostano avanti e indietro la cronologia dei fatti, Jackie è un solido biodrama costruito interamente addosso a Natalie Portman, interprete sublime capace di reincarnarsi nella celebre first lady. Il trucco che la trasforma nella vera Jackie fa molto, vero, ma il grande lavoro di Portman è tutto nella voce e nelle labbra: una prestazione altissima che la conferma come una delle attrici più di talento degli ultimi anni. Ma l’imprescindibile ingombrante presenza finisce per scolorire il resto del film. O, forse, Larrain ha preferito sacrificare tutto il contorno per concentrarsi sul dramma personale e l’analisi psicologia di una donna e del suo rapporto col potere. Il risultato è un film squilibrato e anche un po’ narcisista.

Le spie della porta accanto

Karen fa la decoratrice di interni,  Jeff lavora nelle risorse umane e vivono nella periferia suburbana di Atlanta con due figli preadolescenti. Quando questi partono per le vacanze estive, i due si ritrovano soli nella pigra monotonia della provincia. A muovere le acque ci pensano i nuovi vicini di casa, Tim e Natalie Jones: alti, belli, affascinanti, atletici. Troppo tutto per essere veri. Così, Karen si mette in testa di scoprire quale sia il loro segreto, perché uno devono averlo di certo due personaggi del genere. I Jones, infatti, sono agenti governativi con la licenza di uccidere in missione segreta e il loro arrivo nel quartiere non è certo per caso.

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Non aggiunge nulla di nuovo al genere Le spie della porta accanto, anzi a tratti sempre quasi un remake non accreditato de I vicini di casa, l’ultimo sfortunato film di John Belushi degli anni Ottanta. Le situazioni e i personaggi sono ben rodati da tanti altri film precedenti, eppure la commedia è sempre piacevolmente divertente. Il ritmo tiene bene – almeno nella prima parte – , alcune gag sono anche ben riuscite e sopratutto non è mai volgare (trend fin abusato nel cinema comico americano odierno).
Zach Galifianakis (Una notte da leoni) trattiene la sua comicità stralunata e debordante all’interno di una recitazione più classica, Isla Fisher (I love shopping) ci mette la sua naturale simpatia e Jon Hamm (Madmen) il fascino classico di Hollywood. La sorpresa è Gal Gadot (prossima Wonder Woman) capace di arricchire un fisico mozzafiato con una recitazione brillante e atletica. Dirige con divertimento Greg Mottola (Zombieland, Suxbad e il bello e invisibile Le idee esplosive di Nathan Flomm), regista capace di coniugare i vari tempi della commedia, senza paura di rendere omaggio a quelli venuti prima di lui.

Manchester by the sea

Alcuni film li guardi, altri li vivi. Ho rubato il flano di Gente Comune, il film del 1980 che segnò l’esordio alla regia di Robert Redford, sia perchè sintetizza bene le emozioni che Manchester by the sea trasmette, sia perché i due film hanno più di un punto in comune: il dolore e la disgregazione della famiglia nel lutto.

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Lee Chandler vive tutto solo in un seminterrato di Boston. Lavora come custode di una serie di palazzi popolari e la sera la passa a bere e a scazzottarsi con qualche sconosciuto, giusto per sentirsi vivo per qualche istante. Non è sempre stato così, lo è diventato in seguito a un dolore enorme. Quando suo fratello Joe muore, è costretto a tornare a Manchester, la cittadina d’origine dalla quale anni prima è scappato, e scoprire di essere stato nominato tutore del nipote Patrick, il figlio adolescente di Joe. Mentre cerca di capire cosa fare col ragazzo, e si occupa delle pratiche per la sepoltura, rientra in contatto con l’ex moglie Randy, con la vecchia comunità da cui era fuggito e con tutti i tragici ricordi che hanno causato la sua fuga dalla città. A quel punto però allontanare il ricordo della tragedia diventa impossibile.

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Manchester by the sea è film di persone, sentimenti, dolori e speranze. Un film vissuto sulla pelle dei protagonisti che si trasmette agli spettatori esprimendo tutto il suo potenziale. Kenneth Lonergan, già regista di Margaret e Conta su di me, ma anche sceneggiatore per Scorsese con Gangs of New York, costruisce una storia grande e drammatica concentrandosi su un piccolo gruppo di persone di una cittadina di provincia. Ed è forse questo particolare che rende la storia universale: la disattenzione che porta Lee Chandler a commettere l’errore mortale è uno di quelli che ognuno di potrebbe compiere. E a quel punto non c’è fato o dio da imprecare, ma solo la debolezza dell’essere umano. La morte però non ha sempre lo stesso significato, ci dice Lonergan: la vita di Lee Chandler passa attraverso due lutti e se il primo è dolore puro, la seconda è speranza di rinascita.
Narrato per stacchi temporali in modo da scoprire la verità lentamente, Manchester by the sea si regge su una sceneggiatura solida, corposa e compatta che non spreca una sola emozione nè una parola. L’interpretazione asciutta di Casey Affleck, poi, aggiunge, un tono disperatamente malinconico capace di penetrarti nelle ossa e non abbandonarti facilmente.

Il balcone di Antonella

Il balcone della casa dei nonni correva lungo il soggiorno e il salotto. La nonna diceva che dal balcone si vedeva il fiume. In realtà dovevi sporgerti dalla parte più estrema e, nelle giornate limpide sperare d’intravederne la sagoma dell’ansa. Dal balcone della casa dei nonni si vedevano invece i balconi del palazzo di fronte, quello che di fatto impediva di vedere il fiume. E, tra i tanti, anche quello dove abitava Antonella.
Antonella aveva un anno più di me ed era la mia ragazza. Ci eravamo conosciuti giocando nel parchetto sotto casa e lei quando schettinavamo insieme mi teneva stretta la mano. Poi, le sere d’estate, dopocena uscivamo in balcone e ci raccontavamo cose. Mi piaceva, aveva i capelli scuri che scendevano alle spalle, due occhi grandi e una voce profonda che la faceva sembrare una donna vissuta. Aveva 12 anni e frequentava la prima media. Io ancora le elementari. Per due anni anni abbiamo giocato insieme, inverno e estate, tanto che la nonna quando mi lavava la faccia la mattina mi diceva che ci saremmo sposati. Facevo fatica a rispondere con sapone sul viso, scuotevo la testa, cercando di negare , ma dentro mi sentivo grande e orgoglioso di avere una ragazza più vecchia di me che mi avrebbe sposato. Un giorno.

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Poi arrivarono le giostre. Era maggio, i carrozzoni come ogni anno avevano occupato lo spazio di fianco al palazzo delle esposizioni, quello dove un tempo gli agricoltori del territorio si trovavano a chiudere affari, e il profumo di krapfen e croccante riusciva a coprire quello dei tigli.  L’arrivo delle giostre era il Natale della primavera: un sacco di attese, speranze, eccitazione. Mi piacevano la Spagnola e la Carrera: la prima era il busto di una baiadera e tu eri dentro la sua grande gonna che veniva scossa come in un languido flamenco. La seconda era una pista di macchine, poco più di un semplice 8, in cui l’odore di benzina, gomme bruciate e cordite ti dava l’impressione di essere un pilota di Formula uno. La mamma di Antonella ci accompagna un sabato sera e io già mi vedevo guidare spavaldo con a fianco la mia donna più grande sulla Carrera. Ma appena arrivati, lei propone il nuovissimo tunnel degli orrori.

Allora, dovete sapere che nella mia classe di prima media eravamo quindici provenienti dalle scuole elementari e altri quindici ripetenti, alcuni pluriennali. La scuola aveva organizzato le cose per bene e mantenuto la divisione sociale proprio come i tempi la rappresentavano: il meglio (che oggi è tutto da discutere cose fosse meglio o peggio) nelle prime sezioni. La feccia, i paria, i reietti, i figli delle nuove classi in ascesa, quelli che vent’anni dopo sarebbero diventati leghisti, che avrebbero preso il potere e non avrebbero saputo che farsene, tutti raggruppati nella seconda parte dell’alfabeto. La mia classe di prima media era la prima M, nella seconda parte dell’alfabeto scolastico, tutta rigorosamente maschile. Che a pensarci oggi sembra di leggere le cronache del medioevo: al piano terra i maschi, al primo piano le femmine. Intervallo a metà mattina sfalsato di dieci minuti, uscita contemporanea: cioè praticamente una tortura per gli ormoni e per fantasie non ancora alimentate dal porno libero.
Nella prima M il capo era Pulvirenti. Nel giro di sei anni sarebbe diventato campione italiano dei pesi leggeri e quattro anni dopo il titolo avrebbe scontato due anni in carcere per percosse a un pubblico ufficiale. Per noi all’epoca era Dio.
Alla sua destra Zampogni: un metro e ottanta per ottanta chili. Un orco buono dalla faccia paffuta di dodicenne, ma pur sempre orco. Non avrebbe fatto male a nessuno e non credo lo abbia mai fatto in tutta la sua vita, ma averlo dalla propria parte rappresentava il potere acquisito.
Alla sua sinistra Viganelli, segaligno, con un ciuffo sempre a coprirgli metà viso e un fare untuoso. Ci aveva provato con una supplente poco più che ventenne, facendola diventare rossa e costringendola ad andare dal preside a riferire l’accaduto. Da quel momento era assunto a fianco del capo. Alla fine delle medie avrebbe smesso di studiare e sarebbe andato a lavorare alla Centrale del Latte della città. Ancora oggi quando ci incontriamo, mi saluta dal camion e mi chiede della mia vita sessuale. In realtà fa solamente un gesto con la mano sinistra fuori dal finestrino, ma la sintesi è sempre stata una delle sue qualità. Sotto la triade, tutti n7f36aebdb7bd3cc905ae30d69383389eoi altri.

Su consiglio di Pulvirenti, Zampogni e Viganelli erano andati in quei giorni al cinema a vedere L’esorcista. Il film, horror epocale attorno al quale erano sorte storie mitiche (si narrava di svenimenti, di persone che lasciavano anzitempo la sala terrorizzate, di interventi della Croce Rossa durante la proiezione), era l’oggetto del desiderio per chiunque. Soprattuto per noi che non avevamo ancora l’età per poterci entrare in quella sala. Zampogni e Viganelli millantarono la maggiore età e riuscirono ad entrare. La mattina seguente trascorsero ogni singolo minuto della giornata a raccontare il film in ogni minimo particolare. A distanza di anni, devo ammettere, che il racconto fosse effettivamente vivido, le immagini forti catturarono l’immaginazione e loro seppero trasmettercela con la stessa intensità. All’epoca mi ricordo che mi bevvi il racconto a bocca aperta e poi a casa, solo nel letto, la notte mi proiettai il mio film mille e mille volte. Linda Blair viveva al mio fianco, la sua faccia sì trasfigurava non appena chiudevo gli occhi, i crocifissi di casa si animavano, fiotti di vomito verde allagavano le lenzuola. Un incubo. Notti insonni e adolescenza minata alla base ancora prima di iniziare.
Quella primavera tra le luci e i suoni delle giostre, il terrore di riattivare ogni paura combattuta strenuamente, notte dopo notte, nei mesi precedenti entrando in quel Tunnel si palesò davanti a me. La mia ragazza voleva dividere i suoi primi brividi con me, mentre io non avrei voluto mai più conoscere la paura di trovarmi solo con le mie paure. Il baraccone con le macchinine in fila pronte a immergersi nel buio era il davanti a noi. Antonella fremeva, io pure anche se per sentimenti diversi. Luci, suoni, grida, una risata stridula. La figura di un vampiro pronto ad accoglierti nel suo antro. No, il vampiro no. Non l’avrei retto.

L’estate all’epoca cominciava con la partenza per la Liguria verso l’albergo dove avremmo passato tre settimane. Una pensioncina tranquilla a pochi metri da un corso d’acqua perennemente asciutto e comunque non distante dal mare. Tra gli ospiti dell’albergo quell’anno arrivò una famiglia torinese composta da due genitori anziani e il figlio trentenne, Umberto. Non essendoci altri della sua età e non essendo lui particolarmente brillante (pensandoci ora il ragazzo doveva avere non pochi problemi), Umberto giocava con noi. Era il nostro capo grande, il genitore che avremmo voluto partecipasse ma non c’era mai. Una sera andò al cinema e la sera seguente ci raccontò quello che aveva visto. La storia era quella di un uomo che viveva in una bara durante il giorno e la notte usciva per andare a succhiare il sangue a giovani donne. Si chiamava Dracula e raccontandolo, al primo buio della sera, si preoccupava anche di interpretarne le parti. Tanto che al culmine del racconto riuscì a infilarsi in bocca una finta dentiera con i famosi canini appuntiti e spaventarci tutti. Se non sono morto quella volta, poco ci è mancato. Ho sperato morisse Umberto, invece, ma non accadde. In compenso due anni più tardi la compagnia di giovani con i quali Umberto aveva cominciato ad uscire, gli fece uno scherzo crudele: inscenarono un finto rapimento con tanto di riscatto e intervento della polizia. Al momento del rilascio davanti l’entrata dell’hotel, lo trovai piangente e con i calzoni tutti bagnati dal piscio. La memoria andò al quel cazzo di Dracula che mi levò il sonno per settimane e non riuscì ad avere pietà e risi di lui insieme a tutti gli altri che di quello scherzo ne erano stati i fautori.
La fila per il biglietto d’entrata scorreva verso il volto di Dracula, quello indemoniato di Linda Blair, il buio, le urla, il piscio nei pantaloni. Antonella che mi tiene la mano e io… io che la lascio e scappo.
Oggi Antonella vive con la sua compagna e mi pare abbiano anche una bimba, Zampogni ha aperto una pizzeria, la domenica va a vedere il Milan e fino a qualche anno fa trascorreva le partite spalle alla porta guidando i cori degli ultras. La casa di mia nonna è stata venduta. Io non ho ancora visto L’esorcista.

Offeso

Dillo pure che sei offeso

da chi distrugge un entusiasmo

da chi prende a calci un cane

da chi è sazio e ormai si è arreso

da tutta la stupidità

chi si offende tradisce il patto

con l’inutile omertà

rimane senza la protezione

del silenzio, dell’assenso

del “tanto dobbiamo sopravviverci

qui dentro”

 

Quando vivere diventa un peso

quando nei sondaggi il tuo parere

non è compreso

quando dire amore diventa sottinteso

quando la mattina davanti al sole

non sei più sorpreso

 

Offeso

 

Dillo pure che sei offesoniccolo-fabi-offeso-video-ufficiale-e-testo-1200x630

dalle donne che non ridono

dagli uomini che non piangono

dai bambini che non giocano

dai vecchi che non insegnano

se hai qualcosa da dire dillo adesso

non aspettare che ci sia un momento

più conveniente per parlare

 

Quando vivere diventa un peso

quando nei sondaggi il tuo parere

non è compreso

quando dire amore diventa sottinteso

quando davanti al sole la mattina

non sei più sorpreso

dillo pure che sei

offeso

 

 

Offeso-Niccolò Fabi

Billy Lynn, un giorno da eroe

Una normale giornata americana, oppure una pagliacciata. E’ sottile il confine che divide le due situazioni e la contraddizione insita nella cosa è una delle tante che spiazza e disarma Billy Lynn, giovane eroe americano, suo malgrado. Billy Lynn ha diciannove anni, fa parte della Bravo Squad, un plotone di soldati di stanza in Iraq, divenuti famosi per le riprese involontarie di una telecamera. Lasciata accidentalmente accesa da un giornalista, infatti, la camera inquadra il gesto altruista di Billy, eleggendolo a eroe nazionale. Cosi, tornati in patria, la squadra di ragazzi viene invitata a presenziare nel Giorno del Ringraziamento ai festeggiamenti organizzati durante una partita di football, finendo per diventare loro stessi parte dello spettacolo organizzato dai media. Tra la promessa di un film sulle sue gesta, la comparsa in un concerto delle Destiny’s Child (il gruppo di Byonce) e l’amore fugace di una cheerleader Billy troverà però il modo per raccontare a stesso e all’America quello che realmente prova. Anche se non tutto potrà essere mai detto. 37640-197-billylynn-df03145

Billy Lynn, un giorno da eroe è il nuovo film di Ang Lee, un autore a cui piace seguire strade diverse ogni volta. E forse, anche per questo ci sta simpatico. Dai kolossal come La vita di Pi, La tigre e il dragone e Hulk, a film più intimisti come Tempesta di ghiaccio e Brokeback Mountain, Lee ha sempre tentato di narrare l’uomo e le sue contraddizioni; la fragilità umana di fronte alle cose più grandi di noi. E la storia di Billy Lynn sintetizza bene quanto gli uomini siano totalmente inadeguati a affrontare la guerra e le sue inevitabili conseguenze. Eppure, come la mosca tenace e ottusa continua a sbattere sullo stesso vetro tentando di uscire dalla stanza, così le persone continuano a combattere guerre destinate sempre a essere perse. “Siamo una nazione di bambini, per crescere andiamo altrove. A volte anche a morire”, dice uno dei protagonisti della storia. E l’America di Ang Lee ha la faccia imberbe di un manipolo di adolescenti, la Bravo Squad, destinati a diventare carne da macello: sia sotto i colpi nemici, sia sotto i riflettori di uno stadio. Billy Lynn, un giorno da eroe è un film intelligente, mai retorico e tecnicamente innovativo – Lee ha utilizzato riprese a 120 frame al secondo, cioè cinque volte superiori la normale frequenza, per ottenere i migliori effetti visivi negli stacchi tra presente, flashback e immaginazione del protagonista. Ma soprattutto è un film importante perché non smette mai di ricordarci quanto il concetto di guerra giusta sia principalmente un ideale. Terribile, ma pur sempre un ideale.