La battaglia di Hacksaw Ridge

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE DI MEL GIBSONLa storia di Desmond Doss è una storia vera, la storia della battaglia di Hacksaw Ridge è una storia vera, i tanti soldati che in quella battaglia hanno perso la vita sono purtroppo veri eppure il film suona falso dall’inizio alla fine. Per il suo ritorno alla regia, a dieci anni dal risibile Apocalypto, Mel Gibson ha scelto una storia di guerra, vista dagli occhi filtrati di un pacifista. Siamo nel 1942, Pearl Harbour è appena stata attaccata e l’America ha improvvisamente scoperto sulla sua pelle che una Guerra Mondiale stava dilaniando il resto del pianeta. Desmond Doss, figlio di un veterano della Prima Guerra e obiettore di coscienza per motivi religiosi, decide comunque di arruolarsi per servire il suo Paese come medico sul campo. Non è facile far accettare ai militari che il coraggio di una persona non si misura dal numero di pallottole sparate, eppure Desmond – tenace, orgoglioso e coriaceo – supera l’addestramento, le diffidenze, il rischio di un’imputazione alla Corte Marziale e parte fiducioso a sconfiggere i giapponesi. La battaglia è quella di Okinawa e Hacksaw Ridge è la vetta da scalare per conquistare l’isola: senza mai sparare un colpo, senza imbracciare un’arma Doss salverà 75 uomini finendo per divenire il primo obiettore insignito della Medaglia d’Onore del Congresso, la più alta onorificenza militare Americana.

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Ne La battaglia di Hacksaw Ridge c’è tutto quello che ci si aspetta di trovare in un film di guerra: il dolore del famiglia per la partenza del figlio, la fidanzata in attesa del ritorno, il sergente cattivo che urla in faccia alle reclute, la diffidenza cameratesca pronta a trasformarsi in legame indissolubile, l’idea nobile della guerra pronta a infrangersi sulla crudeltà della realtà. E tutto naturalmente condito di retorica grondante. Il nuovo film di Mel Gibson è un film vecchio: vecchio cinema senza futuro. Un film confezionato con mestiere ma senza un briciolo di originalità, che pesca nell’immaginario comune per riproporre schemi stantii. Non aiuta certo la scelta degli attori: Andrew Garfield (Silence) per interpretare Desmond Doss ci mette giusto il fisico segaligno e poco altro; gli altri, alcuni anche molto buoni, sono emarginati e inseriti in un contesto insipido, destinato a scolorire ogni prestazione.

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