Il balcone di Antonella

Il balcone della casa dei nonni correva lungo il soggiorno e il salotto. La nonna diceva che dal balcone si vedeva il fiume. In realtà dovevi sporgerti dalla parte più estrema e, nelle giornate limpide sperare d’intravederne la sagoma dell’ansa. Dal balcone della casa dei nonni si vedevano invece i balconi del palazzo di fronte, quello che di fatto impediva di vedere il fiume. E, tra i tanti, anche quello dove abitava Antonella.
Antonella aveva un anno più di me ed era la mia ragazza. Ci eravamo conosciuti giocando nel parchetto sotto casa e lei quando schettinavamo insieme mi teneva stretta la mano. Poi, le sere d’estate, dopocena uscivamo in balcone e ci raccontavamo cose. Mi piaceva, aveva i capelli scuri che scendevano alle spalle, due occhi grandi e una voce profonda che la faceva sembrare una donna vissuta. Aveva 12 anni e frequentava la prima media. Io ancora le elementari. Per due anni anni abbiamo giocato insieme, inverno e estate, tanto che la nonna quando mi lavava la faccia la mattina mi diceva che ci saremmo sposati. Facevo fatica a rispondere con sapone sul viso, scuotevo la testa, cercando di negare , ma dentro mi sentivo grande e orgoglioso di avere una ragazza più vecchia di me che mi avrebbe sposato. Un giorno.

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Poi arrivarono le giostre. Era maggio, i carrozzoni come ogni anno avevano occupato lo spazio di fianco al palazzo delle esposizioni, quello dove un tempo gli agricoltori del territorio si trovavano a chiudere affari, e il profumo di krapfen e croccante riusciva a coprire quello dei tigli.  L’arrivo delle giostre era il Natale della primavera: un sacco di attese, speranze, eccitazione. Mi piacevano la Spagnola e la Carrera: la prima era il busto di una baiadera e tu eri dentro la sua grande gonna che veniva scossa come in un languido flamenco. La seconda era una pista di macchine, poco più di un semplice 8, in cui l’odore di benzina, gomme bruciate e cordite ti dava l’impressione di essere un pilota di Formula uno. La mamma di Antonella ci accompagna un sabato sera e io già mi vedevo guidare spavaldo con a fianco la mia donna più grande sulla Carrera. Ma appena arrivati, lei propone il nuovissimo tunnel degli orrori.

Allora, dovete sapere che nella mia classe di prima media eravamo quindici provenienti dalle scuole elementari e altri quindici ripetenti, alcuni pluriennali. La scuola aveva organizzato le cose per bene e mantenuto la divisione sociale proprio come i tempi la rappresentavano: il meglio (che oggi è tutto da discutere cose fosse meglio o peggio) nelle prime sezioni. La feccia, i paria, i reietti, i figli delle nuove classi in ascesa, quelli che vent’anni dopo sarebbero diventati leghisti, che avrebbero preso il potere e non avrebbero saputo che farsene, tutti raggruppati nella seconda parte dell’alfabeto. La mia classe di prima media era la prima M, nella seconda parte dell’alfabeto scolastico, tutta rigorosamente maschile. Che a pensarci oggi sembra di leggere le cronache del medioevo: al piano terra i maschi, al primo piano le femmine. Intervallo a metà mattina sfalsato di dieci minuti, uscita contemporanea: cioè praticamente una tortura per gli ormoni e per fantasie non ancora alimentate dal porno libero.
Nella prima M il capo era Pulvirenti. Nel giro di sei anni sarebbe diventato campione italiano dei pesi leggeri e quattro anni dopo il titolo avrebbe scontato due anni in carcere per percosse a un pubblico ufficiale. Per noi all’epoca era Dio.
Alla sua destra Zampogni: un metro e ottanta per ottanta chili. Un orco buono dalla faccia paffuta di dodicenne, ma pur sempre orco. Non avrebbe fatto male a nessuno e non credo lo abbia mai fatto in tutta la sua vita, ma averlo dalla propria parte rappresentava il potere acquisito.
Alla sua sinistra Viganelli, segaligno, con un ciuffo sempre a coprirgli metà viso e un fare untuoso. Ci aveva provato con una supplente poco più che ventenne, facendola diventare rossa e costringendola ad andare dal preside a riferire l’accaduto. Da quel momento era assunto a fianco del capo. Alla fine delle medie avrebbe smesso di studiare e sarebbe andato a lavorare alla Centrale del Latte della città. Ancora oggi quando ci incontriamo, mi saluta dal camion e mi chiede della mia vita sessuale. In realtà fa solamente un gesto con la mano sinistra fuori dal finestrino, ma la sintesi è sempre stata una delle sue qualità. Sotto la triade, tutti n7f36aebdb7bd3cc905ae30d69383389eoi altri.

Su consiglio di Pulvirenti, Zampogni e Viganelli erano andati in quei giorni al cinema a vedere L’esorcista. Il film, horror epocale attorno al quale erano sorte storie mitiche (si narrava di svenimenti, di persone che lasciavano anzitempo la sala terrorizzate, di interventi della Croce Rossa durante la proiezione), era l’oggetto del desiderio per chiunque. Soprattuto per noi che non avevamo ancora l’età per poterci entrare in quella sala. Zampogni e Viganelli millantarono la maggiore età e riuscirono ad entrare. La mattina seguente trascorsero ogni singolo minuto della giornata a raccontare il film in ogni minimo particolare. A distanza di anni, devo ammettere, che il racconto fosse effettivamente vivido, le immagini forti catturarono l’immaginazione e loro seppero trasmettercela con la stessa intensità. All’epoca mi ricordo che mi bevvi il racconto a bocca aperta e poi a casa, solo nel letto, la notte mi proiettai il mio film mille e mille volte. Linda Blair viveva al mio fianco, la sua faccia sì trasfigurava non appena chiudevo gli occhi, i crocifissi di casa si animavano, fiotti di vomito verde allagavano le lenzuola. Un incubo. Notti insonni e adolescenza minata alla base ancora prima di iniziare.
Quella primavera tra le luci e i suoni delle giostre, il terrore di riattivare ogni paura combattuta strenuamente, notte dopo notte, nei mesi precedenti entrando in quel Tunnel si palesò davanti a me. La mia ragazza voleva dividere i suoi primi brividi con me, mentre io non avrei voluto mai più conoscere la paura di trovarmi solo con le mie paure. Il baraccone con le macchinine in fila pronte a immergersi nel buio era il davanti a noi. Antonella fremeva, io pure anche se per sentimenti diversi. Luci, suoni, grida, una risata stridula. La figura di un vampiro pronto ad accoglierti nel suo antro. No, il vampiro no. Non l’avrei retto.

L’estate all’epoca cominciava con la partenza per la Liguria verso l’albergo dove avremmo passato tre settimane. Una pensioncina tranquilla a pochi metri da un corso d’acqua perennemente asciutto e comunque non distante dal mare. Tra gli ospiti dell’albergo quell’anno arrivò una famiglia torinese composta da due genitori anziani e il figlio trentenne, Umberto. Non essendoci altri della sua età e non essendo lui particolarmente brillante (pensandoci ora il ragazzo doveva avere non pochi problemi), Umberto giocava con noi. Era il nostro capo grande, il genitore che avremmo voluto partecipasse ma non c’era mai. Una sera andò al cinema e la sera seguente ci raccontò quello che aveva visto. La storia era quella di un uomo che viveva in una bara durante il giorno e la notte usciva per andare a succhiare il sangue a giovani donne. Si chiamava Dracula e raccontandolo, al primo buio della sera, si preoccupava anche di interpretarne le parti. Tanto che al culmine del racconto riuscì a infilarsi in bocca una finta dentiera con i famosi canini appuntiti e spaventarci tutti. Se non sono morto quella volta, poco ci è mancato. Ho sperato morisse Umberto, invece, ma non accadde. In compenso due anni più tardi la compagnia di giovani con i quali Umberto aveva cominciato ad uscire, gli fece uno scherzo crudele: inscenarono un finto rapimento con tanto di riscatto e intervento della polizia. Al momento del rilascio davanti l’entrata dell’hotel, lo trovai piangente e con i calzoni tutti bagnati dal piscio. La memoria andò al quel cazzo di Dracula che mi levò il sonno per settimane e non riuscì ad avere pietà e risi di lui insieme a tutti gli altri che di quello scherzo ne erano stati i fautori.
La fila per il biglietto d’entrata scorreva verso il volto di Dracula, quello indemoniato di Linda Blair, il buio, le urla, il piscio nei pantaloni. Antonella che mi tiene la mano e io… io che la lascio e scappo.
Oggi Antonella vive con la sua compagna e mi pare abbiano anche una bimba, Zampogni ha aperto una pizzeria, la domenica va a vedere il Milan e fino a qualche anno fa trascorreva le partite spalle alla porta guidando i cori degli ultras. La casa di mia nonna è stata venduta. Io non ho ancora visto L’esorcista.

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