La regola dei pesci

Generazioni di cannibali. Siamo delle generazioni di cannibali. Perché sia iniziata è difficile da dire, il quando è già più certo. La grande illusione degli anni Ottanta ha generato frustrati e falliti come mai prima di allora, a quel punto per sopravvivere si è cominciato a mangiarsi l’un l’altro. La mia generazione, adolescente in quegli anni, è stata soltanto assaggiata da quella precedente. Da lì in poi è stato un banchetto: tutti a spolparci per ritrovarci oggi nelle stesse condizioni degli indigeni di Rapa Nui. Sì, vero che lì loro, dilapidati in modo idiota i mezzi di sostentamento, finirono veramente per mangiarsi l’un l’altro, noi – più evoluti – abbiamo preferito nutrirci del futuro. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. Sul dirupo ora ci sono quelli che a trent’anni fanno fatica  a mettere insieme la giornata, tra pochi anni tutti quelli per il cui il futuro è ancora solo e soltanto forma verbale da studiare.

SCIANNA Giorgio, writer - © BASSO CANNARSA
La regola dei pesci, quarto romanzo di Giorgio Scianna, ci racconta una storia di questa generazione ostaggio delle precedenti e con il nulla davanti a sé. Quattro ragazzi alla fine del quarto anno di un liceo di scienze umane che, dopo essere partiti per le vacanze estive – le prime vacanze da soli e da maggiorenni – decidono di non tornare più a casa. Non avvertono nessuno, non coinvolgono nessuno tranne loro e partono per dove? Ma soprattuto per raggiungere che cosa?
Narrata a più voci – Lorenzo, l’unico dei quattro a tornare, i genitori smarriti e angosciati dalla sparizione silenziosa, e dal commissario incaricato di condurre le indagini – La regola dei pesci è una pallottola sparata che ti attraversa e che continua dritta la sua corsa fino alla fine. Come nei precedenti libri di Scianna (Fai di te la notte, 18 secondi prima dell’alba e Qualcosa c’inventeremo, tutti editi da Einaudi) utilizza un fatto eccezionale come motore della vicenda, ma in quest’ultimo supera se stesso raggiungendo la maturità di uno scrittore capace di creare emozioni vivide e sincere.
Tra il thriller psicologico, il romanzo di formazione e il dramma teatrale La regola dei pesci è un romanzo intenso e mai banale, capace di sorprendere, avvincere e angosciare qualunque sia il tuo ruolo nella società – genitore, educatore, governante -, perché comunque sia una parte di colpa l’avrai sempre.

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In fondo alla classe ci sono quattro banchi vuoti.
Uno è il mio.
Non ne posso più degli occhi puntati, della raffica di domande che non mi danno tregua. Voglio solo che mi lascino in pace.
Provo una vergogna buia per quanto ho fatto e di certo non lo rifarei più.
Tutto qua. Ecco quello che volevate sentire.
Tanto non potete capire. Perché il mio sbaglio non è quello a cui pensate voi. Se non apro bocca da dieci giorni la ragione è un’altra.
C’era un patto per cui nessuno di noi avrebbe raccontato niente se lo avessero preso. E io, in un certo senso, nel senso peggiore, sono stato preso. Non parlo per proteggere i miei compagni che non sono tornati e non torneranno.
Mi piace pensare che loro ce la faranno. Sono abbastanza forti. E poi sono insieme.
Quanto a me, non posso più guardare in faccia nessuno, perché mi vergogno, non di essere partito ma di essere tornato. La mia colpa è solo una: non avercela fatta.

(La regola dei pesci – Giorgio Scianna)

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I’m not your negro

James Baldwin non è mai stato un personaggio comodo. Intellettuale, nero, omossessuale e in prima fila per l’affermazione dei diritti degli uomini in un’America razzista e segregazionista, Baldwin ha sostenuto sempre le proprie idee con determinazione solida e lucida. “La storia dei negri americani è la storia stessa dell’America. E non è una storia bella”, sostiene Baldwin in un’intervista nel documentario I Am Not Your Negro. E la storia dei neri americani viene ripercorsa attraverso una traccia lasciata dal libro rimasto incompleto dello stesso Baldwin ,’Remember This House’.

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Narrato dalla voce di Samuel L. Jackson, il racconto parte dalle apparizioni dello stesso Baldwin in diversi show televisivi americani e in alcune lezioni universitari, per arricchirsi di sequenze cinematografiche estratte dai film che – nel bene o nel male – hanno forgiato l’immaginario collettivo dell’identità dei “neri”, anzi, dei “negri” ricordando la radice etimologica del termine riferita alle tenebre e alla morte.
“Io stesso fin da piccolo – ricorda Baldwin – ero talmente invaso da immagini di bianchi che uccidono gli indiani nei Western da rendermi conto che come ‘nigger’ ero l’indiano della situazione, il diverso, il nemico”.
Ma diversi come lui erano anche Malcom X, Martin Luther King, Lorraine Hansberry (la prima scrittrice afroamericana a ricevere il New York Drama Critics Award con la piece teatrale A raising in the sun) e tutti i neri che con la loro vita, le loro azioni e le loro parole hanno permesso 40 anni dopo a un nero di sedere alla Casa Bianca.
Presentato a Berlino e finito nella cinquina finale degli Oscar, I’m not your negro del regista haitiano Raoul Peck è un corposo, intelligente e a tratti emozionante documento storico e sociale fondamentale oggigiorno, dove la realtà di un’altra frase di Baldwin suona inesorabile:  “Il mondo non è bianco, né lo é mai stato. Bianco è solo il colore del potere”.

Elle

E’ un bel tipo Michèle. Indipendente, manager di una casa di videogiochi, felicemente divorziata, con un passato quantomeno turbolento e una vita sessuale movimentata, una sera rientrando a casa la donna viene aggredita e violentata da un tipo mascherato da un passamontagna. Il fatto, che normalmente potrebbe sconvolgere chiunque, viene assorbito da Michèle come una delle tante ineluttabili disavventure che la vita ti para davanti. Difficile però stupire una che è figlia di un serial killer finito in carcere quando lei era ancora bambina. La donna così decide di tenere per se la violenza subita e cominciare un’indagine personale che la porterà a scoprire che il suo violentatore è più vicino di quanto potesse mai immaginare.

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Presentato all’ultimo Festival di Cannes e nominato agli Oscar per l’interpretazione sublime di Isabelle Huppert, Elle è un’intelligente, brillante commedia nera come se ne vedono poche al cinema. Autore è il quasi ottantenne Paul  Verhoeven (Basic Instinct il suo titolo più conosciuto, anche se questo assomiglia come atmosfere a uno dei suoi primi lavori: Il quarto uomo), uno che non ha mai avuto paura di cavalcare i generi cinematografici (dal giallo hard boiled alla fantascienza, dal film in costume al dramma amaro) per raccontare la sua visione della vita e della società: un luogo intriso di contraddizioni, violenza, menzogne e qualche sprazzo di felicità. Che è poi la stessa identica visione dello scrittore francese Philippe Djian, autore del romanzo Oh… dal quale il film è tratto.
La vicenda di Michèle però non sarebbe credibile se a interpretarla non ci fosse un’attrice divina come Huppert che in questo ruolo riassume tutta una carriera di personaggi al limite. Capace di giocare con l’ironia, il fisico minuto e la determinazione che solamente le donne hanno, Huppert regala al personaggio di Michèle una profondità assoluta, incarnando perfettamente il personaggio letterario. Un po’ come in passato era accaduto a Jean Jacques Benaix quando trovò Beatrice Dalle per interpretare il personaggio di Betty Blue nell’omonimo film tratto dal capolavoro di Djian. elle_film_still
Ma soprattutto la forza di Elle sta nel giocare con alcuni miti del nostro secolo (il sesso, la famiglia, l’ideale borghese, la religione), smontarli pezzo dopo pezzo e mostrarci il loro lato ridicolmente debole. Un gioco divertente che solo un indomito, talentoso iconoclasta come Verhoeven può permettersi di giocare senza mai scivolare nel volgare o, ancora peggio, nel banale.

The Ring 3

È dal 1998 che la videocassetta maledetta imperversa nelle sale cinematografiche. Prima era tutta solo giapponese, poi dal 2002 la storia di Samara si è trasferita negli Stati Uniti e lì si è replica altre due volte. L’ultima questa: quasi vent’anni dopo la prima e quasi a un centinaio dalla realtà tecnologica di quel tempo. I videoregistratori si trovano oramai sulle bancarelle dei mercatini vintage e le videocassette sono reperti polverosi e ingombranti in un mondo impalpabile fatto di cloud e streaming. Eppure la videocassetta maledetta resiste, almeno nell’immaginario cinematografico horror.

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“Volevo esplorare il modo in cui la tecnologia ha cambiato radicalmente la diffusione di una maledizione”, ha affermato il regista F. Javier Gutiérrez, “ed oltre alla semplicità di poter guardare un video, anche la facilità di effettuare delle copie e tramandare una maledizione. Bastano solo due click per inviarla ai computer portatili o ai telefoni cellulari di decine di contatti. Oggigiorno, gli schermi sono ovunque, quindi non si è mai veramente al sicuro da Samara”.
Eh sì, perché anche in The ring 3 la storia è sempre la stessa: c’è un breve video, la telefonata che immancabilmente arriva appena è terminata la visione e la morte inesorabile dopo sette giorni dalla minaccia. Ma questa volta con una variante metacinematografca: all’interno del video originale (che tra l’altro continua a seminare morte come se il tempo non fosse mai passato) si trova un altro film che solo Julia, la protagonista della vicenda, riesce a vedere. Il suo ragazzo Holt appena partito per il college si imbatte nel video, lo guarda e si trova col tempo contato. Ma c’è una possibilità di salvarsi: come nel gioco della Peppa Tencia, dove ci si passa la Donna di Picche finché uno non rimane con la carta sfortunata in mano, anche qui se un’altra persona vede il video al posto del condannato, la morte sposta le sue mire. E Julia si sacrifica per Holt. Almeno apparentemente.

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Non è un bel film The Ring 3: abborracciato nella scrittura e diretto senza grandi qualità, il film vive la sua vita all’ombra dei precedenti apportando cambiamenti microscopici a una trama dove è già stato detto tanto. Forse anche troppo. Come i precedenti anche The Ring 3 preferisce creare suspense dalle situazioni tese, piuttosto che terrorizzare ricorrendo al basico splatter, ma se ti mancano i fondamentali il rischio è di finire a creare spaventi da tunnel degli orrori di una fiera di paese.

37°2 al mattino

– Sembra impossibile poter comperare un posto come questo! – fa -E’ pazzesco.

– I documenti sono in regola. Non ti preoccupare.37c2b0-2-al-mattino_djian_copertina

-Voglio dire, poter comprare un posto vero e proprio, con la terra, l’odore, i rumori, la luce, insomma questo!

Ho preso una coscia di pollo affumicato e ci ho dato un morso con calma-

-Però è così – ho detto – Tutto quello che vedi è tuo.

-Cioè questo tramonto tra gli alberi davanti a me, è mio?

-Assolutamente.

Cioè il silenzio e il venticello giù per la collina mi appartengono?

-Sì, proprio, chiavi in mano – ho detto.

-Oh, doveva essere pazzo chi l’ha venduto!

 

(Philippe Djian – 37°2 al mattino)

Autobahn-Fuori controllo

Sarà che ne abbiamo visti tanti di film, ma sempre più spesso capita che non ti aspetti più granché da un certo genere cinematografico. Specialmente se il genere è quello action tutto inseguimenti senza respiro, sparatorie spettacolari e azione tesa e spasmodica. Ecco, dopo che uno si è goduto un paio di film di William Friedkin come Il braccio violento della legge e Vivere e morire a Los Angels ogni altro film ha poco da aggiungere. Un pò come dopo essere stati al Grand Canyon, ogni altro orrido appare ridicolo. E Autobahn-Fuori controllo è per la storia del cinema poco più di un dirupo.
Casey è un americano che fa il corriere della droga in Germania. E’ al soldo di Geran, un criminale dal cervello bruciato dagli acidi, e vive alla giornata senza pensieri. Quando incontra Juliette decide che è l’occasione di mollare tutto e provare a cominciare a vivere in modo differente. Quando alla ragazza verrà diagnosticata una grave malattia per le cui cure saranno necessari un sacco di soldi, Casey penserà bene di tornare al vecchio lavoro e cercare di guadagnare in fretta la cifra necessaria. Geran gli propone di derubare il carico di droga destinato a Hagen, il criminale suo rivale negli affari. Ma quando il colpo non andrà come previsto per Casey comincerà una fuga infinta per cercare di salvare la vita sua e della ragazza.

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Non si può dire che Autobahn-Fuori controllo non si metta d’impegno a realizzare una storia serrata tutta ritmo e adrenalina, il problema è quando rallenta. I dialoghi sono imbarazzanti e, con la velocità a passo d’uomo, i personaggi purtroppo vengono delineati in tutta la loro inconsistenza. Il film perciò finisce per essere solo una sfilata pacchiana di auto costose, pronte a essere distrutte, e una volgare dimostrazione di come il denaro senza idee non serva a un bel niente. E il cast ricco di nomi in ascesa come Nicholas Hoult (X Men) e Felicity Jones (Star Wars Rogue One) e premi Oscar come Ben Kingsley e Anthony Hopkins finisce per svaporare nell’impalpabile, chiassoso nulla.

Hidden figures-il diritto di contare

Spesso la storia nasconde pagine importanti che potrebbero permetterci di leggerla con occhi diversi. E il cinema ogni tanto riesce a farle riemergere e scoprire nuove verità. Theodore Melfi, regista del delizioso St. Vincent, è andato a scartabellare tra le carte della Nasa e a scoprire che se non fosse stato per un tenace e brillante manipolo di donne nere, gli americani sarebbero riusciti a spedire razzi nel cielo chissà quanti anni più tardi.

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Hidden figures-il diritto di contare racconta la vera storia di Katherine Johnson, Dorothy Vaughn e Mary Jackson, tre scienziate afro-americane che, nella Virginia segregazionista degli anni Sessanta hanno letteralmente rivoluzionato gli studi alla Nasa e compiuto un passo fondamentale nell’integrazione razziale. Katherine Johnson è una matematica geniale, Dorothy Vaughan una responsabile informatica e Mary Jackson un’ingegnere brillante e tutte e tre lavorano alla Nasa. Ma ai margini. Ritenute inferiori per essere allo stesso tempo donne e nere, le tre faticheranno non poco ad affermarsi ma alla fine, solo grazie ai calcoli e alle intuizioni di Katherine Johnson, John Glenn divenne il primo astronauta americano a fare un’orbita completa della Terra.
Hidden figures-il diritto di contare, ennesimo film biografico della stagione, è una buona commedia sentimentale diretta onestamente da un regista dal taglio classico e interpretata vigorosamente da tre attrici di carattere: Taraji P. Henson, Octavia Spencer e Janelle Monáe capaci di far passare in secondo piano nomi ben più affermati come Kevin Costner e Kirsten Dunst. Nel cast anche il recente premio Oscar per la miglior interpretazione da non protagonista in Moonlight, Mahershala Ali.