Paradise sky

paradisesky“- Ho sempre cercato di condurre una vita degna di un uomo bianco, e tutto quello che mi è accaduto, e che mi ha portato fin qui, è stato provocato da un negro che ha guardato il culo a mia moglie mentre lei stendeva innocentemente il bucato, nel giardino di casa mia. E ora quel negro se ne sta davanti a me, con una stella di sceriffo sul petto, neanche fosse lui il bianco. Ho una sola cosa da dirvi: ammazzate quel muso nero e liberatimi subito. La responsabilità delle mie azioni non è mia, è sua”.

“Ah, chiudi il becco, – disse il tizo che aveva scherzato sull’arpa poco prima. Avevo riconosciuto la voce, e stavolta lo vidi. Indossava una salopette vecchia come la sua faccia – Non ce ne frega niente di te, del negro, e nemmeno del culo di tua moglie. E’ ora che tu prenda la tua medicina, vecchio scoreggione bruciacchiato”.

Quelle parole tolsero a Ruggert ogni energia (…) Era una di quelle persone che sono convinte di essere sempre dalla parte della ragione, e forse, fino a quel preciso istante, non si era ancora reso conto che la sua storia finiva qui, e che era stato un idiota a pensare il contrario.

Dopo un attimo di silenzio, Ruggert disse: – “Va bene. Non altro da dire”

E il boia mise il cappuccio anche a lui.

(Joe R. Lansdale)

 

ps

I libri da un po’ li compero solamente al mercato dell’usato. E in una settimana ho trovato questo capolavoro, oltre a Rumble Tumble per un paio di eurini. Ringrazio tutti quelli che gettano via Lansdale. Vi ringrazio davvero, ma non vi capirò mai.

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Le cose che verranno

Mi piace il cinema di Mia Hansen-Løve. Un cinema fatto di dettagli solo apparentemente insignificanti, di cose non dette e di emozioni, che nella loro profonda semplicità arrivano dritti allo spettatore. Il cinema di Mia Hansen-Løve è figlio della nouvelle vogue e di registi come Rohmer e, come tutti i figli, ha saputo staccarsi dai padri e affermare se stesso. La regista l’avevamo apprezzata nel 2011 a Locarno, quando presentò (e si guadagnò la menzione speciale della giuria) Un amore di gioventù, una bella storia d’amore adolescenziale che rimane nel tempo. Poi, tre anni più tardi, la regista francese con Eden ha raccontato la generazione dei trentenni e delle loro aspirazioni. Oggi con Le cose che verranno Mia Hansen-Løve guarda avanti a se e racconta un’altra generazione. Nathalie, cinquantenne insegnante di filosofia in un liceo parigino, ha una vita che scorre tranquilla tra il marito, i due figli, una madre ex modella che necessita di attenzioni continue e la sua dedizione al pensiero filosofico. Ma all’improvviso tutto cambia, il marito la lascia, la madre muore e i figli decidono di andare a vivere da soli. Nathalie così smette di essere madre, moglie e figlia da un giorno con l’altro, scoprendo che questo nuovo stato altro non è che una nuova fase della vita.

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“L’argomento di Le cose che verranno lo avevo in mente già da tempo – ha raccontato la regista parigina – ma mi faceva un po’ paura perché è un argomento più duro di quelli che avevo affrontato fino a quel momento. Per una donna di 50-55 anni reagire a quanto accade e reinventarsi una vita è sicuramente più difficile rispetto ad un giovane di 20 anni”.
La nuova vita che dovrà inventarsi Nathalie, interpretata da Isabelle Huppert (vista recentemente in Elle) come sempre in modo superbo, sarà fatta di malinconie e entusiasmi che è proprio del cinema di Mia Hansen-Løve.
“Per la prima volta avevo avuto l’impressione di presentare un personaggio che non fosse malinconico, invece viene fuori comunque questa malinconia. Trovavo il personaggio di Isabelle Huppert combattivo, con i piedi per terra, e non mi sembrava che fosse malinconico, ma probabilmente mi è venuto fuori così – aggiunge la regista de Le cose che verrannoTuttavia questo è un film che mi ha dato tanto perché trovo che, in fondo, ci sia sempre un legame tra la nostra vita e i film che facciamo e questo mi è particolarmente piaciuto perché mi ha tirato verso la vita e gli sono riconoscente di questo effetto su di me. Ho trovato sorprendente che quando ho cominciato a scriverlo lo pensavo come il più pesante tra quelli che ho fatto, e invece, retrospettivamente, lo sento come un film luminoso e leggero”.

Dall’altra parte

Una guerra si sa quando si comincia, è la fine che non sai quando arriva. Possono passare decenni, pensi che tutto sia stato superato, elaborato, perdonato forse, poi è sufficiente una telefonata e tutto torna al punto di partenza.
Vesna fa l’infermiera a domicilio, ha due figli – uno sposato con figlio e l’altra in procinto di sposarsi – e un marito che non vede da vent’anni: da quando la guerra serbo-croata è finita e l’uomo, capitano dell’esercito nazionale jugoslavo, è stato condannato dal tribunale dell’Aja per i suoi crimini di guerra. Vesna se ne è andata da Sarajevo, ha gettato tutto alle spalle e ora cerca di dimenticare portandosi addosso il peso delle vite degli altri. Ognuno cerca di espiare come può e Vesna lo fa con dignità, ogni singolo istante della sua vita. Ma dopo che la donna ha ricevuto la telefonata dal marito Žarko il passato torna prepotente a oscurare un presente che improvvisamente appare in tutta la sua desolazione e solitudine.

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“Questo è un film sul perdono e sul riuscire a perdonare senza ferire gli altri – ha affermato il regista Zrinko Ogresta (Red Dust) – Ho cercato di adottare un atteggiamento umanitario, che credo che  tutti noi che viviamo qui nei Balcani dovremmo adottare, se abbiamo intenzione di continuare a vivere come vicini di casa. Ma il film parla anche di complessità umana, di tutti gli strati della personalità che sono complicati e si sovrappongono”.
E’ un gran bel piccolo film Dall’altra parte: grande perché emozionante, teso e sorprendente come un thriller (psicologico, naturalmente); piccolo perché veloce e tutto incentrato su un’unica bella idea. Visto dalla parte della protagonista -una Ksenija Marinkovic capace di riempire lo schermo e tenere la scena come poche altre attrici – e con una regia che preferisce interferire il meno possibile con le dinamiche psicologiche, Dall’altra parte rappresenta una delle migliori rappresentazioni delle scorie che un conflitto civile si porta inevitabilmente appresso che si siano viste sullo schermo da parecchio a questa parte. Gran merito della solidità del racconto va alla sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista con il talento croato Mate Matisic, capace di imporre un ritmo narrativo straordinario alle immagini sensibili di Ogresta.

Il segreto

Le storie d’amore hanno spesso il limite di essere, appunto, storie d’amore. Storie cioè che inevitabilmente, inesorabilmente, finiscono per mettere in scena tutto quello che ti aspetti da una storia di questo tipo. E riuscendo raramente a stupirti, a sorprenderti. Come nel caso de Il segreto, dove un buon regista come Jim Sheridan (Nel nome del padre, il mio piede sinistro, In America) è caduto nella stessa trappola retorica di tanti altri suo colleghi che, obnubilati da un romanticismo di maniera, e forse un po’ senile, perdono per strada storia, ritmo, credibilità e, alla fine, spettatori.

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Il segreto, tratto dal romanzo di Sebastian Barry, racconta la storia di Rose, un’anziana ospite di un ospedale psichiatrico in fase di chiusura per essere trasformato in una lussuosa spa. Rose in quell’ospedale vi è finita da giovane e, a quanto sostiene, accusata ingiustamente dal parroco di omicidio del proprio bambino. Nell’ospedale vien mandato il dottor Stephen Grene per riesaminare il caso della donna e convincerla ad accettare il trasferimento a un’altra struttura. Conoscendo Rose e ascoltandola, Grene scoprirà che dietro una vicenda drammatica e tragica in realtà si nasconde una storia ancora più grande e che interesserà anche lui.

“E’ un romanzo incredibilmente lirico, più in linea con un’opera di Samuel Beckett che con una sceneggiatura cinematografica – sostiene Jim Sheridan – La sfida è stata tradurre in immagini sullo schermo una storia che nel libro si svolge nella mente della protagonista”.

Narrato su due piani narrativi temporali – il 1942 e oggi – Il segreto è un film nato vecchio che, malgrado le intenzioni di regista e sceneggiatore (l’irlandese Johnny Ferguson) non riesce a scrollarsi di dosso il peso letterario della vicenda e imprimere al racconto cinematografico un ritmo che permetta di prenderne le distanze. La difficoltà di uscire dalla mente della protagonista (una sempre brava Vanessa Redgrave che, però, non aveva bisogno di una prova del genere per affermare il proprio talento) e rendere plausibile un racconto frammentario in cui realtà e fantasia diventano una sola cosa sono state risolte in modo elementare – flashback, voce fuori campo – e, soprattutto, finendo per dare al film un sapore di stantio, come certe caramelle che solo una nonna potrebbe rifilare al nipote.

Mal di pietre

Non è una novità che l’amore sia principalmente un fatto di testa. E Gabrielle non fa eccezione. Solo che nella sua testa l’amore brucia e si nutre della sua stessa carne. Siamo negli anni Cinquanta, nella campagna francese, e Gabrielle è figlia di una famiglia di agiati fattori. Divisa tra la voglia di fuggire e quella di vivere nella sua terra, la donna passa le giornate a immaginarsi amori grandi e assoluti che però condivide solo e soltanto con la sua fantasia. I genitori, preoccupati degli atteggiamenti sfrontati della figlia, decidono di darla in moglie a Jose, un onesto profugo spagnolo che lavora le loro terre: Gabrielle viene letteralmente venduta per denaro e un pezzo di terra. Il matrimonio viene vissuto da entrambi come un normale contratto e nel pieno rispetto delle regole. Quando però la donna andrà alle terme svizzere a curare il suo mal di pietre (dei calcoli renali), li troverà il vero amore: Andrè Sauvage, un affascinante tenente reduce della guerra d’Indocina debole e malato. I due vivranno una breve, intensissima, storia d’amore – una di quelle sognate da sempre da Gabrielle – e quando lei sarà dimessa perché guarita, trascorrerà il resto dei suoi giorni ad attendere l’amore promesso da Andrè al momento della partenza. Solo anni dopo, però, si scoprirà la realtà.

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“Gabrielle vive al crocevia tra un mondo all’antica e un periodo di grandi speranze e libertà – racconta la regista Nicole Garcia (L’avversario e Quello che gli uomini non dicono) – M’interessano i personaggi femminili che possiedono questa dimensione poetica così entusiasmante e vibrante. C’è qualcosa nella pazzia delle donne che mi affascina, sopratutto quando vi è in loro una sorta di fragilità, oltre che il potenziale perché essa possa sgorgare fuori, sebbene a volte si rischi la catastrofe”.
Mal di pietre, tratto dal romanzo di Milena Agus (vero e proprio caso letterario prima francese e poi italiano con oltre 150 mila copie vendute), è un melò tradizionale che ha nella sua collocazione temporale – gli anni Cinquanta appunto – la parte più interessante, dal punto di vista narrativo: anni di trasformazioni, rivoluzioni che sarebbero venute da li a poco e che la protagonista vive metaforicamente sulla sua pelle. Per il resto, il racconto fila come nella più classica delle strutture di genere. Marion Cotillard interpreta un personaggio nelle sue corde, non aggiungendo nulla più a una carriera già ben affermata, così come Louis Garrel si limita a far recitare il pallore e il languore del suo personaggio. La sorpresa è invece Alex Brendemuhl, intenso e dolorosamente dignitoso nella parte di chi la storia solo apparentemente è destinato a subirla.

LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE (IN BETWEEN)

Non è facile essere donne. Non è facile essere giovani donne arabe a Tel Aviv oggi. Ma Laila, Salma e Nour lo sono e devono fare i conti oltre con le stesse inevitabili debolezze e insicurezze dell’età, anche con i pregiudizi di tutto un mondo altro da loro. Laila è una giovane avvocatessa che, di notte, smesso il serioso tailleur si lascia andare a respirare la vita; Salma fa la dj, vive di lavoretti occasionali e deve fare i conti con la sua omosessualità; Nour studia informatica e ha già il futuro pensato e scritto da altri per lei. Le tre donne vivono assieme nella stessa casa e dividono le loro diverse esperienze, sostenendosi come solo i veri amici sanno fare. Soprattutto nelle difficoltà, che non mancheranno di certo.

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Libere disobbedienti innamorate è un film sulla libertà, l’emancipazione e l’amore. Ed è un film che si nutre della voglia riscatto di una generazione che non riesce più a fare i conti con i codici di una società ottusa e maschilista. “Ho cercato di raccontare il complicato dualismo della loro quotidianità, stretto tra la tradizione da cui provengono e la sregolatezza della metropoli in cui abitano – ha spiegato la regista Maysaloun Hamud, al suo primo lungometraggio – e il prezzo che devono pagare per una condizione che normalmente può apparire scontata: la libertà di lavorare, fare festa, scopare o solo semplicemente scegliere”.

Non deve essere facile neppure essere regista, donna, araba e riuscire a far sentire la propria voce. Ma Maysaloun Hamud con il suo Libere disobbedienti innamorate è riuscita a farla arrivare questa voce, permettendo di superare una serie di pregiudizi sullo stile di vita delle donne arabe in Israele. Il film non può essere ascritto al cinema stile Sex and the City, anche se i riferimenti di genere non mancano. Anzi, in alcuni momenti sono addirittura smaccati. Ma il tocco sensibile della regista riesce a portare qualcosa di più, conferendo al prodotto note drammatiche impossibile da raggiungere per la maggior parte dei prodotti commerciali statunitensi.

Recitato con passione da tre giovani attrici brave e intense, girato con piglio e sensibilità e con una colonna sonora straordinaria, Libere disobbedienti innamorate è un film importante per tanti aspetti. E perderlo equivarrebbe a perdere un’occasione per crescere.