Abel figlio del vento

Se la voce narrante fuori campo non è quella di Rick Deckard di Blade Runner o almeno quella di Woody Allen già sono maldisposto nei confronti del film. È un mio limite, l’ammetto, ma chi non ne ha in fondo. Se poi la voce introduce una stucchevole favola mutuata dai vecchi documentari Disney e mille storie già lette, allora il disagio si trasforma in sofferenza vera, fisica. La storia di Abel figlio del vento è quella di un’amicizia, ma anche di rapporti familiari e, se vogliamo anche l’eterna storia del contrasto tra uomo e natura. Insomma, il film della coppia Olivares e Penker, mette sul piatto temi enormi, universali per poi risolverli con la stessa profondità di un tweet.


Lukas vive isolato col padre sulle Alpi. La madre è morta a seguito di un incendio della casa. Da quel momento Lukas ha deciso di non parlare più e chiudere ogni rapporto col padre che, a sua volta, se la prende con la natura per la disgrazia capitatagli. Contemporaneamente, sul picco di un’alta montagna assistiamo alla nascita di due aquilotti: come spesso accade in natura, se i genitori non riescono ad allevarli entrambi, il più debole viene scacciato dal nido a vantaggio del più forte. Si chiama “cainismo” e a farne le spese è il piccolo Abel che viene raccolto da Lukas e allevato per restituirlo alla natura quando sarà il tempo. Una classica storia di formazione vissuta attraverso gli occhi del saggio guardiaboschi Danzer che, un po’ padre e un po’ maestro di vita, insegnerà a Lukas sia ad allevare l’aquilotto sia a ricucire lo strappo col padre.

Abel il figlio del vento è film fondamentalmente non riuscito perché tenta di mischiare più tecniche cinematografiche (il lungometraggio e il documentario) andando a creare un ibrido senza personalità. Le belle immagini stile National Geographic sono accompagnate da una recitazione stonata e scoordinata che finisce per creare una dissonanza fastidiosa. La stessa che ti fa muovere sulla poltrona e gettare continuamente l’occhio all’orologio.

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