La scuola cattolica

Arbus mi aveva insegnato a non fidarmi: non è molto, come insegnamento, ma almeno è chiaro. Certo non suscita entusiasmo: sarebbe preferibile ricevere un ammaestramento che dica “Questo è” invece che “Questo può non essere”, “Non è come credi”.E le prime persone di cui è meglio non fidarsi, secondo Arbus, sono proprio i maestri, le autorità, gli adulti, gli insegnanti, quelli che dovrebbero sapere. Quelli che dovrebbero sapere, non sanno: credono di sapere quello che non sanno, non sanno di non sapere, dunque presumono. La loro autorità è basata sul nulla. Su questo punto Arbus era categorico: non l’ho mai visto prendere per buona un’affermazione, sia che fosse scritta su un libro, sia detta da un professore, né tantomeno le storie che circolavano tra noi studenti in forme così leggendarie che sarebbe stato giusto dubitarne in via di principio. Il bello è che Arbus non aveva nulla da contrapporre alle verità dei nostri maestri, anzi, prima prima ancora che non fidarci di loro, diceva, noi avremmo fatto bene a non fidarci di noi stessi.  

Edoardo Albinati

Annunci

District Zero

Zaatari è il secondo campo profughi più grande al mondo. Si trova in Giordania e raccoglie oltre 90 mila rifugiati siriani, la maggior parte donne e bambini. Maamun è uno di questi. Con il figlio è fuggito dal suo paese e ora nel campo gestisce un negozio di telefonini: li ripara, ricarica batterie e tiene in vita gli unici collegamenti che gli altri rifugiati hanno ancora con la Siria. Nel campo profughi sono in molti a frequentare il suo negozio e grazie alle loro schede di memoria scopriamo com’era la loro vita in Siria un tempo: felicità, routine, vita familiare, ma anche guerra, distruzione, conflitti e terrore. Quando Maamun decide di acquistare una stampante per le fotografie contenute nelle memorie dei telefoni ecco che i rifugiati potranno riportare in vita e toccare fisicamente i loro momenti felici.
Distric Zero girato a Zaatari nel marzo del 2015 dalla coppia di documentaristi Pablo Iraburu e Jorge Fernandez Mayoral, evoca l’idea delle vite dei profughi ferme a un “punto zero” a causa della guerra: vite in sospeso tra un presente consapevole della sua precarietà e un futuro opaco. Così, la serenità è rappresentata dal passato i cui ricordi rimangono l’unica boa per la sopravvivenza.
Il lavoro di Iraburu e Mayoral è un docu film sincero, accorato e a tratti emozionate. Forse un po’ troppo didascalico nella costruzione della storia, District Zero ha però nella capacità di composizione dell’immagina la sua forza prima che, accompagnata dalla partecipazione emotiva per la sorte dei rifugiati siriani, ne fanno una testimonianza fondamentale e imperdibile.

https://i2.wp.com/www.districtzero.org/images/gallery/3grande.jpg
District Zero è stato prodotto nella cornice della campagna You Save Lives, lanciata da Oxfam e Commissione Europea per dare un volto e rendere visibili i 59,5 milioni di rifugiati e sfollati presenti oggi nel mondo, a partire dalle tre peggiori crisi del momento: in Siria, dove da quando la guerra civile è iniziata oltre 4 anni fa, si contano 11,4 milioni di profughi, vale a dire metà della popolazione del paese; in Sud Sudan, uno dei paesi più poveri del mondo, dove in poco più di un anno di conflitto, siamo già a 2 milioni; e in Repubblica Centrafricana dove la guerra ne ha provocati 860.000, con metà della popolazione, 2,7 milioni di persone, dipendente dagli aiuti alimentari, ed tasso di malnutrizione nei bambini sotto 5 anni pari al 40%, uno dei più alti al Mondo.
La campagna è sostenuta da una piattaforma digitale che raccoglie le storie e le testimonianze di chi ha dovuto partire dalla propria terra alla disperata ricerca di un rifugio: donne, uomini, vecchi e bambini costretti a salvarsi la vita nella disperazione della fuga, privi di ripari, coperte, vestiti, cibo e acqua, come di sicurezza e protezione, di lavoro, istruzione e denaro per sopravvivere.

Dadaismi

Non so te, Ma io sto male

Se mi chiedi 

Di pensare

Computazionale. 

Non sopporto

algoritmi, 

assoni

e iterazioni. 

Non li reggo.

E mi distruggo. 

Allora

Baciami,

Stupida

Come non ci fosse un domani

Senza calcoli

Nè commercialisti

Ma solo 

piccoli

futili 

Dadaisti

Locarno 70

Sono 70. Un’età invidiabile. Un punto d’arrivo, per molti. Ma non per il Festival di Locarno. “La settantesima edizione del Festival – ha raccontato il direttore artistico Carlo Chatrian – non vuole fermarsi a celebrare l’evento, quanto piuttosto consideralo un punto di partenza”. L’inizio di un festival generoso, eclettico, musicale, sorprendente e giovane. Perché la paura del festival, quasi un’ossessione, è quella di scoprirsi un giorno vecchio e tutto impegnato a guardarsi indietro. Invece Locarno, come un novello Dorian Gray, rinnova se stesso mantenendosi in forma, fresco e vitale anno dopo anno. “Da questa edizione avremo anche un comitato consultivo di giovani tra i 18 e i 23 anni che affiancherà la direzione, consigliandola e suggerendo la rotta migliore”, ricorda il presidente Marco Solari. E giovane è la protagonista di Demain et tous les autres jours che aprirà il Festival in Piazza Grande la sera del 2 agosto. Si chiama Mathilde e in attesa della separazione dei genitori si affida a un uccellino parlante per essere guidata in questo momento difficile. Ma rimaniamo in Piazza Grande che vedrà spesso donne al centro del palco: Francesca Comencini presenterà il suo ultimo Amori che non sanno stare al mondo, una commedia amara tutta al femminile; Nastassja Kinski riceverà il premio alla carriera, Fanny Ardant accompagnerà il suo ultimo lavoro Lola Pater e Charlize Theron darà sberloni a destra e a sinistra in Atomic Blonde. Non scherza neanche Noomi Rapace nel thriller fantascientifico What happened to monday, così come saremo curiosi di scoprire Vanessa Paradis che in Chien si troverà a vivere un’avventura con un uomo trasformato in cane. Dalla Piazza segnali interessanti anche dagli interpreti maschili: Mathieu Kassovitz, premio alla carriera, in Sparring immolerà la sua faccia ai pugni presi sul ring e Adrien Brody, premiato anch’egli, racconterà agli appassionati la sua avventura sul set de Il pianista, il film che lo ha reso celebre.


Locarno 70 parlerà francese, americano e italiano. Sono queste le cinematografie più rappresentate. Gli italiani, a partire da Comencini in Piazza, vedranno protagonista l’ultimo di Marco Tullio Giordana, 2 soldati, nel pre festival la sera del 31 agosto e poi in Concorso l’esordio al lungometraggio di Germano Maccioni con Gli asteroidi, il ritratto dolce amaro della provincia italiana. E nei Pardi di Domani l’interessante Easy di Andrea Magnani con Libero De Rienzo e Barbara Bouchet impegnati in un viaggio surreale in Ucraina. Nella sezione Sign of Life torna il documentarista sardo Giovanni Columbu con Surbiles, un’indagine sul mito delle streghe.

Nutrita la rappresentanza americana, sopratutto in Concorso (dopo il vuoto spinto della scorsa edizione): Lucky con Harry Dean Stanton (“ha garantito che verrà ad accompagnare il film solo se gli troveremo una compagnia aerea che gli permetterà di fumare in viaggio – ha chiosato divertito Chatrian); il noir Gemini, il sociale El septimo dia e il docu movie Did you wonder who fired the gun? sullo strisciante razzismo americano.

Le Ardenne Oltre i confini dell’amore

Ken si è fatto quattro anni di carcere per aver tentato una rapina finita male. Al colpo avevano partecipato anche il fratello Dave e la fidanzata Sylvie, ma Ken per amore di entrambi tace e si addossa tutte le colpe. All’uscita dal carcere però le cose sono cambiate: Dave adesso sta con Sylvie progettando di vivere una vita normale (“vorrei vivere una vita noiosa – dice la ragazza – una di quelle dove esci dal lavoro alla cinque e torni a casa a mettere le patate sul fuoco”), senza più gli eccessi di quella precedente. A Ken invece il carcere non l’ha cambiato e il ritorno alla vita libera lo vede come una normale prosecuzione di quella precedente: una lunga sequenza di comportamenti estremi da vivere insieme alla sua ragazza.

https://i1.wp.com/www.cinematografo.it/wp-content/uploads/2017/06/Le-Ardenne-Oltre-i-Confini-dellAmore-e1497948842733-700x430.jpg

 

 

 

 

 

 

E Le Ardenne, film d’esordio del belga Robin Pront (al suo attivo due corti e qualche regia televisiva), comincia proprio da qui: dal confronto tra due realtà diverse, tra due presenti differenti e due futuri che diventeranno drammaticamente uno solo. Le Ardenne è una tragedia moderna che non lascia spazio alla consolazione, al ravvedimento e alla speranza. Il regista sembra dirci che la vita ha già scritto tutto e che tu non debba far altro che stare fermo ad attendere il destino, senza sorprenderti, senza provare neppure a lottare. Ci prova Sylvie, disintossicandosi e cambiando fratello, nella speranza di scegliere quello giusto. Ci prova Dave, smettendo di bere e lavorando in modo onesto. A suo modo ci prova anche Ken credendo che la famiglia possa essere il punto da cui ricominciare. Nessuno però c’è la farà.

Non è un brutto film Le Ardenne anche se paradossalmente Pront, giovane e sfrontato, sceglie una messa in scena convenzionale per una storia che avrebbe lasciato spazio al coraggio di qualche sperimentazione. La fotografia livida, la colonna sonora acida e una riconoscibile ambientazione suburbana ricoprono il film di una pellicola banale. Eppure la costruzione drammaturgia in crescendo e qualche imprevedibile personaggio di contorno lasciano la speranza che il regista possa sorprenderci. Prima o poi.