Miss Sloane, giochi di potere

Miss Sloane, giochi di potere è un film che piacerà molto agli elettori dei Cinque Stelle, ma è anche uno di quei film che l’America ogni tanto si trova a produrre per ricordare (e ricordarsi) che la democrazia, per quanto marcia, corrotta e sfiancata sia, contiene sempre degli anticorpi capaci di farla prevalere contro ogni prevaricazione.
Elizabeth Sloane è la migliore lobbista di Washington. Al soldo della parte conservatrice del Congresso lotta per sostenere le leggi per le quali le viene chiesto di lottare. Finché si tratta di olio di palma o di qualche favore al governo indonesiano la donna non batte ciglio, ma quando le chiedono di sostenere una legge che coinvolga le donne nello smercio sempre più ampio delle armi da fuoco, Sloane non ci vede più. Accettata la proposta della parte avversa lascia la sua società e si prepara alla battaglia all’ultimo intrigo che, per una stratega fine e astuta come Sloane si protrarrà fino all’ultima inquadratura del film.

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Tra il thriller politico e il dramma investigativo Miss Sloane è un buon film di genere che poggia sicuro su una sceneggiatura collaudata e solida, dialoghi brillanti e un gruppo d’attori perfettamente cesellati nella parte. Anzi, Miss Sloane è proprio il genere di film con il quale ti accorgi di quanto bravi siano gli attori di quella scuola: dalla più affermata Jessica Chastain all’ultimo dei caratteristi ogni porta al proprio personaggio un elemento che lo rende unico e, a volte, indimenticabile.
Dietro la macchina da presa troviamo John Madden, britannico e premio oscar per Shakespeare in love, che dirige con l’occhio sornione di quello a cui piace mescolare bene le carte, spiazzare lo spettatore sommergendolo di informazioni, nomi, personaggi e situazioni, per poi tirare le somme e far quadrare tutto nel finale. Vero che l’epilogo non brilla per originalità, ma il finale aperto e sospeso rivendica l’origine europea del regista.
La Miss Sloane del titolo è una superba Jessica Chastain (Interstellar) capace di dare personalità a un personaggio che, con altre attrici, sarebbe caduto nella banalità dello stereotipo. Insieme a lei nella battaglia, Michael Stuhlbarg (A serious Man) e Mark Strong (Kingsman) a rappresentare le facce opposte della politica.

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Un profilo per due

Il cinema è sempre più attento alle tematiche della terza età: sarà perché il pubblico sta alzando la media, o perché il filone giovanilista sta finendo la sua spinta propulsiva partita negli anni Ottanta. Forse pensandoci bene, quelli che in quegli anni erano ancora giovani ora sono diventati più âgée e di conseguenza sono gli stessi con occhi diversi. Insomma, sarà quel che sarà, sta di fatto che il canuto piace, in qualsiasi salsa tu lo metta. Ci deve aver pensato anche Stephane Robelin, regista francese di E se vivessimo tutti insieme?, che dopo aver raccontato la comune di anziani ha scelto ancora un ottantenne come protagonista della sua ultima commedia, Un profilo per due.
“Sento un legame con gli anziani – ha affermato Robelin – Mi piace immaginare quali siano le loro storie. Quando si invecchia tutto diventa più complicato. Si attraversa una nuova fase della vita, si cercano soluzioni e si combattono nuove battaglie. Per me la definizione di eroe è qualcuno che combatte e accetta un certo numero di cambiamenti nella propria esistenza”.

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E a Pierre, ottantenne, il cambiamento arriva attraverso un computer regalatogli dalla figlia per cercare di stimolare la sua curiosità e farlo uscire dall’apatia in cui era caduto dopo la morte della moglie. Per imparare a usare il computer viene assoldato Alex, trentenne disoccupato compagno della nipote. A Pierre, affascinato ancora dal precedente fidanzato della ragazza, viene nascosto il legame e Alex fatica non poco a vincere le diffidenze dell’anziano. Una volta scoperto come muoversi sul pc, Pierre si getta con entusiasmo in un sito di appuntamenti on line e qui, grazie anche alla sua gentilezza d’altri tempi, conquista il cuore di una giovane belga che gli chiede un appuntamento. A questo punto Pierre dovrà convincere Alex a presentarsi a suo posto e recitare la sua parte.
Variazione sul tema di Cyrano di Bergerac, Un profilo per due è una commedia divertente e garbata come i suoi interpreti Pierre Richard (La capra, successo francese degli anni Ottanta) e Yaniss Lespert (Cena tra amici) che duettano piacevolmente senza mai pestarsi i piedi.Tra loro la splendida presenza in bianco e nero di Macha Meril. Certo, il film non brilla per originalità, ma mantenere lo stile senza mai cadere nel becero (anche quando certe situazioni lo farebbero temere), non è cosa da poco.

Madame Hyde

Gequil insegna fisica in una scuola di periferia, che se le lezioni sono più prove di sopravvivenza in una classe che definire difficile è quantomeno ottimistico. Ma la donna, contro il giudizio del preside e dei colleghi, decide di coinvolgere gli alunni (in particolar modo Malik, un ragazzo disabile che la osteggia più degli altri) con un esperimento pratico. Ma mentre si trova a lavorare in laboratorio, Gequil viene colpita da una scarica elettrica che la tramortisce e la trasforma: da quel momento la donna la notte si troverà a vagare per le strade percorsa da un’energia straordinaria e mortale. 

Serge Bozon, attore e regista qui per la quinta volta, rilegge al femminile il classico di Stevenson, Il dottor Jekyll e il signor Hyde, ambientandolo in una Parigi marginale. La metafora del romanzo gli permette di raccontare la storia di una donna che, circondata dalla diffidenza e incompresa da tutti (anche dal marito che solo apparentemente pare capirla) riesce a far uscire la sua vera personalità e ad affermarsi. Madame Hyde, interpretato da una Isabelle Huppert inevitabilmente brava a rappresentare la freddezza e il calore della protagonista, è una commedia satirica che fatica però a trovare una sua personalità, muovendosi ondivaga tra la critica sociale e la speculazione intellettuale. Bozon è bravo a rappresentare la scuola delle banlieue e a tratteggiare il disagio delle giovani generazioni, ma il tratto troppo accademico che riserva a certi momenti del film lo rendono meno fluido di quanto potrebbe. Finendo così per non trovare un equilibrio nei toni e nelle atmosfere.  

The big sick

Lo chiami amore e poi scopri che ha mille altri nomi. Succede sempre così e a volte la cosa è anche capace di sorprenderti. Kumail Nanjinai, attore del Saturday Night Live e uno degli interpreti della fortunata serie Silicon Valley, di origini pakistane, ha vissuto una storia quantomeno inusuale che lo ha portato alla fine a sposarsi con Emily V. Gordon, una ragazza americana conosciuta a Chicago. Non è strano il fatto che un ragazzo e una ragazza si amino e si sposino, ma se il primo è stato promesso sposo a una ragazza pakistana e infrangere il giuramento potrebbe dire rompere i ponti con la propria famiglia, allora la cosa si fa più interessante. Ma non è tutto qui, perché mentre i due si stanno frequentando Emily viene colpita da una misteriosa malattia che potrebbe essere addirittura mortale. Ecco, a questo punto avete tutti gli elementi per cominciare a entrare in The Big Sick, bella commedia presentata in Piazza Grande a Locarno e proveniente direttamente dal Sundance: una storia vera, romantica e inaspettata come le storie che solamente la vita può raccontare così bene.


The Big Sick s’inserisce perfettamente nella schiera di film che rappresentano la nuova commedia americana. Filone che vede il cinema di Judd Apatow (40 anni vergine), qui produttore del lavoro, il capostipite di un genere che proprio nel regista americano ha trovato nuova linfa vitale. Storie moderne, brillanti, interpretate da una nuova generazione di attori (Steve Carrell, Seth Rogen, Paul Rudd, Leslei Mann e adesso Kumail Nanjinai) e scritte con la finestra ben aperta sulla realtà. Commedie dove ci si possa sentire interpreti e allo stesso tempo spettatori, commedie dove si possa ridere senza vergognarsi e sentirsi stupidi. The Big Sick, poi, è anche qualcosa di più, perché riesce a miscelare il dolce e l’amaro della vita creando un perfetto equilibrio tra i sentimenti, parlando di famiglia, amore e morte come se fosse un unico grande racconto. Grande merito va, oltre alla sceneggiar scritta a quattro mani da Kumail Nanjinai e dalla moglie Emily V. Gordon, agli interpreti che affiancano il comico: Zoe Kazan (già vista a Locarno in Ruby Sparks), una ritrovata Holly Hunter, Ray Romano (Vinyl) e tutto il gruppo di comici del Saturday Night Live che si esibisce nelle performance stand up.    

Easy

Il viaggio nel cinema non ha quasi mai come scopo il raggiungimento di una meta. Il viaggio nel cinema è scoperta, metafora e non importa dove e quando si arriva. E probabilmente la pensa così Isidoro che deve riportare in patria la salma di un operaio ucraino morto per un incidente sul lavoro. Glielo ha chiesto come favore il fratello, un cialtrone proprietario del cantiere dell’incidente: un lavoretto semplice per uno come Isidoro, promessa non mantenuta dell’automobilismo italiano. A quattordici anni era un campione, vent’anni dopo Isidoro è un depresso che trascorre le giornate in casa a giocare ai videogiochi. Il viaggio, però, potrebbe rappresentare un modo per cambiare le cose. Naturalmente, quello che sulla carta sembrava essere facile, si complica immediatamente trasformando il trasporto della salma in un’odissea stralunata e divertente.È proprio un bell’esordio nel lungometraggio questo di Andrea Magnani con Easy (diminutivo di Isidoro, ma non solo): brillante e a tratti poetico il film racconta la storia di un caparbio antieroe che, malgrado tutto, riesce a portare a termine il compito che gli era stato affidato. Lui che pensava di non riuscire più a tagliare un traguardo nella sua vita. 

Girato con mano felice e senza tanti compiacimenti Easy è una commedia on the road capace di mischiare humor nero e tenerezza, grazie anche all’interpretazione tutta fisica di Nicola Nocella (Il figlio più piccolo di Pupi Avati), imprescindibile e inevitabile Isidoro. Al suo fianco Libero de Rienzo e Barbara Bouchet. Ma una menzione va fatta anche alla bara che si porta appresso che, praticamente, gli offre la spalla per una serie di gag divertentissime, trasformandosi di volta in volta in canoa, letto o mezzo di trasporto. 

What happened to Monday

 Mettere al mondo sette figli in un colpo solo renderebbe la vita difficile a chiunque oggi, figurarsi in un futuro dove la legge del figlio unico è in vigore da tempo per limitare la sovrappopolazione. Seguendo il progetto dell’ambigua scienziata Nicolette Cayman, le famiglie con più di un figlio si vedranno prendere i figli in eccedenza per porli in un criosonno che li manterrà in vita il tempo necessario a ridurre il numero delle persone sulla Terra. E questo sarebbe il triste destino di almeno sei delle sette gemelle Settman se il nonno (la madre è morta dando alla luce le bambine) non decidesse di nasconderle e crescerle rischiando di essere scoperto dalla temibile polizia. Le sette sorelle, perfettamente identiche tra loro, vengono chiamate con i sette giorni della settimana e potranno così uscire di casa il solo giorno del loro nome, riferendo poi alle altre quello che è accaduto, per evitare di cadere in contraddizione. La storia funziona e per trent’anni le sorelle tengono in piedi il gioco, finché un giorno Monday non torna più a casa. Toccherà alle altre scoprire cosa le sia successo.


What happened to Monday è un buon thriller fantascientifico con qualche leggera variazione horror. L’ispirazione rimane inevitabilmente Blade Runner con il suo futuro cupo, sovraffollato e decadente, la curiosità della storia è data dal fatto che le sette sorelle sono interpretate tutte dalla stessa attrice: un’energica e efficace Noomi Rapace. Ritmato, avvincente anche se non particolarmente originale il film di Tommy Wirkola, regista di Hansel e Gretel cacciatori di streghe, regge bene il gioco con lo spettatore a indovinare quale delle sette sorelle potrà sopravvivere alla caccia. Peccato che neanche questo nuovo capitolo aggiunga qualcosa di nuovo alla letteratura distopica.