Renegades, commando d’assalto

C’è un genere di cinema che deve aver sofferto più di ogni altro la chiusura delle sale parrocchiali. Stiamo parlando di quel genere che vorrebbe rifarsi a un modello conosciuto ma che, per pochezza di mezzi finanziari o di talento, riesce solo a farne una brutta copia, che sia un western, un peplum o un film di guerra. Film di serie B, si diceva una volta, che proprio nelle sale parrocchiali trovavano la loro sublimazione andando ad accontentare un pubblico dal palato poco esigente. Renegades, Commando d’assalto è uno di questi che, ormai orfano di tale palcoscenico, arriva nelle multisale intrufolandosi tra i titoli più acclamati nella speranza di mendicare quegli spettatori che non trovano posto in sala. Aspettando solo il momento di finire in televisione, la nuova versione della sala parrocchiale.

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Renegades prende la rincorsa da lontano: siamo nella Seconda Guerra Mondiale e un gruppo di nazisti saccheggia opere d’arte e oro ai francesi per andare poi in Bosnia a nasconderlo in un piccolo villaggio. Per fare in modo che nessuno lo possa rubare, sterminano gli abitanti ma rimango vittime a loro volta di un attentato partigiano che fa esplodere la diga sommergendo la valle, il villaggio, i nazisti e una quantità immensa d’oro. Da una guerra all’altra arriviamo nel 1995 a Sarajevo nella guerra di Bosnia. Qui conosciamo un gruppo di Navy Seal che per aiutare Lara, la bella ragazza locale di Stanton, uno dei militari, decide di credere al racconto della ragazza che narra appunto dell’oro sepolto. Tra qualche giusta perplessità e un po’ di impulsività i nostri si organizzano per recuperare il bottino a 150 metri di profondità. Ma le difficoltà sono ovunque: sia in fondo al lago che fuori con i bosniaci che li attendono ad armi spianate.
“Dopo aver lavorato in film come Titanic e Into the storm mi sono reso conto di quanto sia difficile gestire un ambiente con l’acqua – racconta il regista Steven Quale – L’acqua rallenta tutto e pone un sacco di problemi di sicurezza. Ma, d’altro canto, permette di ottenere anche un sacco di effetti speciali”.
Vero che non manca di energia e di una certo grado di sfacciataggine ma Renegades rimane prima di tutto un film di serie B, con una sua dignità ma con tutti i limiti del caso: dialoghi banali, tratti psicologici tagliati a grana grossa e un tasso di improbabilità generale che non permette neppure all’unico vero attore del cast – JK Simmons (Whiplash) – di essere credibile.

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120 battiti al minuto

A memoria non sono tanti i film che parlano di Aids e dell’impatto che il virus ebbe sulla società. Una gelata precoce, Philadelphia, Le notti selvagge e recentemente Dallas Buyer Club. Film diversi tra loro e separati dal tempo (si va dalla metà degli anni Ottanta del primo al 2013 per l’ultimo), nel mezzo poco o nulla. Forse troppo poco per raccontare una vera e propria guerra che ha causato più di 40 milioni di morti.
Robin Campillo aveva trent’anni quando nel 1992 si unì all’associazione di Act Up Paris. Il gruppo, nato pochi anni prima sul modello statunitense, era composto da giovani uomini e donne sieropositivi che arrabbiati e disgustati dai silenzi della politica e, ancora peggio, da quelli delle multinazionali farmaceutiche decisero di dare vita a una serie di manifestazioni non violente che facessero rumore attorno a un problema tanto grave quanto ignorato. Manifestazione dove usavano il loro corpo malato come armi contro l’indolenza sociale.
“Fin dal primo incontro a cui ho partecipato – ha raccontato il regista Campillo – sono rimasto profondamente colpito dall’entusiasmo del gruppo, considerando che quegli anni sono stati i più duri del contagio. I gay che avevo subito inermi la malattia negli anni precedenti, erano diventati attori chiave nella battaglia per sconfiggerla”. E 120 battiti al minuto questo ci racconta: gli anni di Act Up Paris, le battaglie condivise, le speranze infrante, le gioie e la disperazione di un gruppo di ragazzi che sono stati, per dirla con le parole usate da Pedro Almodovar, presidente all’ultimo Festival di Cannes dove il film film è stato premiato con il Gran Prix della Giuria, “veri eroi che hanno salvato milioni di altre vite”.
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Nathan ha ventisette anni quando decide di entrare nel gruppo parigino. Ha alle spalle una storia d’amore con un compagno che di Aids è morto senza che lui potesse fare nulla e si vuole riscattare impegnandosi personalmente. Qui conosce la protesta di Act Up e Sean, uno dei fondatori e tra i più radicali, con il quale inizia una relazione. Quando le condizioni di Sean cominceranno a peggiorare, Nathan non si sottrarrà e combatterà ancora più strenuamente per il compagno e per tutti gli altri che come lui rischiano di morire nell’indifferenza.
120 battiti al minuto è un film toccante e coraggioso che parla di lotta, di partecipazione, di sogni infranti, di riscatto di un gruppo di giovani che solo accidentalmente si trovano a Parigi negli anni Novanta a combattere contro una delle malattie più gravi del secolo. Giovani che sono gli stessi che vent’anni prima combattevano per i propri diritti e che nella condivisione trovavano la propria ragione di essere. Campillo sceglie di raccontare la storia di Act Up attraverso la poesia: versi crudi e ruvidi a tratti ma capaci di cantare il sogno mai spento di un’età che, trascorsa, è destinata a non tornare. Se non nei ricordi. Ottimo il cast, con Nahuel Perez Biscayart nel ruolo di un appassionato e tragico Sean e Adele Haenel che, come avevamo già apprezzato ne La ragazza senza nome, fa recitare splendidamente la sua bellezza severa.

L’incredibile vita di Norman

Non si può certo dire che non sia una bella carriera quella di Richard Gere. All’epoca di American Gigolo e poi di Ufficiale e Gentiluomo in pochi potevano immaginare che quel bel ragazzo sarebbe diventato anche un attore. Invece, dai e dai, alla fine qualche bella prova l’ha ottenuta. Ma nessuna mai come quella che ci ha riservato ne L’incredibile vita di Norman dove è riuscito a rappresentare un modesto ma orgoglioso affarista sempre in bilico tra cialtroneria e genialità, attingendo dalle corde più profonde della sua arte drammatica. La figura di Norman Oppenheimer, oscuro faccendiere newyorkese alla perenne ricerca di contatti da avvicinare, è senza dubbio una di quelle che rimarranno nella memoria e, forse, gli permetteranno di vincere qualcosa di più prezioso di un ormai lontano Golden Globe assegnatogli per il musical Chicago.

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Norman lo conosciamo mentre in una gelida mattinata cerca di convincere il nipote Philip, brillante avvocato associato a un potente studio legale della città, a metterlo in contatto con un ricco potente affarista: Norman ha per le mani un business vantaggiosissimo e vorrebbe trovare qualcuno che gli permetta di realizzarlo. Non gli interessa tanto speculare, quanto raggiungere l’intesa. Il punto di contatto potrebbe essere rappresentato da Micha Eshel, un giovane vice ministro israeliano di passaggio a New York, così Norman fa di tutto per riuscire ad avvicinarlo e farselo amico. E ci riesce nel solo modo che conosce: facendogli un favore. Quando anni dopo Micha diviene primo ministro ecco che Norman vede la possibilità di passare all’incasso e, finalmente, smettere di millantare conoscenze e contatti e far valere una vera potente amicizia. Ma il destino ha riservato per il nostro un finale amaro.
L’incredibile vita di Norman è una commedia anomala giocata su sottili linee drammaturgiche e toni sfumati che la rendono sorprendentemente avvincente. Una sceneggiatura solida, scritta dallo stesso regista israeliano Joseph Cedar (Footnote e Beaufort), e un cast di attori veri (Michael Sheen, Steve Buscemi, Charlotte Gainsbourg e l’israeliano Lior Ashkenazi) trasformano quella che potrebbe essere un’ordinaria storia d’affari in una parabola sull’amicizia e la vita stessa. La figura di Norman Oppenheimer vero che poggia sulla millenaria tradizione ebraica e sull’archetipo dell’Ebreo cortigiano, ma il personaggio tratteggiato mirabilmente da Gere è ben lontano da quella di Shylock del Mercante di Venezia e più vicina al Leopold Bloom di Joyce: un indomito idealista vittima dei suoi stessi sogni.

Anime baltiche

L’orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo o l’arroganza. Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Significa avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest’orgoglio è la sola risposta adeguata alla violenza e all’opposizione. 

Jan Brokken

Valerian e la Città dei Mille Pianeti

Ogni volta che un regista decide di affrontare la fantascienza si trova di fronte a una serie di difficoltà tecniche, registiche e produttive superiori a ogni altro genere. Difficoltà di cui però è ben consapevole. Ma ve ne sono altre però occulte e subdole, che lo attendono inesorabilmente: la più pericolosa è l’aspettativa. Quando ci troviamo a guardare un film di fantascienza noi spettatori vorremmo essere portati in un mondo nuovo e innamorarci di esseri mai visti prima, vorremmo essere sorpresi, incantati, stupefatti. Successe alla fine degli anni Sessanta con 2001 Odissea nello spazio, poi dieci anni più tardi con Guerre Stellari e ancora all’inizio degli Ottanta con Blade Runner. Infine abbiamo dovuto attendere il 2009 quando Cameron reinventò il 3D con Avatar fornendo nuovi stimoli a sensi e fantasia. Prima, durante e dopo tutto un già visto.

E purtroppo anche Valerian e la città dei mille pianeti, ultimo film di Luc Besson (Il quinto elemento), non deroga: la visione del suo 28mo secolo è solo una sintesi dei quattro capostipiti del cinema di fantascienza e non un nuovo pilastro sul quale costruire il futuro. Se i fumetti di Christin e Mezieres, dai quali Besson ha tratto il film, avevano all’epoca influenzato i futuri cineasti, la stessa operazione non è riuscita al regista francese che ha preferito non correre rischi e percorrere strade più sicure, per puntare tutto sugli effetti speciali. Valerian finisce così per essere un buon film d’intrattenimento, una spettacolare e coloratissima avventura stellare ma incapace di generare quello stupore che speri sempre ti possa annichilire.

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Valerian è il miglior agente dello spazio. Viaggia da una dimensione all’altra in missione per il governo. Qui lo troviamo con la sua sua nuova partner, Laureline, in viaggio verso il pianeta deserto di Kirian per recuperare e mettere in salvo l’ultimo Mul Converter sopravvissuto, un esserino capace di riprodurre all’infinito la preziosa materia necessaria a ricreare un pianeta scomparso anni prima. Ma il Converter serve misteriosamente anche all’ambiguo comandante Filitt, rifugiato nella grande stazione spaziale Alpha, conosciuta da tutti come la Città dei Mille Pianeti. La missione solo apparentemente semplice si complica quando Laureline viene rapita e Valerian dovrà affidarsi a una risma di eccentrici alleati per salvare la compagna.

Divertente e vivace Valerian e la città dei mille pianeti è un’avventura vissuta attraverso diverse piegature, presentandosi di volta in volta come una commedia romantica, una funambolica corsa a perdifiato, un dramma sociale e naturalmente come un divertissement di classe. Besson carica il suo film di effetti esaltando il 3D e fornendo a tratti delle accelerate formidabili. Forse la ridondanza estetica va a scapito di un tratteggio psicologico dei personaggi troppo superficiale. Valerian (Dane Dehaan – Amazing Spiderman 2), coraggioso e vanesio, non evolve granché durante le due ore e mezza abbondanti del film, e Laureline (Cara Delevigne – Città di carta) si va a inserire perfettamente nella parata di eroine create da Besson in carriera, aggiungendo ben poco di nuovo. E se anche Clive Owen (Sin City) dipinge un cattivo senza spessore, le sorprese arrivano da due non attori: Herbie Hancock e Rihanna, volti meravigliosi capaci illuminare lo schermo anche se per soli pochi istanti.

Appuntamento al parco 

Hampstead Heat è una delle aree verdi più grandi di Londra nonché una delle zone più ricche di tutta la città. E Emily Walters, rimasta da poco vedova, ci vive tutta sola nel bell’appartamento lasciatole dal marito. Ma l’uomo le ha lasciato in eredità anche un sacco di debiti che la donna si trova a dover colmare attingendo dal suo patrimonio. Che velocemente si sta prosciugando. Un giorno, rovistando nella soffitta alla ricerca di qualche oggetto da vendere per racimolare qualche sterlina, Emily scova un vecchio binocolo e si mette a curiosare nel bel parco vicino casa. E, nascosto tra le fronde, scopre l’esistenza di Donald Horner, un uomo che da 17 anni ha deciso di abbandonare la vita civile per rifugiarsi a vivere tra gli alberi in una casa costruita con pezzi recuperati tra i rifiuti. Emily e Donald, due anime che il destino ha voluto che si incontrassero sebbene apparentemente istanti e diverse. La donna lentamente si avvicinerà alla sua visione del mondo meno legato alle cose terrene, l’uomo invece abbandonerà un po’ della sua diffidenza nell’umanità diventando meno scontroso. E, naturalmente, i due finiranno per innamorarsi.


Ispirata alla vera storia del senzatetto “Harry the Hermit”, Appuntamento al parco è un’innocua commedia romantica della terza età in cui Diane Keaton interpreta il suo personaggio tutta vestiti eleganti e informali e Brendan Gleeson quello dello scorbutico dal cuore d’oro senza sforzarsi troppo di inventare qualcosa. Che poi è la scelta stilistica dell’inglese Joel Hopkins (Oggi è già domani), uno specializzato nel genere e in messaggi ottimistici per un pubblico agée.