Unsane

Non è semplice la vita per Sawyer Valentini. Giovane e in carriera ha appena lasciato Boston per la Pennsylvania per tentare di scappare da uno stalker che l’ha perseguitata per due anni. Ma anche nella nuova città non si sente mai al sicuro perché il passato la bracca e la perseguita ovunque. Sawyer decide così di rivolgersi a una specialista e in men che non si dica e, soprattutto, involontariamente si ritroverà sottoposta a un trattamento presso l’Highland Creek Behavioral Center, una clinica ambigua che specula sulle assicurazioni sanitarie approfittando dei degenti. Ma il problema non finisce qui: nella clinica psichiatrica la giovane si ritrova faccia a faccia con la sua più grande paura: ma è reale o solo frutto della sua mente?

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Unsane è un thriller che si proietta nel futuro, guardando però al passato. Realizzato da Steven Soderbergh (La truffa dei Logan) con il solo ausilio dell’IPhone, incarta in una veste moderna un prodotto classico. La protagonista, inserita in un contesto dalle atmosfere kafkiane, è allo stesso tempo vittima e carnefice, ma la vicenda non aggiunge nulla di nuovo alla storia del cinema. Purtroppo, la debolezza del film non si limita alla parte tecnica (Soderbergh è bravissimo a gestire i pochi mezzi tecnici, ma la mancanza di profondità delle riprese col telefonino – così come la quasi mancanza di colonna sonora – penalizzano alla lunga il racconto), andando a coinvolgere anche quella artistica. La sceneggiatura infatti mette sul piatto due argomenti grandi – il trauma della vittima da stalking e la malasanità statunitense – non riuscendo a sviluppare bene nessuno dei due. Non solo, anche i due antagonisti Claire Foy (interprete della giovane Regina Elisabetta nella serie The Crown) e Joshua Leonard (The Blair Witch Project), inseriti in un meccanismo narrativo farraginoso, non riescono a dare il meglio di se stessi.

Peccato, perché la suggestione di un thriller psicologico che utilizza come strumento narrativo (l’IPhone) quello che in realtà è il mezzo preferito dallo stalker per alimentare le sue deviazioni, poteva essere un ottimo punto di partenza. Purtroppo, alla fine è rimasto tale.

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L’incredibile viaggio del fachiro

Ce l’ha insegnato Emilio Salgari che si può viaggiare anche restando fermi. Lui era un maestro in questo campo: dal suo studio di Corso Casale a Torino viveva avventure fantastiche nelle foreste indiane e per i mari caraibici. Il giovane Aja, insegnante di Mumbai, non è da meno e grazie alla sua capacità affabulatoria dovrà convincere tre piccoli delinquenti scapestrati ad abbandonare la strada e i furti, per tornare a scuola e percorrere la via dell’onestà. Chiamato dalla polizia al penitenziario minorile, Aja racconterà loro la storia della sua vita e l’incredibile viaggio che lo portò da Mumbai a Parigi e poi ancora in giro per l’Europa, viaggiando all’interno di un armadio Ikea.

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“Sono stato ispirato soprattutto dal romanzo di Romain Puertolas, ‘L’incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea’, che è molto denso – ha raccontato il regista Ken Scott (Starbuck -533 figli e non saperlo) – L’ho sentito molto vicino a me, probabilmente perché anche i miei film precedenti combinano comicità e fantasia”.

E la mescolanza dei due generi, insieme all’elemento fiabesco, effettivamente sono la cifra stilistica principale di un film leggero e con poche pretese, se non quella di affascinare lo spettatore con i tanti cambi di ambientazioni. Purtroppo, il nostro sguardo non corrisponda sempre a quello di Aja, illusionista e furfantello di strada che suo malgrado si trova a rimpallarsi tra Francia, Italia e Inghilterra, mondi così diversi dalla sua India, e di conseguenza a quello che potrebbe avere uno spettatore non europeo. Forse, l’unica strizzata d’occhio all’Europa è sulla questione migranti che, anche se in modo più umanista che politico, entra tra i temi del viaggio del protagonista.

L’incredibile viaggio del fachiro pensa in grande anche quando non dovrebbe: il cast di grandi nomi, indiani (Dhanush, attore e cantante tamil famosissimo in patria) e europei (Berenice Bejo – The Artist), le ambientazioni affascinanti ma scontate (la torre Eiffel, la fontana di Trevi) e la bella fotografia luminosa non riescono a cancellare le velleità del film, che rimane brioso e frizzante, ma mai sorprendente.

Papillon

E’ la distanza a volte che frega. Quando nel 1969 venne pubblicato in Francia il romanzo autobiografico di Henry Charriere, Papillon, la colonia penale della Guyana era stata chiusa da pochi anni e i sopravvissuti degli ottantamila detenuti spediti laggiù potevano ancora raccontare con la loro voce le atrocità compiute in quel luogo. Il film che ne venne tratto è del 1973, quindi quasi un reportage letterario di un fatto ancora caldo nella mente e sulla pelli di molti. Riviverlo oggi, nella sua nuova versione, non solo non ha lo stesso impatto emotivo in partenza, ma alle spalle ha anche il fantasma di un film generazionale con due stelle assolute protagoniste come Steve Mc Queen e Dustin Hoffman. E a questo punto è difficile fare di meglio.

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Henry Charriere è uno scassinatore della Parigi degli anni Trenta. Incastrato da un capo malavitoso derubato per un omicidio che non ha mai commesso, Charriere condannato all’ergastolo e spedito nella Guyana a scontare la pena. Tra i detenuti in partenza da Parigi c’è anche Louis Dega, contraffattore milionario condannato per truffa: il primo ha l’audacia e la forza, il secondo tanto denaro da poter corrompere i secondini e organizzare una fuga. Tra i due nasce così prima un’alleanza di puro interesse, ma che col passare degli anni si trasformerà in vera e propria amicizia.
“Papillon non è indistruttibile – racconta il regista danese Michael Noer (Northwest) – impara presto che la sua amicizia con il compagno Dega è un motivo per rimanere in vita. Attraverso Dega, Papillon scopre che la solitudine e l’essere soli sono due entità separate e che la vera lealtà tra gli uomini non si trova nel denaro, ma nell’amore, nel rispetto e nell’onestà”.
La storia di Papillon è sì quella dei tanti tentativi di fuga di Charriere dalla colonia, fino all’ultima riuscita dalla famigerata Isola del Diavolo, una rocca a strapiombo sul mare infestato da squali, ma anche una storia di uomini e della tenacia necessaria a raggiungere i risultati cercati. E una storia di speranze e di amore per la vita. Peccato però che tutto questo rimanga, nella versione di Noer, solo nelle intenzioni: il film infatti è un insipido elenco di avvenimenti in cui i personaggi vi entrano con una superficialità disarmante. Non c’è approfondimento psicologico, né una reale partecipazione emotiva alla tragedia di uomini trattati come schiavi e uccisi lentamente da un sistema barbaro. Lo stesso Papillon ha lo stesso trasporto di uno che sa che alla fine comunque ce la farà e che bisogna fare passare due orette, prima di riuscire a evadere dall’Isola del Diavolo (che, vista come è rappresentata, non si capisce cosa abbia di così terribile). Poi c’è il problema del confronto: Charlie Hunnam (Sons of anarchy) e Rami Malek (Mr. Robot) non hanno fascino e non creano empatia con lo spettatore. Anzi, forse un filo di antipatia. E allora qui c’è un problema in più.

Il sacrificio del cervo sacro

Non è certo un cinema compiacente quello di Yorgos Lanthimos, regista greco che ha trovato negli Stati Uniti la sua affermazione internazionale. Lo avevamo intuito già col precedente The Lobster, un’amara metafora della società in salsa fantascientifica, dove il regista prima gioca a stranirti e disorientarti, per poi colpirti a tradimento con un pugno forte nello stomaco. Lo stesso accade in quest’ultimo Il sacrificio del cervo sacro dove una situazione sospesa nel tempo e nelle emozioni improvvisamente precipita diventando una tragedia fosca di stampo classico.

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Colin Farrell è Stephen, un cardiologo di fama. Sposato con Anna (Nicole Kidman), un’oftalmologa ben affermata a sua volta, ha due figli belli e sani. Da qualche tempo l’uomo incontra al termine del lavoro Martin, il figlio di un uomo morto sotto i ferri mentre era lui ad operare. Tra i due sembra esserci una sorta di algida simpatia con il dottore a prendere il posto del padre defunto. Ma presto quella che potrebbe essere una bella e disinteressata amicizia si trasforma in un incubo. Martin infatti chiede al medico un risarcimento per la perdita del padre: l’uomo dovrà uccidere un componente della sua famiglia, altrimenti perderà tutti quanti con una morte lenta, dolorosa e inesorabile. La minaccia sembra campata in aria senonché Bob, il figlio minore comincia perdere l’uso delle gambe e successivamente a smettere di nutrirsi. La stessa sorte poi tocca a Kim, l’altra figlia. A questo punto Stephen deve prendere una decisione. E qualunque essa sia sarà sicuramente una tragedia.
Deve essersi divertito un sacco Lanthimos quando ha scritto e girato Il sacrificio del cervo sacro, immaginandosi per prima cosa lo spettatore letteralmente spiazzato davanti a una rappresentazione moderna del mito di Ifigenia e senza risposte alle mille domande sul perché accada una cosa del genere e soprattutto perché possa accadere. Ma il suo cinema non è fatto di risposte, solo di disagio, dubbi, angoscia. Un po’ macabro e venato di un crudele umorismo nero Il sacrificio del cervo sacro rimane comunque un ottimo film dotato di un segno ben riconoscibile che fanno di Lanthimos uno dei più promettenti registi del momento.

Ippocrate

Ci ha messo un po’ ma alla fine è arrivato anche sugli schermi italiani. Ippocrate il film di Thomas Lilti, fu presentato a Cannes nel 2014 e lo stesso anno guadagnò diversi César (gli Oscar francesi) facendo conoscere un regista che fino a quel momento aveva lavorato più sulla scrittura che dietro la macchina da presa.

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“Da adolescente avrei voluto diventare regista – ammette il regista – ma dietro la pressione dei miei genitori capii che era necessario intraprendere degli studi seri, e visto che mio padre era medico, optai per medicina per garantirmi un futuro”. E siccome ogni esperienza può diventare una storia, ecco che l’apprendimento del giovane Lilti diventa per trasposizione la storia di Benjamin, giovane medico tirocinante atteso dal suo primo giorno nel reparto di medicina interna dove lavora il padre. I mezzi sono scarsi, l’organizzazione è raffazzonata, ma la passione sopperisce dove queste mancano. Così, insieme a Abdel, medico straniero in Francia per l’apprendistato, si troverà ad affrontare piccoli e grandi problemi, scoprendo il valore dell’amicizia e dalla solidarietà, ma anche la paura e la preoccupazione di non essere all’altezza di un compito che potrebbe costare la vita ai pazienti.

“Quello del medico non è un mestiere è più una specie di maledizione”, ammette Abdel e il racconto di Ippocrate ci svela quanto sia determinante il fattore umano, molto più di qualsiasi medicina. “In TV la rappresentazione dell’ospedale avviene attraverso immagini stereotipate racconta ancora Lilti – mentre io mi sono rituffato nei miei ricordi per ritrovare le emozioni vissute in quegli anni. La dimensione romantica di Ippocrate non ha fondamenta solide, se l’ambiente non è credibile in ogni dettaglio, anche il più piccolo”.

Umanità e realismo sono le qualità migliori di Ippocrate, un film solo apparentemente piccolo (perché girato prevalentemente in interni e con pochi mezzi), che grazie alla capacità di rappresentare i sentimenti diventa universale. L’ambientazione ospedaliera, ben distante da quella del Dottor House, citato e sbeffeggiato nel film, diventa così il luogo ideale per la messa in scena di una bella storia di amicizia tra chi vive nel privilegio e chi deve lottare anche solo per non farsi sopraffare.

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L’atelier

E’ il potere salvifico della cultura (in questo caso della scrittura) una delle poche speranze alla quale possiamo aggrapparci oggi. “I giovani oggi devono trovare il proprio posto in un mondo che ha per loro una scarsa considerazione, la sensazione di non aver nessun controllo sulle cose e tanto meno sulle proprie vite – sostiene Laurent Cantet, regista de L’atelier – Ma soprattutto sono costretti a confrontarsi con una società violenta e lacerata da terribili questioni politiche e sociali, come l’instabilità economica, il terrorismo o l’affermazione dell’estrema destra”. Allora per uscirne, bisogna fare affidamento alla forza della bellezza e della rinascita intellettuale.

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Olivia Dejazet, affermata scrittrice di romanzi gialli, decide di accettare l’incarico di guidare un’atelier di scrittura creativa a La Ciotat, città al sud della Francia, ex ricco cantiere navale e ora in piena crisi economica. Tra i giovani partecipanti al laboratorio, Antoine è di sicuro quello più di talento, anche se è il carattere introverso e aggressivo a prevalere sulle sue qualità letterarie. Spesso il giovane si trova a scontrarsi con gli altri per questioni politiche e razziali e la tensione nel gruppo è sempre più palpabile. Olivia guida e dirige il gruppo cercando di smorzare i toni e sedale le provocazioni ma, nel momento in cui pensa di aver acquistato sicurezza sul gruppo e Antoine in particolare, la situazione le sfugge di mano aprendo la possibilità di un inquietante epilogo.

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L’Atelier, scritto a quattro mani dal regista insieme a Robin Campillo (autore del recente 120 battiti al minuto), riporta Cantet in Francia, dopo la breve deviazione statunitense di Foxfire, ragazze cattive, ma soprattutto permette all’autore di continuare il suo discorso sulle nuove generazioni e i conflitti politici che, loro malgrado, le coinvolgono. Un tempo era la lotta operaia a dettare le azioni degli uomini, oggi è lo sconcerto per il vuoto pneumatico di aspettative e sogni a segnare l’immobilità. E Cantet è bravo a descriverla con le tante parole che i ragazzi si scambiano sotto l’occhio attento dell’adulto nel laboratorio di scrittura. Ma Cantet è bravo soprattutto a non lasciarsi andare allo sconforto e lanciare un messaggio di speranza che apra l’orizzonte chiuso di una generazione depressa.

La truffa dei Logan

È sempre piaciuto a Steven Soderbergh viaggiare a due velocità: una più lenta e riflessiva, che gli ha permesso di realizzare film importanti come Traffic, e una più brillante e scanzonata che ha caratterizzato lavori come Ocean’s 11 e Magic Mike in cui il divertimento del regista pare prevalere su tutto il resto. Ciò non vuole esser un giudizio di merito sulla qualità artistica dei prodotti, perché non sempre all’impegno culturale del film corrispondeva un’uguale qualità (pensiamo per esempio alla noia totale del remake di un seriosissimo Solaris), ma solo la constatazione che all’interno dello stesso artista albergano due anime ben distinte. Quest’ultimo La truffa dei Logan appartiene alla seconda categoria, quella cialtrona e leggera tutta inseguimenti, colpi di scena e personaggi abbozzati ma con la straordinaria capacità, solo apparentemente semplice di saper intrattenere e divertire il pubblico.

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I fratelli Jimmy e Clyde Logan sono due talenti sfortunati: il primo con una carriera davanti a se nel mondo del football si trova ora con un ginocchio sfasciato, con un matrimonio fallito e senza lavoro; il secondo invece senza un arto, perso in combattimento nell’esercito, e con un piccolo bar da gestire. “E’ la sfortuna dei Logan”, sostiene Clyde. Una sfortuna con gli occhi ben aperti e la mira precisa e chirurgica a colpire i membri della famiglia, sia quelli del passato che naturalmente del presente. Ma Jimmy alla sfortuna non ci crede e decide di sfidarla organizzando una rapina per svoltare definitivamente e sistemare tutta la famiglia. Il luogo è il circuito della Charlotte Motor Speedway, il momento giusto quella della leggendaria gara di auto Coca Cola 600: il momento di massima affluenza del pubblico e quindi con l’incasso maggiore. Per realizzare il colpo però i due fratelli devono affidarsi all’aiuto di un esperto di esplosioni, Joe Bang, numero uno nel suo campo, ma al momento in prigione. Un particolare risolvibile, se di mezzo non si mettesse la leggendaria sfortuna dei Logan.

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E’ un bel pasticcio divertente La truffa dei Logan con una storia ben architettata capace, come Ocean’s 11, di continuare a raccontarsi anche quando tutto pare terminato. In effetti la struttura base è simile a quella della fortunata con Clooney, ciò che cambia è l’ambientazione: se là era Las Vegas dei sogni, qui è la più pratica Virginia: terra in cui i sogni hanno le mani sporche di grasso e la puzza di gasolio. E come Ocean’s 11 anche gli attori paiono essere i primi a divertirsi e a trasmettere il buonumore: da Channing Tatum (Magic Mike) nei panni di Jimmy, la testa pensante, a Daniel Craig (007), inaspettatamente comico nel ruolo di Joe Bang.