C’est la vie -Prendila come viene

Mi piacciono i film con unità di tempo e di luogo. Mi piacciono perché permettono a tutti, dagli sceneggiatori, al regista e agli attori di dare il meglio di loro stessi e di trasformare il cinema nella migliore sintesi del teatro, prendendo il buono da entrambe le arti. Pensandoci, che mi piacciano è semplicemente risibile, che il risultato sia buono, invece, è tutta un’altra storia.

Eric Toledano & Olivier Nakache sono due buoni registi francesi, il successo l’hanno conosciuto con Quasi amici e ora si possono permettere di portare al cinema un po’ quello che preferiscono. “L’idea del film – racconta Nakache – ci è venuta durante le riprese di Samba, il nostro film precedente, in cui la prima scena si svolge durante un matrimonio. Così, quando io e Toledano ci siamo sentiti un po’ tristi, abbiamo pensato di lavorare su qualcosa di festoso. L’idea era quella di ridere, di divertirsi, descrivendo i difetti della società in cui viviamo. E la scelta migliore ci è sembrata appunto quella di descrivere un matrimonio”.15088353927858-FB_c_est_la_vie.jpg

Pierre e Elena hanno deciso di sposarsi in un castello poco fuori Parigi e per l’organizzazione hanno chiamato Max, il migliore nel suo campo. E’ il giorno del loro matrimonio e tutto deve essere perfetto, in ogni dettaglio, ecco perché Max si avvale dei migliori collaboratori, almeno sulla carta. Perchè in C’est la vie assisteremo alla giornata dei preparativi, alla cena e alla notte infinita di festa che potrebbe, in un sospiro, trasformarsi in un tragico fallimento. Perché il cantante scelto non segue la scaletta dei brani indicata, il fotografo preferisce il buffet e le invitate al suo lavoro e il pesce, che doveva essere freschissimo, invece non lo è. La giornata è lunga e le cose cambiano. Ma, ci dicono i registi, non nessariamente in peggio e anche quando tutto sembra perduto c’è sempre una speranza, perché così è la vita.

Divertente, brillante e con un gruppo d’attori strepitoso, guidato da uno dei migliori interpreti del cinema francese, Jean Pierre Bacri (“Bacrì è una sintesi di tutto ciò che amiamo del cinema – ha ammesso Toledano – ) C’est la vie è un meccanismo perfetto in cui sorrisi, risate e colpi a sorpresa si alternano formando un quadro d’insieme piacevole e a tratti anche poetico.

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Assassinio sull’Orient Express

Il romanzo originale di Agatha Christie venne scritto nel 1934 e dopo un enorme successo letterario fu portato al cinema nel 1974 da Sidney Lumet. Il film, pur non essendo una delle opere migliori del regista, grazie a un cast straordinario (Albert Finney nei panni di Poirot, Ingrid Bergman, Sean Connery, Lauren Baccal, Jacqueline Bisset, John Giegould, Michael York e Anthony Perkins) riuscì a vincere un Oscar con la Bergman, come miglior attrice non protagonista, e a ottenere ben cinque nomination.
La storia di Assassinio sull’Orient Express è quella del caso più anomalo al quale l’investigatore belga Poirot si trova suo malgrado a investigare: sul treno che da Istanbul porta a Calais, in Francia, viene ucciso un uomo con dodici pugnalate e i sospettati possono essere, per un motivo o per l’altro, tutti i componenti il vagone di prima classe dove si trova lo stesso investigatore. Un classico caso di omicidio nella stanza chiusa (benchè questa volta sia un vagone fermo su un ponte bloccato da una slavina) che però esplode nelle mani di Poirot diventando più un caso di coscienza, che un omicidio tra tanti.

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Una storia nota, un mistero noto, proprio come il romanzo della giallista inglese che Kenneth Branagh ha voluto rispolverare quarant’anni dopo la prima versione cinematografica, proprio come si fa con i classici a teatro: tutti conoscono la storia, quelli che cambiano sono gli interpreti e la voce che la racconta. E qui Branagh, per non essere da meno del precedente, assembla un cast di tutto rispetto, assicurandosi prima di tutto la parte di Poirot, poi chiamando sul vagone Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Judy Dench e la giovane Daisy Ridley dell’ultimo Star Wars. Come messa in scena preferisce quella classica e statica della rappresentazione teatrale, permettendo a ogni interprete il suo minutaggio e la sua dose di applausi. Nel mezzo un po’ di tecnologia (poca), qualche accelerazione nell’azione, giusto per risvegliare dal torpore lo spettatore e qualche bella ripresa morbida e aerea a giustificare l’uso dei 70 millimetri. Nel complesso Assassinio sull’Orient Express non aggiunge nulla né al romanzo né al cinema e finisce per essere un remake esteticamente elegante, ma abbastanza fine a se stesso. Un’operazione difficile da comprendere, anche commercialmente: poiché difficilmente apparirà accattivante alle giovani generazioni che Agatha Christie non l’hanno letta e quindi potrebbero essere sorpresi dall’eccentrico epilogo. E poco affascinante anche per gli amanti del giallo classico, perché Branagh (giustamente) preferisce puntare tutto sul tormento morale, più che sull’indagine vera e propria.

The Square

 Sembra contraddittorio ma non è mai semplice agire in modo coerente con i propri principi. Fa parte della natura umana convivere con questo conflitto interno e a risolverlo riescono in pochi. Ruben Östlund si era già posto la stessa domanda nel bellissimo film Forza Maggiore e oggi la riprende con più forza, ironia, perfidia e amarezza in questo altro bel film The Square.Christian è un giovane intraprendente direttore del museo di arte moderna di Stoccolma. La fondazione ha puntato tutto sul suo talento e Christian risponde organizzando una permanente di grande rottura artistica in cui il pezzo principale è rappresentato dall’opera The Square, un quadrato al centro del museo dove le regole spariscono e rimane soltanto la fiducia nel prossimo, “un santuario di fiducia e altruismo”. Una mattina, recandosi al lavoro, Christian viene rapinato abilmente da due ladri che, approfittando della sua fiducia, gli sottraggono portafoglio e cellulare. Sconcertato e forse anche divertito dall’accaduto, il nostro però decide di rientrare in possesso delle sue cose e grazie al geolocalizzatore del telefono riesce a scoprire che i ladri vivono in un grande caseggiato popolare della città. Non sapendo chi sia il reale colpevole della rapina, Chistian scrive una lettera ai tanti condomini del palazzo accusandoli del furto. Una bravata da spaccone, quasi, ma che da quel momento genererà una drammatica reazione a catena trasformando la retta vita del direttore in un caos totale.

The Square, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, è una crudele allegoria della società contemporanea – quella svedese in primo luogo, ma nessun paese sviluppato può dichiararsi realmente innocente – totalmente incapace di far convivere realtà diverse. Uno stato che si proclama sociale, pare dire Östlund, non può permettersi che il benessere finisca per diventare un privilegio di pochi. Eppure, il presente è questo e nessuno, malgrado i proclami di facciata, sembra in grado di fare nulla per frenare la deriva.

Ironico, surreale, metaforico, crudele e a tratti divertente The Square è un film meraviglioso per la capacità di fondere insieme tanti messaggi (quello sociale e politico, appunto, ma anche quello sul concetto odierno di arte) mantenendo una compattezza e un rigore cinematografico degni di un grande regista. Una grandezza che a tratti (la scena della performance artistica con il primate, su tutte) ricorda grandi artisti della storia del cinema, come Luis Bunūel o Federico Fellini.

The long Road Home 

 Se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, anche una serie non si può giudicare dai primi due episodi. Però, ci si può farne un’idea. The Long road home, tratto da un fatto realmente accaduto e dal libro scritto da Martha Raddatz, racconta di un plotone dell’esercito americano bloccato nel quartiere di Sadr City a Bagdad (uno dei più tranquilli della città, un quartiere dove da più di un anno non avvenivano sparatorie) nel 2004 in seguito a un attentato. La storia, adattata per lo schermo, è diventata così una mini serie di otto episodi che da metà novembre arriverà sul canale di Sky dedicato a National Geographic.


A Lucca Comics 2017 sono stati presentati i primi due episodi e la prima impressione è pessima: una storia che guarda al recente passato utilizzata per tracciare una strada di gloria per il futuro. La guerra in Iraq, come tutte le guerre, è stato un fallimento militare e umanitario e cercare di trovarne una lettura positiva è quantomeno disonesto. Il racconto gronda di retorica e di una propaganda neanche troppo strisciante, la società rappresentata sembra quella degli anni Cinquanta con gli uomini al fronte e le donne a trepidare a casa facendo il tombolo (davvero!), ma il peggio è l’assoluta banalità della narrazione. The long road home non aggiunge una virgola di novità non solo al racconto di guerra, ma neppure alla serialita televisiva. Se una cosa del genere l’avesse prodotta la Rai e l’avesse mandata in onda su Rai Uno ci sarebbe probabilmente stata un’interrogazione parlamentare per giustificare spesa dei soldi del canone. Invece, così possiamo solo rammaricarci che un cast di tutto rispetto – Michael Kelly di House of Cards e Jason Ritter di Parenthood, tra gli altri) venga sprecato in un prodotto artisticamente dozzinale.

Hayao Miyazaki never ending man

Hayao Miyazaki si è ufficialmente ritirato dall’attività nel 2013. Almeno così afferma. Ha chiuso lo storico Studio Ghibli dal quale ha prodotto un film più bello dell’altro dalla metà degli anni Ottanta in poi, e ha deciso di dedicarsi solo ad attendere la fine della propria vita. Almeno così afferma. 

“Vado a un funerale dopo l’altro e non capisco perché così tanta gente muoia prima di me, ammicca il regista nel documentario a lui dedicato Never Ending Man. Ma è un gioco al ribasso, si capisce immediatamente: Miyazaki non nessuna intenzione né di smettere di creare né di andarsene da questo mondo. È un modo come un altro per esorcizzare la morte, un modo come un altro per essere al centro dell’attenzione. E il documentario ne è la prova provata. Una cinepresa lo segue nei suoi gesti quotidiani ripetuti, registra le sue commiserevoli litanie, ma lo sguardo tradisce le parole: uno sguardo vivo più che mai che ha voglia di scoprire e sperimentare ancora. Altroché. C’è un progetto che è rimasto incompiuto, Boro il Bruco s’intitola. È una storia che è dentro Miyazaki e aspetta solo di essere raccontata. Ma non è in grado di disegnarla, troppo complessi i movimenti del bruco, troppo grande la storia di un essere piccolo piccolo. Almeno così afferma. Allora, in suo aiuto arriva la tecnologia della CGI, ovvero le immagini programmate al computer, con la quale vengono realizzati tutti i cartoon oggi. I film di Miyazaki sono tutti fatti a mano, passare alla CGI sarebbe una rivoluzione. Una bella contraddizione per uno che ha deciso che il suo tempo è finito e che ora bisogna attendere solamente i titoli di coda.

Never ending Man è un documentario bellissimo che ti porta dentro i pensieri di uno dei più grandi creatori di immagini del secolo scorso. Hayao Miyazaki dialoga con la telecamera che lo segue e con se stesso raccontando più di quanto non gli si chieda: un uomo unico che può sopravvivere solo a se stesso e che nessuna macchina, nessuna tecnologia sarà mai in grado di sostituirlo. Almeno così afferma.

Mistero a Croocked House

Quando Aristides Leonides arrivò in Inghilterra era un semplice immigrato dalla Grecia, poi il talento per gli affari gli permette di costruire un impero di alberghi e ristoranti di lusso che lo eleggono a uno degli uomini più ricchi del Paese. Come ognuno anche per Aristides arriva la fine, solamente che per l’uomo il destino ha riservato una morte violenta: malato di diabete, una sera qualcuno sostituisce l’insulina con del cianuro e da qui comincia il mistero perfetto per Agatha Christie nel romanzo E’ un problema. Uno dei preferiti dalla scrittrice. Romanzo che nelle mani dello sceneggiatore Julian Fellowes (Dowtown Abbey) diventa un film: uno dei meno riusciti tra i tanti tratti dalle sue opere.
Mistero a Croocked House parte dall’omicidio del patriarca per portarci dentro gli affari della famiglia Leonides: un’accolita di questuanti d’alto bordo tutti a dipendere dalle finanze del vecchio e che in un modo o nell’altro hanno da guadagnarci dalla sua scomparsa. La prima a prendere l’iniziativa è la nipote Sophie chiama l’investigatore privato (suo ex amante) Charles Heyward chiedendogli d’indagare sull’omicidio prima che intervenga la polizia e che si sollevi un polverone sull’intera famiglia. Arrivato nella dimora Charles ha solo l’imbarazzo della scelta su chi avrebbe potuto uccidere il capostipite, vista la dose di risentimento e veleno che scorre tra gli eredi. Ognuno avrebbe un motivo: dalla ex moglie, alla nuova giovane compagna, dal figlio incapace di gestire i propri affari, alla stessa nipote che, come presto si scoprirà, sarà anche l’unica a ereditare l’intera fortuna dei Leonides.

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“C’era qualcosa di molto contemporaneo nel personaggio di Aristides – ha dichiarato il regista Paquet Brenner (Dark Places, nei luoghi oscuri)-, un uomo che aveva nelle sue mani il controllo sulla vita degli altri membri della famiglia. Sebbene fosse un period film (la storia è ambientata alla fine degli anni Cinquanta mentre il mondo fuori da Crooked House si sta velocemente trasformando, ndr), era un’opportunità interessante poter fare un paragone con oggi, con un mondo che si trasforma così velocemente”.
In realtà tutto ciò nel film non si vede. La trama gialla classica prende il sopravvento e le storie parallele, solamente accennate, (i tempi che cambiano, la relazione tra l’investigatore e la nipote ereditiera, il passato oscuro dello stesso investigatore) finiscono per essere edulcorate dal mistero e dalla ricerca del colpevole che, al contrario di altri romanzi della stessa Christie, è forzato quanto mai. E se, malgrado il grande successo commerciale dell’opera, non sia mai stato trasformato in film un motivo ci sarà pure: troppe le sfaccettature che nella narrazione cinematografica finiscono inevitabilmente per perdersi e tanti, troppi, i già visto in un lavoro che oggigiorno ha veramente poca ragione d’essere.
Neanche il ricco cast, guidato da una Glenn Close che per l’occasione rispolvera il personaggio di Crudelia De Mon de La carica dei 101, serve a sollevare un film fondamentalmente inutile.

Gli asteroidi

Un film dalla provincia italiana. Un altro film dalla provincia italiana. E Germano Maccioni per il suo esordio nel lungometraggio ha scelto, come spesso capita a un certo cinema italiano, di partire proprio da qui, dai margini del Paese: luogo ai confini dove il rumore del centro arriva ovattato, ma dove il regista crede di potersi muovere sicuro. Un luogo metaforico ma il cui abuso gli ha fatto perdere la forza un tempo eversiva. La provincia di Maccioni è un centro industriale, che una volta ha conosciuto la ricchezza e che ora è solo macerie: umane, intellettuali, morali. Una metafora abusata, appunto.

In questo luogo conosciamo Pietro e il suo amico Ivan, diciannovenni ribelli in famiglia e a scuola. Le giornate sembrano non passare mai e gli unici brividi capaci di scuotere l’apatia generale sono rappresentati da una serie di furti nelle chiese, compiuti da una misteriosa banda dei candelabri. Banda della quale fa parte Ivan, guidato dal cattivo maestro Ugo, un vecchio ricettatore mascherato da pizzaiolo. Sul microcosmo di Maccioni incombe però l’arrivo di un asteroide che potrebbe cancellare l’umanità dalla Terra, come sostiene uno dei protagonisti, ma che finirà solo per annientare il più fragile del gruppo e per annichilire, forse, anche le ultime speranze di un nuovo inizio.

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“Per me, l’asteroide ha un significato metaforico – ha raccontato il regista Maccioni a Locarno dove il film ha rappresentato l’Italia in concorso – ci ricorda la nostra impermanenza, come insegna il Buddhismo, l’impermanenza dell’essere umano, di tutte le cose. Non importa che tu sia una persona incredibilmente concreta e materialista oppure molto spirituale: ogni aspetto delle nostre vite, i nostri sentimenti, il lavoro, le questioni familiari, possono cambiare improvvisamente senza alcun preavviso e senza spiegazione. Ha a che fare con la precarietà dell’essere umano, la natura impermanente delle cose ci aiuta a vivere in un modo più consapevole e vivo”.

Gli asteroidi non è un bel film perché manca di coraggio e fantasia, ai quali preferisce la supponenza di simboli e allegorie fruste. Non un bel film perché il regista non ha saputo dirigere attori non professionisti accompagnandoli in un percorso adatto alle loro possibilità e li ha abbandonati nudi di fronte a un ruolo più grande di loro. E non è bello perché quando hai a disposizione due interpreti capaci di scavare nelle profondità dei sentimenti, come Pippo Del Bono e Chiara Caselli, non li puoi relegare in sbiaditi stereotipi.