Black Butterfly

La metaletteratura è un genere da usare con la massima cautela. Se sei Calvino, Borges o anche “solo” Paul Auster puoi creare dei capolavori, altrimenti rischi. Sempre. Brian Goodman, attore, sceneggiatore e qui alla sua seconda regia dopo il risibile Boston Street, ci ha provato a confrontarsi col genere. Che ci sia riuscito, è tutta un’altra storia. Paul è uno scrittore in crisi creativa: vive solitario sulle colline intorno a Denver e passa le giornate a bere nella speranza che l’ispirazione prima o poi torni. Nel frattempo ha deciso di vendere la casa e ha affidato l’incarico alla bella agente immobiliare Laura. Mentre Paul la sta raggiungendo al ristorante locale, sulla strada incrocia un litigioso camionista. Giunto al ristorante il camionista decide di imbastire una rissa e Paul viene salvato da un misterioso vagabondo che interviene e calma (con le cattive) l’uomo. Per ringraziarlo Paul gli da un passaggio in auto e quando viene a sapere che Jack, il vagabondo, non ha un luogo dove trascorrere la notte, decide di invitarlo a casa sua. Da quel momento comincia un vero e proprio incubo per lo scrittore che, ostaggio di Jack, sarà costretto a ritrovare la propria creatività, pena la morte.

Black Butterfly è un thriller dalle tinte drammatiche e oniriche che pasticcia con i generi e la memoria cinematografica degli spettatori. La costruzione della storia, pensata a scatole cinesi (e con velleità metacinematografiche), si sviluppa attraverso un percorso già fatto da altri prima di Goodman e, inevitabilmente, si finisce a ripensare a Misery non deve morie, The Hitcher, Duel e tutti gli altri film che nel tempo, ispirati da questi, si sono succeduti. Film, tra l’altro, tutti migliori di questo. La debolezza di Black Butterfly però non è solo nella scrittura confusa, ma purtroppo anche nel cast che non sembra credere mai a quello che gli viene proposto dalla sceneggiatura: Antonio Banderas, nel ruolo dello scrittore, è alla perenne ricerca dell’espressione adatta alla situazione, Jonathan Rhys Meyers lavora sempre sopra le righe il personaggio di Jack e Piper Perabo, fossilizzata suo malgrado nel personaggio de Le ragazze del Coyote Ugly, lascia una traccia leggera e inutile alla storia.  

Gifted, il dono del talento

Dal 2005 a Hollywood esiste una lista delle sceneggiature più apprezzate dagli esperti, ma non ancora prodotte. Si chiama Black List e da lì sono usciti film come Il discorso del Re, The Millionaire, Argo e Il caso Spotlight, tutta roba da Oscar mica scarti di macelleria. Dalla List arriva anche Gifted-Il dono del talento, una bella storia scritta da Tom Flynn e portata in scena da Marc Webb, uno che ogni tanto si ricorda di saper fare il regista (500 giorni insieme) e non solo il ricco gestore di baracconi da fiera (Amazing Spiderman 1 e 2).

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La storia di Gifted sembra una di quella già viste mille volte al cinema con un bambino genio protagonista da gestire e da crescere tra mille difficolta, dubbi e reticenze. E effettivamente un bambino genio è al centro anche di questa storia. Si chiama Mary, ha sette anni, la mamma (genio matematico a sua volta) è morta suicida praticamente alla sua nascita lasciando la piccola nelle mani del fratello Frank. Che ora la sta crescendo tutta da solo. Frank ha abbandonato il suo lavoro di insegnate di filosofia all’università e si è rifugiato in periferia a riparare barche ormeggiate sul lago. Mary ha vissuto i primi anni protetta dall’affetto dell’uomo, della vicina di casa e al riparo un pò da tutto e tutti, ma ora è il momento di andare a scuola e Frank decide che la bambina ha bisogno di vivere una vita normale, non la stessa vita da genio che ha portato alla morte la sorella. La iscrive alla scuola pubblica locale, ma il genio di Mary non tarda a esplodere e ad attirare l’attenzione di insegnanti, preside e della nonna che, scoperte le capacità della nipotina, vorrebbe mandarla nelle scuole più facoltose per aiutare a sviluppare il suo talento. Lo stesso talento della figlia suicida, la sua più grossa delusione, il suo fallimento da riscattare.

Niente di particolarmente originale, vero, ma il film di Webb si distingue per saper alternare in modo misurato dramma e commedia, lacrima e risata, arrivando a formare un prodotto tecnicamente perfetto.

Ma Gifted – Il dono del talento non è solamente una commedia amara ben scritta è, soprattutto, un film ben recitato da Chris Evans (che senza lo scudo di Capitan America appare in tutta la sua fragilità), Lindsey Duncan, Octavia Spencer (Il diritto di contare) e soprattutto da McKenna Grace (Independence Day Rigenerazione), un’altra di quelle attrici bambine capaci di rinnovare il miracolo del genio artistico nascosto dentro un corpo minuscolo.

Naples ’44

 

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Quando pensi che il peggio sia finito e l’orrore sia alle spalle, invece sei solo all’inizio. La guerra è questo: una nera illusione. E’ il 1943 e gli americani sbarcano a Salerno per cominciare la lenta liberazione dell’Italia dal nazismo. Tra i tanti soldati c’è anche Norman Lewis, un giovane ufficiale inglese, che con la Quinta Armata Americana arriva come salvatore in una Napoli distrutta e piegata dalla guerra. L’entrata alleata viene salutata dalla popolazione come un miracolo, come la fine di un incubo ma, come ci ha già raccontato Curzio Malaparte ne La pelle, Napoli stava solamente vivendo la seconda parte del conflitto mondiale. Un anno segnato dal tifo, dalla carestia, dai bombardamenti nemici e dalla coda carogna nazista che, sconfitta, regalava gli ultimi incubi alla popolazione. Un anno in cui tutto sembrò rivoltarsi, anche il Vesuvio che si risveglio eruttando come non accadeva da decenni e venne raccontato da Lewis immediatamente colpito dal magma sociale pulsante e complesso di una città che ogni giorno riusciva nei modi più incredibili a inventarsi la vita dal nulla, e prese nota su alcuni taccuini di tutto quello che gli successe nell’anno della sua permanenza. Gli appunti che Lewis scrisse in quel periodo finirono poi per costituire Napoli ’44, edito in Italia da Adelphi, ma pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1978. Il film, tratto dall’omonimo romanzo, immagina l’ufficiale inglese tornare molti anni dopo nella città che lo sedusse e lo conquistò per rivivere un visionario amarcord fatto di continui flashback tra i luoghi del presente, che Lewis ripercorre dopo tanto tempo, e le storie del passato. Francesco Patierno (Il mattino ha l’oro in bocca, La gente che sta bene) percorre i ricordi di Lewis tra filmati dell’istituto Luce e brani di film (tra i quali l’immancabile La pelle di Liliana Cavani) che quel periodo lo hanno raccontato in passato. Napoli ’44 è un prodotto spurio che permette a un regista di film di disegnare un ottimo documentario. Il viaggio dell’autore è allo stesso tempo un viaggio nella storia del nostro Paese per cercare di comprenderne le contraddizioni, i pregi e le meschinità. La città di Napoli avvolge tutti con le proprie ambiguità trasformando chiunque vi si trovi a viverla. Norman Lewis seguendo il filo dei ricordi viene sopraffatto dalla bellezza crudele degli abitanti, dalla loro forza e dalla loro generosità, tanto da rimpiangere di non averne mai fatto parte se non per un breve, terribile momento.

Abel figlio del vento

Se la voce narrante fuori campo non è quella di Rick Deckard di Blade Runner o almeno quella di Woody Allen già sono maldisposto nei confronti del film. È un mio limite, l’ammetto, ma chi non ne ha in fondo. Se poi la voce introduce una stucchevole favola mutuata dai vecchi documentari Disney e mille storie già lette, allora il disagio si trasforma in sofferenza vera, fisica. La storia di Abel figlio del vento è quella di un’amicizia, ma anche di rapporti familiari e, se vogliamo anche l’eterna storia del contrasto tra uomo e natura. Insomma, il film della coppia Olivares e Penker, mette sul piatto temi enormi, universali per poi risolverli con la stessa profondità di un tweet.


Lukas vive isolato col padre sulle Alpi. La madre è morta a seguito di un incendio della casa. Da quel momento Lukas ha deciso di non parlare più e chiudere ogni rapporto col padre che, a sua volta, se la prende con la natura per la disgrazia capitatagli. Contemporaneamente, sul picco di un’alta montagna assistiamo alla nascita di due aquilotti: come spesso accade in natura, se i genitori non riescono ad allevarli entrambi, il più debole viene scacciato dal nido a vantaggio del più forte. Si chiama “cainismo” e a farne le spese è il piccolo Abel che viene raccolto da Lukas e allevato per restituirlo alla natura quando sarà il tempo. Una classica storia di formazione vissuta attraverso gli occhi del saggio guardiaboschi Danzer che, un po’ padre e un po’ maestro di vita, insegnerà a Lukas sia ad allevare l’aquilotto sia a ricucire lo strappo col padre.

Abel il figlio del vento è film fondamentalmente non riuscito perché tenta di mischiare più tecniche cinematografiche (il lungometraggio e il documentario) andando a creare un ibrido senza personalità. Le belle immagini stile National Geographic sono accompagnate da una recitazione stonata e scoordinata che finisce per creare una dissonanza fastidiosa. La stessa che ti fa muovere sulla poltrona e gettare continuamente l’occhio all’orologio.

Get Out – Scappa

Il genere horror, come tutti i generi, ha i suoi codici ben definiti e come finalità principale quella di far spaventare lo spettatore. Ma come tutti i generi anche quello horror può essere solamente il mezzo per raccontare una storia: da Hitchcock a Kubrick il grande cinema è passato attraverso l’horror impreziosendolo e portandolo a raggiungere vette altissime.  E Get Out di Jordan Peele (film d’esordio di un attore comico di talento) si inserisce nella via tracciata da chi ha utilizzato l’horror non per spargere sangue, ma brividi e inquietudini, un po’ come in passato fece Polansky con Rosmary’s Baby o Robin Hardy con The Wicker Man.

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America, oggi. Chris, giovane afroamericano fotografo di talento, è fidanzato con Rose, ragazza della buona borghesia americana, quella ricca e liberal che ha sostenuto Obama negli ultimi otto anni. Una coppia interrazziale come tante che vive senza tanti problemi il loro amore. Quando però Rose inviterà Chris a casa dei suoi genitori per il fine settimana le cose cominceranno a complicarsi: la gentilezza dei genitori, scambiata da Chris all’inizio per imbarazzo, diventerà sempre più simile all’invadenza e alla molestia. Anche i soggetti di complemento – il giardiniere, la cameriera e gli altri ospiti del fine settimana – renderanno l’atmosfera sempre più ambigua, tetra, forse pericolosa. Anzi, sicuramente pericolosa. E dalla quale si dovrà scappare se si vorrà sopravvivere.

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Get Out – Scappa è un film intelligente, brillante, teso e ironico al punto giusto. Come nella tradizione della migliore produzione indipendente, Jordan Peele riesce a coniugare belle intuizioni a un budget minimo. E la cultura e la passione per il cinema ad ogni livello – da Indovina chi viene a cena di Stanley Kramer a Essi vivono di John Carpenter – si respira in ogni inquadratura. Get Out sorprende perché riesce a stare piacevolmente fuori e dentro gli schemi allo stesso tempo, diventando forse il primo prodotto dell’era Trump: la metafora di una classe sociale allo stremo e destinata all’estinzione che tenta in ogni modo di rimanere in vita. Veramente in ogni modo.
Bello il cast con il britannico Daniel Kaluuya (Sicario e la serie tv Black Mirror) sopra tutti.

Boston, caccia all’uomo

Il 15 aprile del 2013 non è una di quelle date che verranno cancellate presto dalla storia americana. In quel giorno avvenne infatti l’attentato alla storica maratona della città di Boston: due bombe artigianali fatte esplodere da due fratelli terroristi islamici, cresciuti negli Stati Uniti e nutriti della cultura americana, che causarono 3 morti e 264 feriti, molti dei quali gravissimi.
Ma la storia dell’attentato non è solo nei momenti che precedono lo scoppio degli ordigni, bensì in quello che accadde nei quattro giorni successivi e che portò alla cattura dei due attentatori. Quattro giorni vissuti a un ritmo altissimo che arrivarono persino a bloccare l’intera città di Boston: una città da 700 mila abitanti, mica un quartiere di periferia. Un coprifuoco in piena regola che permise alla polizia, federale e locale, di bloccare i due delinquenti e evitare un secondo prossimo attentato a New York.
Peter Berg (Deepwater Horizon e Hancock) per raccontare le 105 ore di maratona sceglie la via del docu fiction adrenalinico, realizzando un film capace di coinvolgere lo spettatore e di trascinarlo nella situazione. “Le vite di migliaia di persone sono state toccate – racconta Berg – per raggiungere il nostro obiettivo abbiamo scelto di seguire le storie di sette o otto personaggi, coinvolti in maniera differente negli eventi. Nessuno a Boston sapeva cosa sarebbe successo dopo l’attacco e c’era la fondata preoccupazione che ce ne potessero essere altri. Potevamo restituire un quadro più ampio dell’impatto che l’attacco ha avuto sulla città, raccontando sia atti individuali di eroismo, che storie di gentilezza e compassione”.

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E la capacità di miscelare assieme i due sentimenti fa di Boston, caccia all’uomo un film appassionante, drammatico e divertente allo stesso tempo. Certo, la capacità del regista è quella di tenere alto il ritmo e riuscire a non far perdere mai l’interesse nelle tante storie intrecciate: quella del poliziotto cresciuto nel quartiere dell’attentato e in prima fila nelle indagini, quella del capo dell’Fbi in lotta contro il tempo, e anche quella dei tanti personaggi che solo apparentemente paiono fare da corollario alla vicenda principale. In realtà, ci ricorda Berg, la storia è fatta dagli uomini e dai loro singoli atti d’eroismo quotidiano. Per le gesta eclatanti poi ci saranno i libri di storia a sintetizzare.
Bello il cast importante e corale composto da un fedelissimo di Berg come Mark Wahlberg nei panni di Tommy Sauders, sergente della polizia di Boston, John Goodman, Kevin Bacon, Michelle Monaghan (poco più che un’apparizione) e sopratutto J.K. Simmons, uno che quando manca – fosse anche solamente per un’inquadratura – si sente sempre.

Le cose che verranno

Mi piace il cinema di Mia Hansen-Løve. Un cinema fatto di dettagli solo apparentemente insignificanti, di cose non dette e di emozioni, che nella loro profonda semplicità arrivano dritti allo spettatore. Il cinema di Mia Hansen-Løve è figlio della nouvelle vogue e di registi come Rohmer e, come tutti i figli, ha saputo staccarsi dai padri e affermare se stesso. La regista l’avevamo apprezzata nel 2011 a Locarno, quando presentò (e si guadagnò la menzione speciale della giuria) Un amore di gioventù, una bella storia d’amore adolescenziale che rimane nel tempo. Poi, tre anni più tardi, la regista francese con Eden ha raccontato la generazione dei trentenni e delle loro aspirazioni. Oggi con Le cose che verranno Mia Hansen-Løve guarda avanti a se e racconta un’altra generazione. Nathalie, cinquantenne insegnante di filosofia in un liceo parigino, ha una vita che scorre tranquilla tra il marito, i due figli, una madre ex modella che necessita di attenzioni continue e la sua dedizione al pensiero filosofico. Ma all’improvviso tutto cambia, il marito la lascia, la madre muore e i figli decidono di andare a vivere da soli. Nathalie così smette di essere madre, moglie e figlia da un giorno con l’altro, scoprendo che questo nuovo stato altro non è che una nuova fase della vita.

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“L’argomento di Le cose che verranno lo avevo in mente già da tempo – ha raccontato la regista parigina – ma mi faceva un po’ paura perché è un argomento più duro di quelli che avevo affrontato fino a quel momento. Per una donna di 50-55 anni reagire a quanto accade e reinventarsi una vita è sicuramente più difficile rispetto ad un giovane di 20 anni”.
La nuova vita che dovrà inventarsi Nathalie, interpretata da Isabelle Huppert (vista recentemente in Elle) come sempre in modo superbo, sarà fatta di malinconie e entusiasmi che è proprio del cinema di Mia Hansen-Løve.
“Per la prima volta avevo avuto l’impressione di presentare un personaggio che non fosse malinconico, invece viene fuori comunque questa malinconia. Trovavo il personaggio di Isabelle Huppert combattivo, con i piedi per terra, e non mi sembrava che fosse malinconico, ma probabilmente mi è venuto fuori così – aggiunge la regista de Le cose che verrannoTuttavia questo è un film che mi ha dato tanto perché trovo che, in fondo, ci sia sempre un legame tra la nostra vita e i film che facciamo e questo mi è particolarmente piaciuto perché mi ha tirato verso la vita e gli sono riconoscente di questo effetto su di me. Ho trovato sorprendente che quando ho cominciato a scriverlo lo pensavo come il più pesante tra quelli che ho fatto, e invece, retrospettivamente, lo sento come un film luminoso e leggero”.