Gli asteroidi

Un film dalla provincia italiana. Un altro film dalla provincia italiana. E Germano Maccioni per il suo esordio nel lungometraggio ha scelto, come spesso capita a un certo cinema italiano, di partire proprio da qui, dai margini del Paese: luogo ai confini dove il rumore del centro arriva ovattato, ma dove il regista crede di potersi muovere sicuro. Un luogo metaforico ma il cui abuso gli ha fatto perdere la forza un tempo eversiva. La provincia di Maccioni è un centro industriale, che una volta ha conosciuto la ricchezza e che ora è solo macerie: umane, intellettuali, morali. Una metafora abusata, appunto.

In questo luogo conosciamo Pietro e il suo amico Ivan, diciannovenni ribelli in famiglia e a scuola. Le giornate sembrano non passare mai e gli unici brividi capaci di scuotere l’apatia generale sono rappresentati da una serie di furti nelle chiese, compiuti da una misteriosa banda dei candelabri. Banda della quale fa parte Ivan, guidato dal cattivo maestro Ugo, un vecchio ricettatore mascherato da pizzaiolo. Sul microcosmo di Maccioni incombe però l’arrivo di un asteroide che potrebbe cancellare l’umanità dalla Terra, come sostiene uno dei protagonisti, ma che finirà solo per annientare il più fragile del gruppo e per annichilire, forse, anche le ultime speranze di un nuovo inizio.

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“Per me, l’asteroide ha un significato metaforico – ha raccontato il regista Maccioni a Locarno dove il film ha rappresentato l’Italia in concorso – ci ricorda la nostra impermanenza, come insegna il Buddhismo, l’impermanenza dell’essere umano, di tutte le cose. Non importa che tu sia una persona incredibilmente concreta e materialista oppure molto spirituale: ogni aspetto delle nostre vite, i nostri sentimenti, il lavoro, le questioni familiari, possono cambiare improvvisamente senza alcun preavviso e senza spiegazione. Ha a che fare con la precarietà dell’essere umano, la natura impermanente delle cose ci aiuta a vivere in un modo più consapevole e vivo”.

Gli asteroidi non è un bel film perché manca di coraggio e fantasia, ai quali preferisce la supponenza di simboli e allegorie fruste. Non un bel film perché il regista non ha saputo dirigere attori non professionisti accompagnandoli in un percorso adatto alle loro possibilità e li ha abbandonati nudi di fronte a un ruolo più grande di loro. E non è bello perché quando hai a disposizione due interpreti capaci di scavare nelle profondità dei sentimenti, come Pippo Del Bono e Chiara Caselli, non li puoi relegare in sbiaditi stereotipi.

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Madame Hyde

Gequil insegna fisica in una scuola di periferia, che se le lezioni sono più prove di sopravvivenza in una classe che definire difficile è quantomeno ottimistico. Ma la donna, contro il giudizio del preside e dei colleghi, decide di coinvolgere gli alunni (in particolar modo Malik, un ragazzo disabile che la osteggia più degli altri) con un esperimento pratico. Ma mentre si trova a lavorare in laboratorio, Gequil viene colpita da una scarica elettrica che la tramortisce e la trasforma: da quel momento la donna la notte si troverà a vagare per le strade percorsa da un’energia straordinaria e mortale. 

Serge Bozon, attore e regista qui per la quinta volta, rilegge al femminile il classico di Stevenson, Il dottor Jekyll e il signor Hyde, ambientandolo in una Parigi marginale. La metafora del romanzo gli permette di raccontare la storia di una donna che, circondata dalla diffidenza e incompresa da tutti (anche dal marito che solo apparentemente pare capirla) riesce a far uscire la sua vera personalità e ad affermarsi. Madame Hyde, interpretato da una Isabelle Huppert inevitabilmente brava a rappresentare la freddezza e il calore della protagonista, è una commedia satirica che fatica però a trovare una sua personalità, muovendosi ondivaga tra la critica sociale e la speculazione intellettuale. Bozon è bravo a rappresentare la scuola delle banlieue e a tratteggiare il disagio delle giovani generazioni, ma il tratto troppo accademico che riserva a certi momenti del film lo rendono meno fluido di quanto potrebbe. Finendo così per non trovare un equilibrio nei toni e nelle atmosfere.  

The big sick

Lo chiami amore e poi scopri che ha mille altri nomi. Succede sempre così e a volte la cosa è anche capace di sorprenderti. Kumail Nanjinai, attore del Saturday Night Live e uno degli interpreti della fortunata serie Silicon Valley, di origini pakistane, ha vissuto una storia quantomeno inusuale che lo ha portato alla fine a sposarsi con Emily V. Gordon, una ragazza americana conosciuta a Chicago. Non è strano il fatto che un ragazzo e una ragazza si amino e si sposino, ma se il primo è stato promesso sposo a una ragazza pakistana e infrangere il giuramento potrebbe dire rompere i ponti con la propria famiglia, allora la cosa si fa più interessante. Ma non è tutto qui, perché mentre i due si stanno frequentando Emily viene colpita da una misteriosa malattia che potrebbe essere addirittura mortale. Ecco, a questo punto avete tutti gli elementi per cominciare a entrare in The Big Sick, bella commedia presentata in Piazza Grande a Locarno e proveniente direttamente dal Sundance: una storia vera, romantica e inaspettata come le storie che solamente la vita può raccontare così bene.


The Big Sick s’inserisce perfettamente nella schiera di film che rappresentano la nuova commedia americana. Filone che vede il cinema di Judd Apatow (40 anni vergine), qui produttore del lavoro, il capostipite di un genere che proprio nel regista americano ha trovato nuova linfa vitale. Storie moderne, brillanti, interpretate da una nuova generazione di attori (Steve Carrell, Seth Rogen, Paul Rudd, Leslei Mann e adesso Kumail Nanjinai) e scritte con la finestra ben aperta sulla realtà. Commedie dove ci si possa sentire interpreti e allo stesso tempo spettatori, commedie dove si possa ridere senza vergognarsi e sentirsi stupidi. The Big Sick, poi, è anche qualcosa di più, perché riesce a miscelare il dolce e l’amaro della vita creando un perfetto equilibrio tra i sentimenti, parlando di famiglia, amore e morte come se fosse un unico grande racconto. Grande merito va, oltre alla sceneggiar scritta a quattro mani da Kumail Nanjinai e dalla moglie Emily V. Gordon, agli interpreti che affiancano il comico: Zoe Kazan (già vista a Locarno in Ruby Sparks), una ritrovata Holly Hunter, Ray Romano (Vinyl) e tutto il gruppo di comici del Saturday Night Live che si esibisce nelle performance stand up.    

Easy

Il viaggio nel cinema non ha quasi mai come scopo il raggiungimento di una meta. Il viaggio nel cinema è scoperta, metafora e non importa dove e quando si arriva. E probabilmente la pensa così Isidoro che deve riportare in patria la salma di un operaio ucraino morto per un incidente sul lavoro. Glielo ha chiesto come favore il fratello, un cialtrone proprietario del cantiere dell’incidente: un lavoretto semplice per uno come Isidoro, promessa non mantenuta dell’automobilismo italiano. A quattordici anni era un campione, vent’anni dopo Isidoro è un depresso che trascorre le giornate in casa a giocare ai videogiochi. Il viaggio, però, potrebbe rappresentare un modo per cambiare le cose. Naturalmente, quello che sulla carta sembrava essere facile, si complica immediatamente trasformando il trasporto della salma in un’odissea stralunata e divertente.È proprio un bell’esordio nel lungometraggio questo di Andrea Magnani con Easy (diminutivo di Isidoro, ma non solo): brillante e a tratti poetico il film racconta la storia di un caparbio antieroe che, malgrado tutto, riesce a portare a termine il compito che gli era stato affidato. Lui che pensava di non riuscire più a tagliare un traguardo nella sua vita. 

Girato con mano felice e senza tanti compiacimenti Easy è una commedia on the road capace di mischiare humor nero e tenerezza, grazie anche all’interpretazione tutta fisica di Nicola Nocella (Il figlio più piccolo di Pupi Avati), imprescindibile e inevitabile Isidoro. Al suo fianco Libero de Rienzo e Barbara Bouchet. Ma una menzione va fatta anche alla bara che si porta appresso che, praticamente, gli offre la spalla per una serie di gag divertentissime, trasformandosi di volta in volta in canoa, letto o mezzo di trasporto. 

What happened to Monday

 Mettere al mondo sette figli in un colpo solo renderebbe la vita difficile a chiunque oggi, figurarsi in un futuro dove la legge del figlio unico è in vigore da tempo per limitare la sovrappopolazione. Seguendo il progetto dell’ambigua scienziata Nicolette Cayman, le famiglie con più di un figlio si vedranno prendere i figli in eccedenza per porli in un criosonno che li manterrà in vita il tempo necessario a ridurre il numero delle persone sulla Terra. E questo sarebbe il triste destino di almeno sei delle sette gemelle Settman se il nonno (la madre è morta dando alla luce le bambine) non decidesse di nasconderle e crescerle rischiando di essere scoperto dalla temibile polizia. Le sette sorelle, perfettamente identiche tra loro, vengono chiamate con i sette giorni della settimana e potranno così uscire di casa il solo giorno del loro nome, riferendo poi alle altre quello che è accaduto, per evitare di cadere in contraddizione. La storia funziona e per trent’anni le sorelle tengono in piedi il gioco, finché un giorno Monday non torna più a casa. Toccherà alle altre scoprire cosa le sia successo.


What happened to Monday è un buon thriller fantascientifico con qualche leggera variazione horror. L’ispirazione rimane inevitabilmente Blade Runner con il suo futuro cupo, sovraffollato e decadente, la curiosità della storia è data dal fatto che le sette sorelle sono interpretate tutte dalla stessa attrice: un’energica e efficace Noomi Rapace. Ritmato, avvincente anche se non particolarmente originale il film di Tommy Wirkola, regista di Hansel e Gretel cacciatori di streghe, regge bene il gioco con lo spettatore a indovinare quale delle sette sorelle potrà sopravvivere alla caccia. Peccato che neanche questo nuovo capitolo aggiunga qualcosa di nuovo alla letteratura distopica.  

Amori che non sanno stare al mondo

“Con l’amore non si scherza”, dice Claudia in uno dei tanti soliloqui mentre tenta di convincersi che non è finita con Flavio e che prima o poi loro torneranno insieme. Claudia e Flavio, due docenti universitari di lettere, si sono amati per sette anni, tanto, appassionatamente. Hanno chiuso il mondo fuori e si sono lasciati a loro stessi. Poi, come tutte le cose, anche l’amore finisce e bisogna trovare un nuovo inizio. Per Flavio si chiama Giorgia, è giovane e innamorata; per Claudia invece la ripartenza non ha ancora un volto. O se c’è l’ha è confuso, sfocato, come quello di Nina, studentessa dei suoi corsi innamorata di lei.


Tratto dal romanzo omonimo della stessa regista Francesca Comencini, Amori che non sanno stare al mondo è una commedia amarognola che gioca coi sentimenti senza mai scadere nel sentimentalismo. La scrittura brillante, i dialoghi serrati, un cast praticamente perfetto in ogni sua interprete (brava Lucia Mascino nel ruolo di una Claudia confusa e solo apparentemente persa alla fine di un amore) e un bel montaggio acronico fanno del film qualcosa di unico nel panorama del cinema italiano. Vero che Amori è una commedia tutta al femminile, come da qualche tempo siamo abituati a vedere sugli schermi, ma allo stesso tempo è un piacevole azzardo misurato capace di prendere il meglio delle altre cinematografie (quella francese e americana in primo luogo, perché quando si parla d’amore in un contesto borghese non possono non venire in mente i film di Allen o Rohmer) per creare qualcosa di nuovo e fresco. Francesca Comencini si conferma un’ottima regista capace di spaziare attraverso i media (dalla regia di serie come Gomorra a drammi intensi come Lo spazio bianco al cinema), ma soprattutto una straordinaria direttrice d’attori. Non era facile tenere a bada tante personalità diverse come Mascino, Trabacchi, Natoli e Iaia Forte, invece Comencini ha saputo creare un ritratto d’insieme omogeneo e attuale senza che un tono di voce prevalesse sugli altri.

Sparring

Steve Landry ha 45 anni, una moglie che fa la parrucchiera e due figli piccoli. Di giorno lavora in un ristorante e la sera, quando lo chiamano, va a combattere sul ring. Nella sua carriera ha sostenuto 49 incontri e ha promesso che il cinquantesimo sarà anche l’ultimo. Di 49 combattimenti ne ha vinti 13, pareggiati 3 e gli altri 33 li ha persi. Steve Landry è uno che sa perdere, ma sa anche combattere perché per tornare sul ring dopo essere caduto così tante volte ci vuole coraggio. Ed è questo che Steve cercherà d’insegnare a Tarek M’Barek, giovane boxeur di talento che si sta allenando per tornare sul ring a riprendersi il titolo: avere l’umiltà per ricominciare. Steve diventa così uno dei suoi sparring, il “sacco” umano da sacrificare sull’altare del ring del campione. Il ruolo di sparring è pericoloso, anche più di un combattimento vero, ma per Steve rappresenta l’occasione per guadagnare dei soldi che potrebbero permettere di realizzare il sogno della figlia maggiore e, forse, per dimostrarle che anche lui vale qualcosa.


Sparring, opera d’esordio del giovane regista francese Samuel Jouy, entra in un mondo che il cinema ha rappresentato milioni di volte, senza però cadere nei suoi cliché: la boxe non diventa metafora, né epica narrativa per eroi moderni. Ma rimane solo e soltanto quello che è: uno sport duro per uomini duri. Jouy racconta il quotidiano della boxe partendo da un ruolo marginale – quello dello sparring partner – mai raccontato dal cinema prima d’ora per trarre il meglio da una storia intima e ordinaria. Nel ruolo di Steve troviamo un Mathieu Kassovitz (regista de L’odio e attore de Il favoloso mondo di Amelie) in parte e capace di mettere a disposizione del regista esordiente una faccia e un fisico perfetti al ruolo. Accanto a lui sul set due non attori: la musicista Olivia Merilahti e il pugile Souleymane M’Baye.