Il segreto

Le storie d’amore hanno spesso il limite di essere, appunto, storie d’amore. Storie cioè che inevitabilmente, inesorabilmente, finiscono per mettere in scena tutto quello che ti aspetti da una storia di questo tipo. E riuscendo raramente a stupirti, a sorprenderti. Come nel caso de Il segreto, dove un buon regista come Jim Sheridan (Nel nome del padre, il mio piede sinistro, In America) è caduto nella stessa trappola retorica di tanti altri suo colleghi che, obnubilati da un romanticismo di maniera, e forse un po’ senile, perdono per strada storia, ritmo, credibilità e, alla fine, spettatori.

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Il segreto, tratto dal romanzo di Sebastian Barry, racconta la storia di Rose, un’anziana ospite di un ospedale psichiatrico in fase di chiusura per essere trasformato in una lussuosa spa. Rose in quell’ospedale vi è finita da giovane e, a quanto sostiene, accusata ingiustamente dal parroco di omicidio del proprio bambino. Nell’ospedale vien mandato il dottor Stephen Grene per riesaminare il caso della donna e convincerla ad accettare il trasferimento a un’altra struttura. Conoscendo Rose e ascoltandola, Grene scoprirà che dietro una vicenda drammatica e tragica in realtà si nasconde una storia ancora più grande e che interesserà anche lui.

“E’ un romanzo incredibilmente lirico, più in linea con un’opera di Samuel Beckett che con una sceneggiatura cinematografica – sostiene Jim Sheridan – La sfida è stata tradurre in immagini sullo schermo una storia che nel libro si svolge nella mente della protagonista”.

Narrato su due piani narrativi temporali – il 1942 e oggi – Il segreto è un film nato vecchio che, malgrado le intenzioni di regista e sceneggiatore (l’irlandese Johnny Ferguson) non riesce a scrollarsi di dosso il peso letterario della vicenda e imprimere al racconto cinematografico un ritmo che permetta di prenderne le distanze. La difficoltà di uscire dalla mente della protagonista (una sempre brava Vanessa Redgrave che, però, non aveva bisogno di una prova del genere per affermare il proprio talento) e rendere plausibile un racconto frammentario in cui realtà e fantasia diventano una sola cosa sono state risolte in modo elementare – flashback, voce fuori campo – e, soprattutto, finendo per dare al film un sapore di stantio, come certe caramelle che solo una nonna potrebbe rifilare al nipote.

Mal di pietre

Non è una novità che l’amore sia principalmente un fatto di testa. E Gabrielle non fa eccezione. Solo che nella sua testa l’amore brucia e si nutre della sua stessa carne. Siamo negli anni Cinquanta, nella campagna francese, e Gabrielle è figlia di una famiglia di agiati fattori. Divisa tra la voglia di fuggire e quella di vivere nella sua terra, la donna passa le giornate a immaginarsi amori grandi e assoluti che però condivide solo e soltanto con la sua fantasia. I genitori, preoccupati degli atteggiamenti sfrontati della figlia, decidono di darla in moglie a Jose, un onesto profugo spagnolo che lavora le loro terre: Gabrielle viene letteralmente venduta per denaro e un pezzo di terra. Il matrimonio viene vissuto da entrambi come un normale contratto e nel pieno rispetto delle regole. Quando però la donna andrà alle terme svizzere a curare il suo mal di pietre (dei calcoli renali), li troverà il vero amore: Andrè Sauvage, un affascinante tenente reduce della guerra d’Indocina debole e malato. I due vivranno una breve, intensissima, storia d’amore – una di quelle sognate da sempre da Gabrielle – e quando lei sarà dimessa perché guarita, trascorrerà il resto dei suoi giorni ad attendere l’amore promesso da Andrè al momento della partenza. Solo anni dopo, però, si scoprirà la realtà.

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“Gabrielle vive al crocevia tra un mondo all’antica e un periodo di grandi speranze e libertà – racconta la regista Nicole Garcia (L’avversario e Quello che gli uomini non dicono) – M’interessano i personaggi femminili che possiedono questa dimensione poetica così entusiasmante e vibrante. C’è qualcosa nella pazzia delle donne che mi affascina, sopratutto quando vi è in loro una sorta di fragilità, oltre che il potenziale perché essa possa sgorgare fuori, sebbene a volte si rischi la catastrofe”.
Mal di pietre, tratto dal romanzo di Milena Agus (vero e proprio caso letterario prima francese e poi italiano con oltre 150 mila copie vendute), è un melò tradizionale che ha nella sua collocazione temporale – gli anni Cinquanta appunto – la parte più interessante, dal punto di vista narrativo: anni di trasformazioni, rivoluzioni che sarebbero venute da li a poco e che la protagonista vive metaforicamente sulla sua pelle. Per il resto, il racconto fila come nella più classica delle strutture di genere. Marion Cotillard interpreta un personaggio nelle sue corde, non aggiungendo nulla più a una carriera già ben affermata, così come Louis Garrel si limita a far recitare il pallore e il languore del suo personaggio. La sorpresa è invece Alex Brendemuhl, intenso e dolorosamente dignitoso nella parte di chi la storia solo apparentemente è destinato a subirla.

LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE (IN BETWEEN)

Non è facile essere donne. Non è facile essere giovani donne arabe a Tel Aviv oggi. Ma Laila, Salma e Nour lo sono e devono fare i conti oltre con le stesse inevitabili debolezze e insicurezze dell’età, anche con i pregiudizi di tutto un mondo altro da loro. Laila è una giovane avvocatessa che, di notte, smesso il serioso tailleur si lascia andare a respirare la vita; Salma fa la dj, vive di lavoretti occasionali e deve fare i conti con la sua omosessualità; Nour studia informatica e ha già il futuro pensato e scritto da altri per lei. Le tre donne vivono assieme nella stessa casa e dividono le loro diverse esperienze, sostenendosi come solo i veri amici sanno fare. Soprattutto nelle difficoltà, che non mancheranno di certo.

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Libere disobbedienti innamorate è un film sulla libertà, l’emancipazione e l’amore. Ed è un film che si nutre della voglia riscatto di una generazione che non riesce più a fare i conti con i codici di una società ottusa e maschilista. “Ho cercato di raccontare il complicato dualismo della loro quotidianità, stretto tra la tradizione da cui provengono e la sregolatezza della metropoli in cui abitano – ha spiegato la regista Maysaloun Hamud, al suo primo lungometraggio – e il prezzo che devono pagare per una condizione che normalmente può apparire scontata: la libertà di lavorare, fare festa, scopare o solo semplicemente scegliere”.

Non deve essere facile neppure essere regista, donna, araba e riuscire a far sentire la propria voce. Ma Maysaloun Hamud con il suo Libere disobbedienti innamorate è riuscita a farla arrivare questa voce, permettendo di superare una serie di pregiudizi sullo stile di vita delle donne arabe in Israele. Il film non può essere ascritto al cinema stile Sex and the City, anche se i riferimenti di genere non mancano. Anzi, in alcuni momenti sono addirittura smaccati. Ma il tocco sensibile della regista riesce a portare qualcosa di più, conferendo al prodotto note drammatiche impossibile da raggiungere per la maggior parte dei prodotti commerciali statunitensi.

Recitato con passione da tre giovani attrici brave e intense, girato con piglio e sensibilità e con una colonna sonora straordinaria, Libere disobbedienti innamorate è un film importante per tanti aspetti. E perderlo equivarrebbe a perdere un’occasione per crescere.

Il balcone di Antonella

Il balcone della casa dei nonni correva lungo il soggiorno e il salotto. La nonna diceva che dal balcone si vedeva il fiume. In realtà dovevi sporgerti dalla parte più estrema e, nelle giornate limpide sperare d’intravederne la sagoma dell’ansa. Dal balcone della casa dei nonni si vedevano invece i balconi del palazzo di fronte, quello che di fatto impediva di vedere il fiume. E, tra i tanti, anche quello dove abitava Antonella.
Antonella aveva un anno più di me ed era la mia ragazza. Ci eravamo conosciuti giocando nel parchetto sotto casa e lei quando schettinavamo insieme mi teneva stretta la mano. Poi, le sere d’estate, dopocena uscivamo in balcone e ci raccontavamo cose. Mi piaceva, aveva i capelli scuri che scendevano alle spalle, due occhi grandi e una voce profonda che la faceva sembrare una donna vissuta. Aveva 12 anni e frequentava la prima media. Io ancora le elementari. Per due anni anni abbiamo giocato insieme, inverno e estate, tanto che la nonna quando mi lavava la faccia la mattina mi diceva che ci saremmo sposati. Facevo fatica a rispondere con sapone sul viso, scuotevo la testa, cercando di negare , ma dentro mi sentivo grande e orgoglioso di avere una ragazza più vecchia di me che mi avrebbe sposato. Un giorno.

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Poi arrivarono le giostre. Era maggio, i carrozzoni come ogni anno avevano occupato lo spazio di fianco al palazzo delle esposizioni, quello dove un tempo gli agricoltori del territorio si trovavano a chiudere affari, e il profumo di krapfen e croccante riusciva a coprire quello dei tigli.  L’arrivo delle giostre era il Natale della primavera: un sacco di attese, speranze, eccitazione. Mi piacevano la Spagnola e la Carrera: la prima era il busto di una baiadera e tu eri dentro la sua grande gonna che veniva scossa come in un languido flamenco. La seconda era una pista di macchine, poco più di un semplice 8, in cui l’odore di benzina, gomme bruciate e cordite ti dava l’impressione di essere un pilota di Formula uno. La mamma di Antonella ci accompagna un sabato sera e io già mi vedevo guidare spavaldo con a fianco la mia donna più grande sulla Carrera. Ma appena arrivati, lei propone il nuovissimo tunnel degli orrori.

Allora, dovete sapere che nella mia classe di prima media eravamo quindici provenienti dalle scuole elementari e altri quindici ripetenti, alcuni pluriennali. La scuola aveva organizzato le cose per bene e mantenuto la divisione sociale proprio come i tempi la rappresentavano: il meglio (che oggi è tutto da discutere cose fosse meglio o peggio) nelle prime sezioni. La feccia, i paria, i reietti, i figli delle nuove classi in ascesa, quelli che vent’anni dopo sarebbero diventati leghisti, che avrebbero preso il potere e non avrebbero saputo che farsene, tutti raggruppati nella seconda parte dell’alfabeto. La mia classe di prima media era la prima M, nella seconda parte dell’alfabeto scolastico, tutta rigorosamente maschile. Che a pensarci oggi sembra di leggere le cronache del medioevo: al piano terra i maschi, al primo piano le femmine. Intervallo a metà mattina sfalsato di dieci minuti, uscita contemporanea: cioè praticamente una tortura per gli ormoni e per fantasie non ancora alimentate dal porno libero.
Nella prima M il capo era Pulvirenti. Nel giro di sei anni sarebbe diventato campione italiano dei pesi leggeri e quattro anni dopo il titolo avrebbe scontato due anni in carcere per percosse a un pubblico ufficiale. Per noi all’epoca era Dio.
Alla sua destra Zampogni: un metro e ottanta per ottanta chili. Un orco buono dalla faccia paffuta di dodicenne, ma pur sempre orco. Non avrebbe fatto male a nessuno e non credo lo abbia mai fatto in tutta la sua vita, ma averlo dalla propria parte rappresentava il potere acquisito.
Alla sua sinistra Viganelli, segaligno, con un ciuffo sempre a coprirgli metà viso e un fare untuoso. Ci aveva provato con una supplente poco più che ventenne, facendola diventare rossa e costringendola ad andare dal preside a riferire l’accaduto. Da quel momento era assunto a fianco del capo. Alla fine delle medie avrebbe smesso di studiare e sarebbe andato a lavorare alla Centrale del Latte della città. Ancora oggi quando ci incontriamo, mi saluta dal camion e mi chiede della mia vita sessuale. In realtà fa solamente un gesto con la mano sinistra fuori dal finestrino, ma la sintesi è sempre stata una delle sue qualità. Sotto la triade, tutti n7f36aebdb7bd3cc905ae30d69383389eoi altri.

Su consiglio di Pulvirenti, Zampogni e Viganelli erano andati in quei giorni al cinema a vedere L’esorcista. Il film, horror epocale attorno al quale erano sorte storie mitiche (si narrava di svenimenti, di persone che lasciavano anzitempo la sala terrorizzate, di interventi della Croce Rossa durante la proiezione), era l’oggetto del desiderio per chiunque. Soprattuto per noi che non avevamo ancora l’età per poterci entrare in quella sala. Zampogni e Viganelli millantarono la maggiore età e riuscirono ad entrare. La mattina seguente trascorsero ogni singolo minuto della giornata a raccontare il film in ogni minimo particolare. A distanza di anni, devo ammettere, che il racconto fosse effettivamente vivido, le immagini forti catturarono l’immaginazione e loro seppero trasmettercela con la stessa intensità. All’epoca mi ricordo che mi bevvi il racconto a bocca aperta e poi a casa, solo nel letto, la notte mi proiettai il mio film mille e mille volte. Linda Blair viveva al mio fianco, la sua faccia sì trasfigurava non appena chiudevo gli occhi, i crocifissi di casa si animavano, fiotti di vomito verde allagavano le lenzuola. Un incubo. Notti insonni e adolescenza minata alla base ancora prima di iniziare.
Quella primavera tra le luci e i suoni delle giostre, il terrore di riattivare ogni paura combattuta strenuamente, notte dopo notte, nei mesi precedenti entrando in quel Tunnel si palesò davanti a me. La mia ragazza voleva dividere i suoi primi brividi con me, mentre io non avrei voluto mai più conoscere la paura di trovarmi solo con le mie paure. Il baraccone con le macchinine in fila pronte a immergersi nel buio era il davanti a noi. Antonella fremeva, io pure anche se per sentimenti diversi. Luci, suoni, grida, una risata stridula. La figura di un vampiro pronto ad accoglierti nel suo antro. No, il vampiro no. Non l’avrei retto.

L’estate all’epoca cominciava con la partenza per la Liguria verso l’albergo dove avremmo passato tre settimane. Una pensioncina tranquilla a pochi metri da un corso d’acqua perennemente asciutto e comunque non distante dal mare. Tra gli ospiti dell’albergo quell’anno arrivò una famiglia torinese composta da due genitori anziani e il figlio trentenne, Umberto. Non essendoci altri della sua età e non essendo lui particolarmente brillante (pensandoci ora il ragazzo doveva avere non pochi problemi), Umberto giocava con noi. Era il nostro capo grande, il genitore che avremmo voluto partecipasse ma non c’era mai. Una sera andò al cinema e la sera seguente ci raccontò quello che aveva visto. La storia era quella di un uomo che viveva in una bara durante il giorno e la notte usciva per andare a succhiare il sangue a giovani donne. Si chiamava Dracula e raccontandolo, al primo buio della sera, si preoccupava anche di interpretarne le parti. Tanto che al culmine del racconto riuscì a infilarsi in bocca una finta dentiera con i famosi canini appuntiti e spaventarci tutti. Se non sono morto quella volta, poco ci è mancato. Ho sperato morisse Umberto, invece, ma non accadde. In compenso due anni più tardi la compagnia di giovani con i quali Umberto aveva cominciato ad uscire, gli fece uno scherzo crudele: inscenarono un finto rapimento con tanto di riscatto e intervento della polizia. Al momento del rilascio davanti l’entrata dell’hotel, lo trovai piangente e con i calzoni tutti bagnati dal piscio. La memoria andò al quel cazzo di Dracula che mi levò il sonno per settimane e non riuscì ad avere pietà e risi di lui insieme a tutti gli altri che di quello scherzo ne erano stati i fautori.
La fila per il biglietto d’entrata scorreva verso il volto di Dracula, quello indemoniato di Linda Blair, il buio, le urla, il piscio nei pantaloni. Antonella che mi tiene la mano e io… io che la lascio e scappo.
Oggi Antonella vive con la sua compagna e mi pare abbiano anche una bimba, Zampogni ha aperto una pizzeria, la domenica va a vedere il Milan e fino a qualche anno fa trascorreva le partite spalle alla porta guidando i cori degli ultras. La casa di mia nonna è stata venduta. Io non ho ancora visto L’esorcista.

Silence

640-opener-silence-1Fede e dubbio che teoricamente non dovrebbero coesistere, essendo una la contraddizione dell’altro, nella realtà convivono da sempre, alimentando un conflitto interiore. Conflitto lenito parzialmente solo dalla contemplazione filosofica. E l’instillazione del dubbio – quello più crudele e cruento – è ciò che le inquisizioni praticano per scardinare la fede e portare all’abiura. “Silence è ambientato nel 1643 – racconta il regista Martin Scorsese – Gli avvenimenti principali si svolgono tra il 1640 e il 1641, agli inizi del periodo Edo. I primi missionari erano arrivati in Giappone almeno 100 anni prima. E il primo missionario cristiano fu Francesco Saverio, uno dei fondatori dell’ordine dei Gesuiti, in un’epoca di grande instabilità politica. Era il periodo Sengoku e i vari feudatari combattevano l’uno contro l’altro per il controllo della nazione. L’attività dei missionari era strettamente legata all’apertura dei rapporti commerciali  con l’occidente e per questo nacquero conflitti tra religiosi appartenenti a ordini diversi e provenienti dai paesi europei. Per decenni i missionari furono tollerati in Giappone, ma con affermarsi del periodo Tokugawa, lo shugonato iniziò a consolidare e unificare il Giappone, così i missionari vennero percepiti come una minaccia”.
In questo panorama storico-politico assistiamo alla partenza di due giovani padri gesuiti che dal Portogallo decidono di sfidare i pericoli e raggiungere il Giappone per mettersi alla ricerca del loro maestro e mentore padre Ferreira. Durante la persecuzione i Cristiani furono costretti rinnegare il loro credo o essere condannati a torture terribili e padre Ferreira pare abbia effettivamente abiurato, abbracciato la fede buddista e sposato una donna. Padre Rodrigues e padre Garupe non possono credere a questo e vogliono ritrovare padre Ferreira per assicurarsi che così non sia. Il viaggio li porta in paese misterioso, indecifrabile, terrorizzato da una inquisizione spietata e decisa a sradicare ogni minimo segno di cristianità, ma soprattutto li porterà a confrontarsi con i loro dubbi e le loro debolezze. Perché di fronte a una violenza del genere diventa difficile non barcollare e smettere di credere che un dio misericordioso possa esistere davvero.
1-2Silence è un film rigoroso e cerebrale costruito su un continuo confronto tra trascendenza e carnalità in cui l’uomo finisce per dimostrare la propria fragilità. E Scorsese, pur non al suo meglio (come accade ogni qual volta affronta direttamente l’argomento religioso), riesce comunque a dipingere un ritratto storico sontuoso, purtroppo non sorretto da un gruppo di attori all’altezza. Principalmente Andrew Garfield (Amazing Spider Man) che risponde sì fisicamente alle esigenze del regista, senza però accompagnare il talento recitativo al corpo.

Sausage Party

Seth Rogen ha fatto dell’irriverenza la sua cifra stilistica. Lo sappiamo praticamente da sempre. Nelle mani di registi più misurati come Judd Apatow (40 anni vergine) la sua forza dirompente è riuscita ad essere incanalata nella caratterizzazione brillante, se lasciato da solo Rogen invece sbraca. Lo sberleffo prende il posto della recitazione e la provocazione quello della scrittura. Perde la misura, esagera, come farebbe un bambino lasciato solo in casa con a disposizione dolcì e patatine. Certo, nel breve ci si diverte un sacco. Alla lunga però viene la nausea. La comicità di Rogen e amici a me fa questo effetto, tanto che il fastidio viene a prevalere, cancellando tutto il  buono che si sarebbe potuto trovare. Sausage Party è il frutto perfetto di questa filosofia comica: una buona idea iniziale (non originalissima), qualche trovata intelligente nel percorso sempre più fiacco e un delirio finale da far impallidire la festa di Animal House di John Landis.

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Frank è una salsiccia. Vive dentro la sua bella confezione da otto insieme agli amici e sogna di visiere il suo rapporto d’amore con Brenda, un morbido panino da hot dog della confezione accanto. Entrambi abitano gli scaffali del supermercato Shopwell’s e sognano di essere acquistati dagli umani per entrare nel Grande Aldilà, il paradiso di tutti i prodotti. Ma un giorno la verità verrà svelata da un barattolo di mostarda acquistato per sbaglio e riportato al supermercato: il Grande Aldilà non esiste e gli umani i cibi li divorano dopo averli sottoposti a sminuzzamenti, fritture e bolliture. La verità è difficile da far accettare ma Frank, Brenda e un manipolo di altri amici (un lavash alal, un bagel e una piccantissima tacos) cercheranno di convincere tutti gli altri mostrando loro la verità.
Giocato su un solo piano di lettura – quello del doppio senso spinto – Sausage Party è un’avventura che risente troppo delle sostanze psicotrope assunte probabilmente dagli autori: solo in questo modo si possono spiegare alcuni passaggi della storia, senza dover chiamare il reparto psichiatrico più vicino. A parte lo scherzo, il film scritto da Seth Rogen, diretto da Vernon e Tiernan, è una divertita, folle, commedia sboccata e maleducata che purtroppo non ha nella grevità il suo lato peggiore, quanto piuttosto nell’inconsistenza di una storia che si basa semplicemente su intuizioni, spunti, folgorazioni e provocazioni. Mai su un corpo unico.