Un profilo per due

Il cinema è sempre più attento alle tematiche della terza età: sarà perché il pubblico sta alzando la media, o perché il filone giovanilista sta finendo la sua spinta propulsiva partita negli anni Ottanta. Forse pensandoci bene, quelli che in quegli anni erano ancora giovani ora sono diventati più âgée e di conseguenza sono gli stessi con occhi diversi. Insomma, sarà quel che sarà, sta di fatto che il canuto piace, in qualsiasi salsa tu lo metta. Ci deve aver pensato anche Stephane Robelin, regista francese di E se vivessimo tutti insieme?, che dopo aver raccontato la comune di anziani ha scelto ancora un ottantenne come protagonista della sua ultima commedia, Un profilo per due.
“Sento un legame con gli anziani – ha affermato Robelin – Mi piace immaginare quali siano le loro storie. Quando si invecchia tutto diventa più complicato. Si attraversa una nuova fase della vita, si cercano soluzioni e si combattono nuove battaglie. Per me la definizione di eroe è qualcuno che combatte e accetta un certo numero di cambiamenti nella propria esistenza”.

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E a Pierre, ottantenne, il cambiamento arriva attraverso un computer regalatogli dalla figlia per cercare di stimolare la sua curiosità e farlo uscire dall’apatia in cui era caduto dopo la morte della moglie. Per imparare a usare il computer viene assoldato Alex, trentenne disoccupato compagno della nipote. A Pierre, affascinato ancora dal precedente fidanzato della ragazza, viene nascosto il legame e Alex fatica non poco a vincere le diffidenze dell’anziano. Una volta scoperto come muoversi sul pc, Pierre si getta con entusiasmo in un sito di appuntamenti on line e qui, grazie anche alla sua gentilezza d’altri tempi, conquista il cuore di una giovane belga che gli chiede un appuntamento. A questo punto Pierre dovrà convincere Alex a presentarsi a suo posto e recitare la sua parte.
Variazione sul tema di Cyrano di Bergerac, Un profilo per due è una commedia divertente e garbata come i suoi interpreti Pierre Richard (La capra, successo francese degli anni Ottanta) e Yaniss Lespert (Cena tra amici) che duettano piacevolmente senza mai pestarsi i piedi.Tra loro la splendida presenza in bianco e nero di Macha Meril. Certo, il film non brilla per originalità, ma mantenere lo stile senza mai cadere nel becero (anche quando certe situazioni lo farebbero temere), non è cosa da poco.

Winter Brothers

È l’opera prima dell’islandese Hlynur Pálmason ad aprire la corsa al Pardo d’Oro della 70esima edizione del festival di Locarno. Ma Winter Brothers è qualcosa di più di un semplice film d’esordio perché il regista decide di spiazzare lo spettatore mescolando tempi e punti di vista narrativi, di sovrapporre la realtà al delirio e di rappresentare una drammatica storia scevra d’amore con qualche nota di humor nero. Insomma, il poco più che trentenne Pálmason azzarda un all in che lascia ben sperare per il futuro.Emil lavora col fratello maggiore Joahn in una fabbrica di calcare sperduta nel freddo danese: spaccano pietre in cunicoli bui per gettarle tra i denti d’acciaio di un rotore gigante. Ogni giorno, per tutto il giorno. Alla fine della giornata i due tornano nelle loro case di cantiere il primo a distillare un beverone prodotto con delle sostanze chimiche rubate in fabbrica, il secondo tra le braccia della sua ragazza. Dei due è Emil il più disadattato: solitario e introverso coltiva il sogno semplice di avere “amore e sesso, come tutti”, dice; invece si troverà odiato e licenziato dal posto di lavoro perché il suo distillato ha causato la morte di un suo compagno. Come reagirà alla cosa?

Winter Brothers non è un film facile, sia per l’assenza di colonna sonora musicale (anche se il sonoro tutto fatto di rumori industriali e naturali è una delle cose più affascinanti del film), sia per la manifesta volontà di essere anti consolatorio. Per il suo esordio Palmason sceglie la sua faccia più sgradevole e ruvida decidendo di riempirci di dubbi e non fornendo risposte. Il finale aperto e la mancanza di linearità della narrazione ci lasciano così sospesi tra i ghiacci, il freddo, lo squallore e la solitudine totale di un mondo in cui anche due fratelli, per riuscire ad avere un contatto umano tra loro, devono finire a picchiarsi a morte.

Il segreto

Le storie d’amore hanno spesso il limite di essere, appunto, storie d’amore. Storie cioè che inevitabilmente, inesorabilmente, finiscono per mettere in scena tutto quello che ti aspetti da una storia di questo tipo. E riuscendo raramente a stupirti, a sorprenderti. Come nel caso de Il segreto, dove un buon regista come Jim Sheridan (Nel nome del padre, il mio piede sinistro, In America) è caduto nella stessa trappola retorica di tanti altri suo colleghi che, obnubilati da un romanticismo di maniera, e forse un po’ senile, perdono per strada storia, ritmo, credibilità e, alla fine, spettatori.

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Il segreto, tratto dal romanzo di Sebastian Barry, racconta la storia di Rose, un’anziana ospite di un ospedale psichiatrico in fase di chiusura per essere trasformato in una lussuosa spa. Rose in quell’ospedale vi è finita da giovane e, a quanto sostiene, accusata ingiustamente dal parroco di omicidio del proprio bambino. Nell’ospedale vien mandato il dottor Stephen Grene per riesaminare il caso della donna e convincerla ad accettare il trasferimento a un’altra struttura. Conoscendo Rose e ascoltandola, Grene scoprirà che dietro una vicenda drammatica e tragica in realtà si nasconde una storia ancora più grande e che interesserà anche lui.

“E’ un romanzo incredibilmente lirico, più in linea con un’opera di Samuel Beckett che con una sceneggiatura cinematografica – sostiene Jim Sheridan – La sfida è stata tradurre in immagini sullo schermo una storia che nel libro si svolge nella mente della protagonista”.

Narrato su due piani narrativi temporali – il 1942 e oggi – Il segreto è un film nato vecchio che, malgrado le intenzioni di regista e sceneggiatore (l’irlandese Johnny Ferguson) non riesce a scrollarsi di dosso il peso letterario della vicenda e imprimere al racconto cinematografico un ritmo che permetta di prenderne le distanze. La difficoltà di uscire dalla mente della protagonista (una sempre brava Vanessa Redgrave che, però, non aveva bisogno di una prova del genere per affermare il proprio talento) e rendere plausibile un racconto frammentario in cui realtà e fantasia diventano una sola cosa sono state risolte in modo elementare – flashback, voce fuori campo – e, soprattutto, finendo per dare al film un sapore di stantio, come certe caramelle che solo una nonna potrebbe rifilare al nipote.

Mal di pietre

Non è una novità che l’amore sia principalmente un fatto di testa. E Gabrielle non fa eccezione. Solo che nella sua testa l’amore brucia e si nutre della sua stessa carne. Siamo negli anni Cinquanta, nella campagna francese, e Gabrielle è figlia di una famiglia di agiati fattori. Divisa tra la voglia di fuggire e quella di vivere nella sua terra, la donna passa le giornate a immaginarsi amori grandi e assoluti che però condivide solo e soltanto con la sua fantasia. I genitori, preoccupati degli atteggiamenti sfrontati della figlia, decidono di darla in moglie a Jose, un onesto profugo spagnolo che lavora le loro terre: Gabrielle viene letteralmente venduta per denaro e un pezzo di terra. Il matrimonio viene vissuto da entrambi come un normale contratto e nel pieno rispetto delle regole. Quando però la donna andrà alle terme svizzere a curare il suo mal di pietre (dei calcoli renali), li troverà il vero amore: Andrè Sauvage, un affascinante tenente reduce della guerra d’Indocina debole e malato. I due vivranno una breve, intensissima, storia d’amore – una di quelle sognate da sempre da Gabrielle – e quando lei sarà dimessa perché guarita, trascorrerà il resto dei suoi giorni ad attendere l’amore promesso da Andrè al momento della partenza. Solo anni dopo, però, si scoprirà la realtà.

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“Gabrielle vive al crocevia tra un mondo all’antica e un periodo di grandi speranze e libertà – racconta la regista Nicole Garcia (L’avversario e Quello che gli uomini non dicono) – M’interessano i personaggi femminili che possiedono questa dimensione poetica così entusiasmante e vibrante. C’è qualcosa nella pazzia delle donne che mi affascina, sopratutto quando vi è in loro una sorta di fragilità, oltre che il potenziale perché essa possa sgorgare fuori, sebbene a volte si rischi la catastrofe”.
Mal di pietre, tratto dal romanzo di Milena Agus (vero e proprio caso letterario prima francese e poi italiano con oltre 150 mila copie vendute), è un melò tradizionale che ha nella sua collocazione temporale – gli anni Cinquanta appunto – la parte più interessante, dal punto di vista narrativo: anni di trasformazioni, rivoluzioni che sarebbero venute da li a poco e che la protagonista vive metaforicamente sulla sua pelle. Per il resto, il racconto fila come nella più classica delle strutture di genere. Marion Cotillard interpreta un personaggio nelle sue corde, non aggiungendo nulla più a una carriera già ben affermata, così come Louis Garrel si limita a far recitare il pallore e il languore del suo personaggio. La sorpresa è invece Alex Brendemuhl, intenso e dolorosamente dignitoso nella parte di chi la storia solo apparentemente è destinato a subirla.

LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE (IN BETWEEN)

Non è facile essere donne. Non è facile essere giovani donne arabe a Tel Aviv oggi. Ma Laila, Salma e Nour lo sono e devono fare i conti oltre con le stesse inevitabili debolezze e insicurezze dell’età, anche con i pregiudizi di tutto un mondo altro da loro. Laila è una giovane avvocatessa che, di notte, smesso il serioso tailleur si lascia andare a respirare la vita; Salma fa la dj, vive di lavoretti occasionali e deve fare i conti con la sua omosessualità; Nour studia informatica e ha già il futuro pensato e scritto da altri per lei. Le tre donne vivono assieme nella stessa casa e dividono le loro diverse esperienze, sostenendosi come solo i veri amici sanno fare. Soprattutto nelle difficoltà, che non mancheranno di certo.

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Libere disobbedienti innamorate è un film sulla libertà, l’emancipazione e l’amore. Ed è un film che si nutre della voglia riscatto di una generazione che non riesce più a fare i conti con i codici di una società ottusa e maschilista. “Ho cercato di raccontare il complicato dualismo della loro quotidianità, stretto tra la tradizione da cui provengono e la sregolatezza della metropoli in cui abitano – ha spiegato la regista Maysaloun Hamud, al suo primo lungometraggio – e il prezzo che devono pagare per una condizione che normalmente può apparire scontata: la libertà di lavorare, fare festa, scopare o solo semplicemente scegliere”.

Non deve essere facile neppure essere regista, donna, araba e riuscire a far sentire la propria voce. Ma Maysaloun Hamud con il suo Libere disobbedienti innamorate è riuscita a farla arrivare questa voce, permettendo di superare una serie di pregiudizi sullo stile di vita delle donne arabe in Israele. Il film non può essere ascritto al cinema stile Sex and the City, anche se i riferimenti di genere non mancano. Anzi, in alcuni momenti sono addirittura smaccati. Ma il tocco sensibile della regista riesce a portare qualcosa di più, conferendo al prodotto note drammatiche impossibile da raggiungere per la maggior parte dei prodotti commerciali statunitensi.

Recitato con passione da tre giovani attrici brave e intense, girato con piglio e sensibilità e con una colonna sonora straordinaria, Libere disobbedienti innamorate è un film importante per tanti aspetti. E perderlo equivarrebbe a perdere un’occasione per crescere.