Dogman

Ogni azione che compiamo, ogni sì o no che diciamo, ogni nostra scelta anche la più apparentemente innocua ha una ripercussione sugli altri. L’uomo vive in un domino infinito dove ogni suo movimento è frutto di un movimento precedente e causa di uno immediatamente successivo. Così nessuno può dichiararsi innocente, tutti abbiamo un senso, una ragione d’essere, una responsabilità.

Marcello vive alla periferia di Roma, gestisce un piccolo e scalcinato negozio di toelettatura per cani, ha un matrimonio fallito alle spalle e una figlia, Alida, che adora. Marcello è un buono, uno contento di arrivare secondo a un concorso e riconoscere che quello che lo ha preceduto era effettivamente migliore di lui. È un uomo mite, capace di destreggiarsi in un mondo troppo violento, crudele e sopraffattore grazie a uno sguardo dolce e alla fiducia nel prossimo. Ma la fiducia, si sa, è un bene fragile.

Marcello si fida di Simone, un ex pugile cocainomane che nel quartiere scorrazza indisturbato, e lo asseconda: un po’ per paura di contraddirlo, un po’ perché veramente lo considera suo amico. O almeno lo spera. Marcello è abituato a trattare con i cani e quelli sono riconoscenti. Simone no. L’uomo lo sfrutta, lo blandisce, lo vessa in tutti i modi e quando lo convince a tradire gli altri amici del quartiere organizzando un furto al Compro Oro confinante il suo negozio, Marcello capisce che la misura è colma. Si assume la colpa del furto, finisce in carcere e, uscito, medita la sua vendetta. Che più che tale è il tentativo di una rivalsa, un riscatto anche agli occhi del quartiere che dopo il fatto lo aveva allontanato e bandito. Ma anche questo finisce per rivelarsi un’illusione.

L’ultimo film di Matteo Garrone Dogman è un capolavoro del nostro cinema che conferma la grandezza di un regista capace di mantenere sempre sempre alto il livello del suo lavoro. Il segno dell’autore è sempre ben riconoscibile, sia nella scelta di un paesaggio urbano diviso tra la periferia più squallida e natura vitale e selvaggia, sia nei rapporti umani descritti in modo accurato e mai banale. Sia soprattutto nelle scelta degli attori, volti che raccontano una storia nei loro tratti somatici e sono a loro volta un altro film nel film: Marcello, interpretato da Marcello Fonte (Io sono tempesta), ritratto della dignità semplice di un’Italia del passato, e Simone, un Edoardo Pesce (Romanzo criminale in tv) irriconoscibile nel trucco, corpo prepotente e arrogante simbolo dell’Italia dei nostri giorni.

Dogman è un film indispensabile, capace di fondere poesia e violenza (una per tutte la scena in cui i cani assistono attoniti alla crudeltà umana) con un equilibrio, una grazia e un talento unici nelcinema mondiale.

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Cosa dirà la gente

Che si chiami Sana o Hina, come la cronaca ci ha tristemente insegnato, oppure Nisha, come la protagonista del film, purtroppo la fine della storia è nota: ragazze vittime della violenza e delle tradizioni di una cultura capace di sacrificare l’amore di una figlia sull’altare dell’orgoglio.

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La storia di Cosa dirà la gente è la più personale alla quale abbia mai lavorato – ha raccontato la regista pakistana Iram Haq – A quattordici anni sono stata rapita dai miei genitori e costretta a vivere per un anno e mezzo in Pakistan. Ho aspettato di sentirmi pronta come regista e come persona per raccontare la vicenda in modo equilibrato. Il che significava cercare di raccontarla evitando di mostrare la protagonista solo come vittima e i genitori solo come oppressori. Volevo raccontare una storia d’amore impossibile tra due genitori e la loro figlia”.

La storia è quella di Nisha, sedici anni pakistana di origini, ma norvegese per cultura. La famiglia infatti da anni vive a Oslo dove gestisce con fortuna una piccola attività commerciale. Nisha, mezzana di tre figli, cerca di abitare le due realtà così diverse tra loro nel migliore dei modi: da un lato vive la vita di un’adolescente come tante, dall’altro quello della perfetta figlia di pakistani osservanti della cultura e della tradizione del proprio popolo. La ragazza si divide tra i due mondi, finché una sera il padre la scopre in camera con il proprio ragazzo norvegese, per di più: da quel momento la vita di Nisha non sarà più la stessa. La reazione della famiglia sarà quella di spedire la ragazza a casa di parenti in Pakistan per imparare la tradizione e tornare ad essere una donna nuova. Ma anche laggiù non sarà lo stesso facile.

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Cosa dirà la gente è un’espressione molto nota ai pachistani e usata frequentemente nelle famiglie e negli ambienti in cui la tradizione e l’onore rappresentano valori importanti – racconta ancora la regista – Ed è proprio questa ossessione per l’opinione della gente l’elemento di cui voglio liberarmi, sradicandola una volta per sempre”.

Essere genitore non è mai semplice, così come essere figlio non è un gioco da dilettanti. Quando poi la recita viene rappresentata in un mondo tutto lacciuoli e catene il dramma è sempre dietro l’angolo. Iram Haq è brava a rappresentare le debolezze dei protagonisti, i conflitti interiori, le paure, i timori che ogni genitore ha per il proprio figlio e che in un contesto del genere vengono amplificati a dismisura. Ma soprattutto Haq è brava a tenere alta la tensione drammatica, regalando a Cosa dirà la gente momenti tesissimi interpretati magnificamente dalla giovane Maria Mozhdah, interprete di una Nisha caparbia, tenace e mai doma, e da Adil Hussain (Vita di Pi), il padre Mirza, vittima e ostaggio di una cultura e di tradizioni più grandi di lui.

Doppio amore

In un modo o nell’altro il tema del doppio torna spesso nel cinema di Ozon. Pensiamo solamente ai più recenti Nella casa, Giovane e bella e Una nuova amica, l’essere uno ma anche altro piace al regista francese: il doppio come altro da sé e dal quale essere attratti e terrorizzati allo stesso tempo.fotob_12062.jpg

Chloè ha venticinque anni, è bella, sola e soffre di un mal di stomaco di origini psicosomatiche, dice lei. Frutto probabilmente di un rapporto mal vissuto con la madre, racconta la ragazza al professor Paul Meyer, lo psicologo al quale chiede aiuto. Ma seduta dopo seduta tra i due scoppia l’attrazione e poi l’amore. Così, mandando a monte ogni etica professionale, Meyer decide di andare a vivere con Chloè che nel frattempo pare guarita dalla terapia. Ma la convivenza con il dottore presto si rivela meno semplice del previsto perché l’uomo nasconde un segreto e neanche uno qualunque: esiste infatti un altro Meyer, gemello di Paul, Louis, che pare la versione in negativo del primo. Conosciuto Louis, Chloè decide di intraprendere una relazione anche con lui così da completare l’immagine dell’uomo che ama. Ma questa via nasconderà a sua volta insidie e misteri che faranno precipitare la ragazza in un vero e proprio incubo.

Francoise Ozon con L’amant double decide di giocare con il cinema mascherandosi di volta in volta da Cronenberg (Gemelli e Brood), Polanski (Rosmary’s Baby), De Palma (Sorelle) e immancabilmente Hitchcock (Vertigo e Marnie), ma rimanendo innegabilmente Ozon. Il film, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates Lives of the twins, è un raffinato esercizio di stile, abbastanza fine a se stesso, che deve aver divertito tantissimo il regista mentre lo realizzava. Dentro c’è tutto il suo cinema e il cinema che ama e ha amato. C’è commedia, c’è dramma, horror, eros e mistero. E dentro c’è la giovane attrice Marine Vacth, da lui scoperta in Giovane e Bella, e Jacqueline Bisset vero e proprio monumento alla bellezza francese. Purtroppo dentro L’amant double c’è troppo, tanto da sopprimere anche il buono che nel film c’è. E allora è forse questo che ci vuole dire il regista con il suo epilogo: dentro di noi ci sono tanti altri da noi che vorrebbero uscire, ma che spesso finiscono per essere cannibalizzati e spariscono, lasciando un senso di incompiuto ad aleggiare nell’aria.

I segreti di Wind River

Wyoming. Le montagne sono un blocco di ghiaccio perenne, la neve è alta, l’aria talmente rarefatta che solo a respirarla ti bruci i polmoni. In questo scenario, una notte, vediamo una ragazza correre nuda e disperata alla ricerca di una salvezza impossibile. Poi la vediamo cadere a terra stremata e lì morire.
Sarà Cory Lambert, poliziotto di frontiera diventato cacciatore di prede di montagna dopo un dolore immenso, a trovare la ragazza durante una battuta di caccia. E’ il corpo della figlia di un suo amico, un nativo indiano residente nella riserva di Wind River: un altro dolore a incrinare il cuore dell’uomo, un’altra vendetta da portare a termine. E insieme alla giovane agente dell’FBI, Jane Banner, Lambert cercherà di riportare giustizia nelle riserva indiana, un luogo dove non esiste più la legge, ma solo la violenza dell’uomo e lo spietato scorrere della natura.

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I segreti di Wind River esplora forse l’aspetto più tangibile della frontiera americana e il più grande fallimento dell’America: la riserva dei nativi americani – spiega il regista Taylor Sheridan (al debutto alla macchina da presa dopo aver scritto le sceneggiature di Sicario e Hell or High Water). – È un luogo brutale, dove il paesaggio stesso è un antagonista. È un luogo in cui la tossicodipendenza e gli omicidi uccidono più del cancro, e lo stupro è considerato un rito di passaggio per le ragazze per diventare donne. È un luogo in cui le leggi dello Stato lasciano spazio alle leggi della natura. Nessun posto in Nord America è rimasto così invariato nel secolo scorso e nessun posto in America ha sofferto tanto dei cambiamenti che vi hanno avuto luogo”.
E’ bravo Taylor Sheridan e non solo a scrivere storie. I segreti di Wind River è allo stesso tempo un noir, un thriller e un western senza però essere nessun genere in particolare. Del primo prende l’anima nera dei personaggi, i dolori che li lacerano e un senso di amoralità che lascia basiti e dal thriller il ritmo (riletto secondo i tempi dello stesso regista, ben lontani da quelli adrenalinici di un certo cinema statunitense e più vicini al gusto europeo). Dal western, invece, prende un pò tutto: dall’eroe solitario, dalla giovane donna che arriva in città sperduta e spiazzata, ai cattivi che nel duello finale la pagano sempre.
“Mentre negli Stati Uniti esistono statistiche sulle persone scomparse di ogni gruppo demografico, non ve ne è alcuna riguardo le donne native americane”, recita il messaggio finale sui titoli di coda. Bene, I segreti di Wind River riporta un pò di giustizia dove lo Stato pare essersi dimenticato dei suoi cittadini.

Tonya

La storia di Tonya Harding, prima pattinatrice americana a distinguersi durante i campionati nazionali statunitensi del 1991, per l’esecuzione perfetta di un triplo axel e, successivamente, coinvolta in uno dei più grandi scandali sportivi nella storia degli Stati Uniti, era già tuta scritta dalla vita e sembra strano che nessuno abbia pensato fino ad oggi di ricavarne un film. Lo ha fatto l’australiano Craig Gillespie (Lars e una ragazza tutta sua) raccontando la storia, ma anche le bugie, di una vicenda che come spesso accade, ha tanti punti di vista.

Quello che noi conosciamo è lo stesso di Tonya che, volto dritto e fiero alla cinepresa, ci racconta la sua versione che, come lei stessa ammette, potrebbe non essere proprio quello che realmente accadde. Tonya viene cresciuta da una madre senza scrupoli (Allison Janney, premio Oscar per la miglior interpretazione non protagonista) che sin da piccola investe tutte le energie per costruire una futura campionessa di pattinaggio. E Tonya ci riesce. Anno dopo anno miete un successo dopo l’altro, disegnando parabole assurde e al limite del possibile, perché Tonya è tutto quello che non ti aspetti da una pattinatrice: sfacciata, energica, rozza ma grandissima atleta.

Quella che la distingue è la rabbia, la ferocia per la conquista di una vittoria che la madre le ha inculcato fin dalle prime scivolate sul ghiaccio. Una rabbia che viene alimentata dalla vita privata. Giovanissima la ragazza si sposa con Jeff Gillooly, un inetto balordo e violento, che di fatto la porterà alla rovina (almeno a quanto racconta lei). Anni dopo sarà infatti Gillooly, che nel frattempo è diventato ex marito, a organizzare l’aggressione della rivale di Tonya, Nancy Kerrigan. Colpita alle gambe da uno sconosciuto dopo gli allenamenti, la Kerrigan è costretta a ritirarsi dai campionati nazionali e lasciare spazio alla Harding. Ma per poco.

E’ un buon film Tonya perché riesce a essere allo stesso tempo cronaca e finzione, realizzando un racconto capace di prendere il meglio dalle due scritture. Margot Robbie ci mette tutta l’energia che possiede per interpretare un’atleta controversa, andando a pescare negli angoli oscuri delle sue capacità recitative, gli stessi che avevamo apprezzato in Suicide Squad. Allison Janney si merita il premio andando a lavorare anche sul fisico ma tutto il cast è perfettamente funzionale a una storia che, come dicevamo, aspettava solo di essere raccontata.

L’ultimo viaggio

A volte il confine tra l’essere considerato un eroe o un traditore è veramente sottile. È tutta una questione di punti di vista perché, come si dice sempre, in guerra ognuno ha le proprie ragioni. Eduard è arrivato a 92 anni e al momento della perdita della moglie decide che è arrivato il momento di rendere i conti con la storia, la memoria e la propria coscienza. Terminato il funerale l’uomo torna a casa, scrive una lettera alla figlia e alla nipote e sale sul primo treno alla volta di Kiev, in Ucraina. La figlia preoccupata decide di mettergli alle calcagna la nipote Adele che lo convinca a tornare, ma non appena sul treno anche la ragazza capirà che il viaggio del nonno nasconde più di un segreto che forse anche la riguarda. Aiutati da Lew, un ucraino diviso tra l’amore patriottico separatista e la fede sovietica, Eduard e Adele intraprenderanno un percorso in un paese straniero diviso dalla guerra civile e sull’orlo di un collasso simile a quello vissuto decenni prima dal vecchio durante la seconda guerra mondiale.

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L’ultimo viaggio, primo lungometraggio ambizioso del regista tedesco Nick Baker Monteys, è un road movie classico con tutti i pregi e le debolezze del genere: se da un lato la storia viene narrata dai paesaggi mutevoli, dall’altro il movimento continuo permette di nascondere i buchi di sceneggiatura. Non solo, il regista avendo per le mani una storia imponente che parte dalla fine della seconda guerra mondiale e arriva alla guerra civile per l’indipendenza dell’Ucraina dalla Russia, ogni tanto si lascia affascinare dalle tante possibilità offertigli perdendo il filo del racconto.

Ma nel film ci sono anche degli spunti interessanti: il peso del passato che grave sulle generazioni tanto quelle tedesche quanto quelle ucraine (“Durante la 2 Guerra Mondiale molti russi hanno combattuto a fianco dei tedeschi, – racconta il regista – contro il regime sovietico, e i separatisti pre-russi dell’Ucraina orientale ancora lanciano accuse verso gli ucraini coinvolti, tacciati di fascismo e diffamati), così come il capitolo che racconta il dramma dei cosacchi russi alleati dei tedeschi e finiti massacrati e cancellati dalla storia russa. “I cosacchi – continua – potevano venire etichettati come traditori o anche semplicemente collaboratori, ma ne L’ultimo viaggio è l’aspetto umano che è in primo piano: i rigidi tedeschi e i cosacchi amanti del divertimento non solo erano capaci di combattere insieme, ma di vivere insieme e amarsi”.

Lady Bird

C’è un’effettiva emergenza con il cinema indipendente statunitense. Quello che dovrebbe rappresentare la parte innovativa e sperimentale della produzione di quel paese, sta diventando sempre più vittima di se stesso. Spesso, troppo spesso oramai, i film che sulla carta dovrebbero essere meno condizionati dalle regole ferree di Hollywood sono diventati un cliché: un piacevole clone che ripete il suo verso, persino prevedibile nell’eccentricità. Ciò non significa che il prodotto finale sia brutto, tutt’altro, solo che non è più sorprendente. Come se mancasse una spinta veramente trasgressiva capace di opporsi all’omogeneità delle major e il timore principale è che si è arrivati a questa situazione perché il cinema indipendente ha a sua volta introdotto dei codici oramai standardizzati. Tanto che le stesse major se ne sono appropriate e lo sfruttano a loro vantaggio.

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Christine McPherson vive a Sacramento ma sogna New York. Vero che, come dice il mio amico che scrive bene, Sacramento non è Granozzo (paesino nell’hinterland novarese, ndr), ma ognuno fa le proprie proporzioni: quindi se vivi negli Stati Uniti anche Sacramento a una liceale ambiziosa, fantasiosa e eccentrica può star stretta come un Granozzo qualsiasi. I sogni di Christine non finiscono qui, perché lei vorrebbe essere proprio un’altra persona: si inventa un nuovo nome –Ladybird – ma anche una vita che non gli appartiene e che spaccia per sua con gli amici altolocati della città. Lei vive con la famiglia nella parte povera della città e ogni occasione è buona per scontrarsi con l’ipercritica madre. Noi assistiamo a un anno della vita di LadyBird-Christine, l’ultimo di liceo prima del college che potrebbe essere proprio nella tanto desiderata New York.
LadyBird di Greta Gerwig è una piacevole, innocua commedia di genere, non particolarmente originale, che ha nella regia briosa (Gerwig, alla sua opera prima, è anche la prima donna dopo Katherine Bigelow a tornare in lizza per la categoria) e nella bella interpretazione della coppia Saoirse Ronan e Laurie Metcalf il suo punto di forza. Ma niente di più. Una divertente e amara istantanea nella vita di un’adolescente destinata però a scolorire in fretta come una vecchia polaroid.

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