La scuola cattolica

Arbus mi aveva insegnato a non fidarmi: non è molto, come insegnamento, ma almeno è chiaro. Certo non suscita entusiasmo: sarebbe preferibile ricevere un ammaestramento che dica “Questo è” invece che “Questo può non essere”, “Non è come credi”.E le prime persone di cui è meglio non fidarsi, secondo Arbus, sono proprio i maestri, le autorità, gli adulti, gli insegnanti, quelli che dovrebbero sapere. Quelli che dovrebbero sapere, non sanno: credono di sapere quello che non sanno, non sanno di non sapere, dunque presumono. La loro autorità è basata sul nulla. Su questo punto Arbus era categorico: non l’ho mai visto prendere per buona un’affermazione, sia che fosse scritta su un libro, sia detta da un professore, né tantomeno le storie che circolavano tra noi studenti in forme così leggendarie che sarebbe stato giusto dubitarne in via di principio. Il bello è che Arbus non aveva nulla da contrapporre alle verità dei nostri maestri, anzi, prima prima ancora che non fidarci di loro, diceva, noi avremmo fatto bene a non fidarci di noi stessi.  

Edoardo Albinati

Naples ’44

 

naples

Quando pensi che il peggio sia finito e l’orrore sia alle spalle, invece sei solo all’inizio. La guerra è questo: una nera illusione. E’ il 1943 e gli americani sbarcano a Salerno per cominciare la lenta liberazione dell’Italia dal nazismo. Tra i tanti soldati c’è anche Norman Lewis, un giovane ufficiale inglese, che con la Quinta Armata Americana arriva come salvatore in una Napoli distrutta e piegata dalla guerra. L’entrata alleata viene salutata dalla popolazione come un miracolo, come la fine di un incubo ma, come ci ha già raccontato Curzio Malaparte ne La pelle, Napoli stava solamente vivendo la seconda parte del conflitto mondiale. Un anno segnato dal tifo, dalla carestia, dai bombardamenti nemici e dalla coda carogna nazista che, sconfitta, regalava gli ultimi incubi alla popolazione. Un anno in cui tutto sembrò rivoltarsi, anche il Vesuvio che si risveglio eruttando come non accadeva da decenni e venne raccontato da Lewis immediatamente colpito dal magma sociale pulsante e complesso di una città che ogni giorno riusciva nei modi più incredibili a inventarsi la vita dal nulla, e prese nota su alcuni taccuini di tutto quello che gli successe nell’anno della sua permanenza. Gli appunti che Lewis scrisse in quel periodo finirono poi per costituire Napoli ’44, edito in Italia da Adelphi, ma pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1978. Il film, tratto dall’omonimo romanzo, immagina l’ufficiale inglese tornare molti anni dopo nella città che lo sedusse e lo conquistò per rivivere un visionario amarcord fatto di continui flashback tra i luoghi del presente, che Lewis ripercorre dopo tanto tempo, e le storie del passato. Francesco Patierno (Il mattino ha l’oro in bocca, La gente che sta bene) percorre i ricordi di Lewis tra filmati dell’istituto Luce e brani di film (tra i quali l’immancabile La pelle di Liliana Cavani) che quel periodo lo hanno raccontato in passato. Napoli ’44 è un prodotto spurio che permette a un regista di film di disegnare un ottimo documentario. Il viaggio dell’autore è allo stesso tempo un viaggio nella storia del nostro Paese per cercare di comprenderne le contraddizioni, i pregi e le meschinità. La città di Napoli avvolge tutti con le proprie ambiguità trasformando chiunque vi si trovi a viverla. Norman Lewis seguendo il filo dei ricordi viene sopraffatto dalla bellezza crudele degli abitanti, dalla loro forza e dalla loro generosità, tanto da rimpiangere di non averne mai fatto parte se non per un breve, terribile momento.

Il Minotauro 

Alla fine delle vacanze estive, Aleksandr si recò da Lea e le disse che sarebbe andato a studiare in una scuola di agraria. Il medico della madre aveva detto che per lui sarebbe stato meglio. La ragazza non ne fu stupita, poiché tutto il villaggiosapeva già che il figlio di Abramov sarebbe partito e che sua madre era pazza. Lei gli porse le mani, quasi a supplicarlo di prenderle tra le sue; ma Aleksandr rimase seduto ritto sulla sedia a guardarla neglio occhi. “Io ti aspetterò” disse Lea. “Anche se fosse per l’eternità”. “Per l’eternità?” disse Aleksandr, e non era chiaro se la stesse canzonando o stesse riflettendo tra sé. “Non esiste l’eternità. Tutto dura molto meno”.
Benjamin Tammuz

Paradise sky

paradisesky“- Ho sempre cercato di condurre una vita degna di un uomo bianco, e tutto quello che mi è accaduto, e che mi ha portato fin qui, è stato provocato da un negro che ha guardato il culo a mia moglie mentre lei stendeva innocentemente il bucato, nel giardino di casa mia. E ora quel negro se ne sta davanti a me, con una stella di sceriffo sul petto, neanche fosse lui il bianco. Ho una sola cosa da dirvi: ammazzate quel muso nero e liberatimi subito. La responsabilità delle mie azioni non è mia, è sua”.

“Ah, chiudi il becco, – disse il tizo che aveva scherzato sull’arpa poco prima. Avevo riconosciuto la voce, e stavolta lo vidi. Indossava una salopette vecchia come la sua faccia – Non ce ne frega niente di te, del negro, e nemmeno del culo di tua moglie. E’ ora che tu prenda la tua medicina, vecchio scoreggione bruciacchiato”.

Quelle parole tolsero a Ruggert ogni energia (…) Era una di quelle persone che sono convinte di essere sempre dalla parte della ragione, e forse, fino a quel preciso istante, non si era ancora reso conto che la sua storia finiva qui, e che era stato un idiota a pensare il contrario.

Dopo un attimo di silenzio, Ruggert disse: – “Va bene. Non altro da dire”

E il boia mise il cappuccio anche a lui.

(Joe R. Lansdale)

 

ps

I libri da un po’ li compero solamente al mercato dell’usato. E in una settimana ho trovato questo capolavoro, oltre a Rumble Tumble per un paio di eurini. Ringrazio tutti quelli che gettano via Lansdale. Vi ringrazio davvero, ma non vi capirò mai.

Cosa abbiamo in tasca?

Etgar-Keret-1“Questo è tutto ciò che ho in tasca: una piccola occasione per non rovinare tutto . Piccola. Non buona e nemmeno probabile. Lo so, non sono uno stupido. Una minuscola occasione che, nel caso la felicità arrivi, io possa accoglierla con un ‘sì’ anzichè con un ‘mi dispiace, non ho una sigaretta/uno stuzzicadenti/una monetina per la macchinetta dele bibite’. Questo è ciò che ho nella mia tasca gonfia e imbottita: una piccola occasione per dire ‘sì’ e di non provare poi rammarico”

Etgar Keret -All’improvviso bussano alla porta

La verità vi spiego sull’amore

Dora ha 35 anni, due figli piccoli e un compagno che l’ha appena lasciata dopo sette anni di convivenza. Si può reagire in tanti modi a un evento del genere, Dora lo fa nell’unico modo in cui potrebbe: vivendo e scrivendo. Il lutto sentimentale diventa un blog divertente come la sua autrice e la vita continua. Un blog dove Dora condivide con i lettori le sue giornate, la sua vita e l’amore, perché per parlare d’amore c’è sempre tempo. E’ che bisogna farlo nel modo giusto. Se ne esiste uno.

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Il blog di Dora, Ti asmo, in realtà è quello di Enrica Tesio, giornalista e blogger torinese, che diventa prima un romanzo, La verità vi spiego sull’amore, e poi un film dallo stesso titolo.
Non era facile ricreare la leggerezza delle situazioni tenere e divertenti allo stesso tempo, eppure il lavoro di Max Croci e della stessa Tesio è riuscito a trasformare in immagini l’ironia e la passione che dalle pagine del blog arriva ai suoi lettori. Dora è una donna come tante che ha bisogno dei figli, delle amiche, dei genitori e dei lettori e per potere andare avanti e, allo stesso tempo, senza di lei il suo mondo non esisterebbe. O, forse, sarebbe solamente meno divertente. Dora non ha la verità in mano e non spaccia certezze, se non quella che l’umorismo è un’ancora sicura che le persone di cui vorresti circondarti dovrebbero possedere, “persone che condividano con me un romanticismo un po’ cialtrone – ammette Tesio – quel ridere nel pianto che è poi, qualche volta l’amore”. Persone che capiscano che amore significa saper dire sì “ti amo”, ma anche “non ti amo più”.
La verità vi spiego sull’amore, terzo film di Max Croci dopo Al posto tuo e Poli Opposti, è una commedia gioiosa e scanzonata che fatica a prendersi sul serio e allo stesso tempo si diverte a disegnare un mondo in cui amicizia, famiglia e lavoro non abbiano solamente una lunga faccia triste, ma abbiano la stessa lievità profonda di una poesia di Guido Catalano. Il merito del successo è da dividere equamente tra la regia dinamica di Croci, la scenografia elegante di Walter Caprara, il testo brillante di Testo e la scelta semplicemente perfetta del cast. A parte Ambra Angiolini, sodale di Croci e perfettamente in parte, belle le presenze di Carolina Crescentini, Sara l’amica di Dora, e soprattutto Edoardo Pesce, Simone il tato che Dora assume per badare ai suoi due figli in sua assenza. I personaggi forse più deboli, perché troppo caricaturali – ma nell’insieme non stonano, vero – sono quelli della madre sessantottina di Dora, Pia Enegleberth, e della indomita suocera mangia uomini Giuliana De Sio.