Analisi transazionale

Matthew Hope ha un socio:

Frank.

“Frank che divide l’umanità in quelli che hanno la faccia da volpe e quelli che hanno i tratti somatici del maiale. Per sua stessa ammissione , Frank si ritiene del tipo maiale, mentre gratifica Matthew Hope del tipo volpe. Le tipologie, in ogni caso, non sono di ordine morale. Picasso diceva che solo i mediocri copiano, mentre i geni rubano. (…)

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Ed McBain con Matthew Hope ruba molto a se stesso. E lo fa da genio. Matthew Hope è un autoritratto: un uomo con un forte senso della giustiza, anche sociale, che non riesce a liberarsi dell’infantilismo che lo spinge a innamorarsi a ogni scorcio di primavera, anche fuori stagione. Un uomo che è cresciuto suo malgrado e spia, quasi con invidia, la maggiore maturità dii Joanna, la figlia adolescente.

Ma Matthew Hopo si trova a vivere in un mondo di adulti e, si sa, gli adulti hanno un senso della giustizia meno radicato di quello degli adolescenti.  (…) Il suo essere in parte bambino gli permette quegli improvvisi sbalzi d’umore tipici dell’età più verde, per cui l’autocommiserazione dura fino al prossimo raggiodi sole”

Andrea G. Pinketts – Introduzione a Tre donne per Matthew Hope

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La cena

“L’animella di agnello è marinata in olio sardo insieme alla rucola” ha detto il maìtre, che nel frattempo era arrivato al piatto di Claire e indicava con il mignolo due minuscoli pezzi di carne. “I pomodori secchi vengono dalla Bulgaria”.42ca73b8-306c-4f41-a951-3ee00c331dea

Quel che risaltava di più nel piatto di Claire era un vuoto immenso. Certo, lo so che nei migliori ristoranti la qualità conta più della quantità, ma c’è vuoto e vuoto. Qui il vuoto, la parte di piatto completamente priva di cibo, rasentava il paradosso.

Herman Kock

Anime baltiche

L’orgoglio non ha niente a che vedere con il nazionalismo, lo sciovinismo o l’arroganza. Essere orgogliosi del proprio paese significa credere in tutto ciò che lo rende speciale, diverso, unico. Significa avere fiducia nella propria lingua, nella propria cultura, nelle proprie capacità e nella propria originalità. Quest’orgoglio è la sola risposta adeguata alla violenza e all’opposizione. 

Jan Brokken

La scuola cattolica

Arbus mi aveva insegnato a non fidarmi: non è molto, come insegnamento, ma almeno è chiaro. Certo non suscita entusiasmo: sarebbe preferibile ricevere un ammaestramento che dica “Questo è” invece che “Questo può non essere”, “Non è come credi”.E le prime persone di cui è meglio non fidarsi, secondo Arbus, sono proprio i maestri, le autorità, gli adulti, gli insegnanti, quelli che dovrebbero sapere. Quelli che dovrebbero sapere, non sanno: credono di sapere quello che non sanno, non sanno di non sapere, dunque presumono. La loro autorità è basata sul nulla. Su questo punto Arbus era categorico: non l’ho mai visto prendere per buona un’affermazione, sia che fosse scritta su un libro, sia detta da un professore, né tantomeno le storie che circolavano tra noi studenti in forme così leggendarie che sarebbe stato giusto dubitarne in via di principio. Il bello è che Arbus non aveva nulla da contrapporre alle verità dei nostri maestri, anzi, prima prima ancora che non fidarci di loro, diceva, noi avremmo fatto bene a non fidarci di noi stessi.  

Edoardo Albinati

Naples ’44

 

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Quando pensi che il peggio sia finito e l’orrore sia alle spalle, invece sei solo all’inizio. La guerra è questo: una nera illusione. E’ il 1943 e gli americani sbarcano a Salerno per cominciare la lenta liberazione dell’Italia dal nazismo. Tra i tanti soldati c’è anche Norman Lewis, un giovane ufficiale inglese, che con la Quinta Armata Americana arriva come salvatore in una Napoli distrutta e piegata dalla guerra. L’entrata alleata viene salutata dalla popolazione come un miracolo, come la fine di un incubo ma, come ci ha già raccontato Curzio Malaparte ne La pelle, Napoli stava solamente vivendo la seconda parte del conflitto mondiale. Un anno segnato dal tifo, dalla carestia, dai bombardamenti nemici e dalla coda carogna nazista che, sconfitta, regalava gli ultimi incubi alla popolazione. Un anno in cui tutto sembrò rivoltarsi, anche il Vesuvio che si risveglio eruttando come non accadeva da decenni e venne raccontato da Lewis immediatamente colpito dal magma sociale pulsante e complesso di una città che ogni giorno riusciva nei modi più incredibili a inventarsi la vita dal nulla, e prese nota su alcuni taccuini di tutto quello che gli successe nell’anno della sua permanenza. Gli appunti che Lewis scrisse in quel periodo finirono poi per costituire Napoli ’44, edito in Italia da Adelphi, ma pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1978. Il film, tratto dall’omonimo romanzo, immagina l’ufficiale inglese tornare molti anni dopo nella città che lo sedusse e lo conquistò per rivivere un visionario amarcord fatto di continui flashback tra i luoghi del presente, che Lewis ripercorre dopo tanto tempo, e le storie del passato. Francesco Patierno (Il mattino ha l’oro in bocca, La gente che sta bene) percorre i ricordi di Lewis tra filmati dell’istituto Luce e brani di film (tra i quali l’immancabile La pelle di Liliana Cavani) che quel periodo lo hanno raccontato in passato. Napoli ’44 è un prodotto spurio che permette a un regista di film di disegnare un ottimo documentario. Il viaggio dell’autore è allo stesso tempo un viaggio nella storia del nostro Paese per cercare di comprenderne le contraddizioni, i pregi e le meschinità. La città di Napoli avvolge tutti con le proprie ambiguità trasformando chiunque vi si trovi a viverla. Norman Lewis seguendo il filo dei ricordi viene sopraffatto dalla bellezza crudele degli abitanti, dalla loro forza e dalla loro generosità, tanto da rimpiangere di non averne mai fatto parte se non per un breve, terribile momento.