Il balcone di Antonella

Il balcone della casa dei nonni correva lungo il soggiorno e il salotto. La nonna diceva che dal balcone si vedeva il fiume. In realtà dovevi sporgerti dalla parte più estrema e, nelle giornate limpide sperare d’intravederne la sagoma dell’ansa. Dal balcone della casa dei nonni si vedevano invece i balconi del palazzo di fronte, quello che di fatto impediva di vedere il fiume. E, tra i tanti, anche quello dove abitava Antonella.
Antonella aveva un anno più di me ed era la mia ragazza. Ci eravamo conosciuti giocando nel parchetto sotto casa e lei quando schettinavamo insieme mi teneva stretta la mano. Poi, le sere d’estate, dopocena uscivamo in balcone e ci raccontavamo cose. Mi piaceva, aveva i capelli scuri che scendevano alle spalle, due occhi grandi e una voce profonda che la faceva sembrare una donna vissuta. Aveva 12 anni e frequentava la prima media. Io ancora le elementari. Per due anni anni abbiamo giocato insieme, inverno e estate, tanto che la nonna quando mi lavava la faccia la mattina mi diceva che ci saremmo sposati. Facevo fatica a rispondere con sapone sul viso, scuotevo la testa, cercando di negare , ma dentro mi sentivo grande e orgoglioso di avere una ragazza più vecchia di me che mi avrebbe sposato. Un giorno.

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Poi arrivarono le giostre. Era maggio, i carrozzoni come ogni anno avevano occupato lo spazio di fianco al palazzo delle esposizioni, quello dove un tempo gli agricoltori del territorio si trovavano a chiudere affari, e il profumo di krapfen e croccante riusciva a coprire quello dei tigli.  L’arrivo delle giostre era il Natale della primavera: un sacco di attese, speranze, eccitazione. Mi piacevano la Spagnola e la Carrera: la prima era il busto di una baiadera e tu eri dentro la sua grande gonna che veniva scossa come in un languido flamenco. La seconda era una pista di macchine, poco più di un semplice 8, in cui l’odore di benzina, gomme bruciate e cordite ti dava l’impressione di essere un pilota di Formula uno. La mamma di Antonella ci accompagna un sabato sera e io già mi vedevo guidare spavaldo con a fianco la mia donna più grande sulla Carrera. Ma appena arrivati, lei propone il nuovissimo tunnel degli orrori.

Allora, dovete sapere che nella mia classe di prima media eravamo quindici provenienti dalle scuole elementari e altri quindici ripetenti, alcuni pluriennali. La scuola aveva organizzato le cose per bene e mantenuto la divisione sociale proprio come i tempi la rappresentavano: il meglio (che oggi è tutto da discutere cose fosse meglio o peggio) nelle prime sezioni. La feccia, i paria, i reietti, i figli delle nuove classi in ascesa, quelli che vent’anni dopo sarebbero diventati leghisti, che avrebbero preso il potere e non avrebbero saputo che farsene, tutti raggruppati nella seconda parte dell’alfabeto. La mia classe di prima media era la prima M, nella seconda parte dell’alfabeto scolastico, tutta rigorosamente maschile. Che a pensarci oggi sembra di leggere le cronache del medioevo: al piano terra i maschi, al primo piano le femmine. Intervallo a metà mattina sfalsato di dieci minuti, uscita contemporanea: cioè praticamente una tortura per gli ormoni e per fantasie non ancora alimentate dal porno libero.
Nella prima M il capo era Pulvirenti. Nel giro di sei anni sarebbe diventato campione italiano dei pesi leggeri e quattro anni dopo il titolo avrebbe scontato due anni in carcere per percosse a un pubblico ufficiale. Per noi all’epoca era Dio.
Alla sua destra Zampogni: un metro e ottanta per ottanta chili. Un orco buono dalla faccia paffuta di dodicenne, ma pur sempre orco. Non avrebbe fatto male a nessuno e non credo lo abbia mai fatto in tutta la sua vita, ma averlo dalla propria parte rappresentava il potere acquisito.
Alla sua sinistra Viganelli, segaligno, con un ciuffo sempre a coprirgli metà viso e un fare untuoso. Ci aveva provato con una supplente poco più che ventenne, facendola diventare rossa e costringendola ad andare dal preside a riferire l’accaduto. Da quel momento era assunto a fianco del capo. Alla fine delle medie avrebbe smesso di studiare e sarebbe andato a lavorare alla Centrale del Latte della città. Ancora oggi quando ci incontriamo, mi saluta dal camion e mi chiede della mia vita sessuale. In realtà fa solamente un gesto con la mano sinistra fuori dal finestrino, ma la sintesi è sempre stata una delle sue qualità. Sotto la triade, tutti n7f36aebdb7bd3cc905ae30d69383389eoi altri.

Su consiglio di Pulvirenti, Zampogni e Viganelli erano andati in quei giorni al cinema a vedere L’esorcista. Il film, horror epocale attorno al quale erano sorte storie mitiche (si narrava di svenimenti, di persone che lasciavano anzitempo la sala terrorizzate, di interventi della Croce Rossa durante la proiezione), era l’oggetto del desiderio per chiunque. Soprattuto per noi che non avevamo ancora l’età per poterci entrare in quella sala. Zampogni e Viganelli millantarono la maggiore età e riuscirono ad entrare. La mattina seguente trascorsero ogni singolo minuto della giornata a raccontare il film in ogni minimo particolare. A distanza di anni, devo ammettere, che il racconto fosse effettivamente vivido, le immagini forti catturarono l’immaginazione e loro seppero trasmettercela con la stessa intensità. All’epoca mi ricordo che mi bevvi il racconto a bocca aperta e poi a casa, solo nel letto, la notte mi proiettai il mio film mille e mille volte. Linda Blair viveva al mio fianco, la sua faccia sì trasfigurava non appena chiudevo gli occhi, i crocifissi di casa si animavano, fiotti di vomito verde allagavano le lenzuola. Un incubo. Notti insonni e adolescenza minata alla base ancora prima di iniziare.
Quella primavera tra le luci e i suoni delle giostre, il terrore di riattivare ogni paura combattuta strenuamente, notte dopo notte, nei mesi precedenti entrando in quel Tunnel si palesò davanti a me. La mia ragazza voleva dividere i suoi primi brividi con me, mentre io non avrei voluto mai più conoscere la paura di trovarmi solo con le mie paure. Il baraccone con le macchinine in fila pronte a immergersi nel buio era il davanti a noi. Antonella fremeva, io pure anche se per sentimenti diversi. Luci, suoni, grida, una risata stridula. La figura di un vampiro pronto ad accoglierti nel suo antro. No, il vampiro no. Non l’avrei retto.

L’estate all’epoca cominciava con la partenza per la Liguria verso l’albergo dove avremmo passato tre settimane. Una pensioncina tranquilla a pochi metri da un corso d’acqua perennemente asciutto e comunque non distante dal mare. Tra gli ospiti dell’albergo quell’anno arrivò una famiglia torinese composta da due genitori anziani e il figlio trentenne, Umberto. Non essendoci altri della sua età e non essendo lui particolarmente brillante (pensandoci ora il ragazzo doveva avere non pochi problemi), Umberto giocava con noi. Era il nostro capo grande, il genitore che avremmo voluto partecipasse ma non c’era mai. Una sera andò al cinema e la sera seguente ci raccontò quello che aveva visto. La storia era quella di un uomo che viveva in una bara durante il giorno e la notte usciva per andare a succhiare il sangue a giovani donne. Si chiamava Dracula e raccontandolo, al primo buio della sera, si preoccupava anche di interpretarne le parti. Tanto che al culmine del racconto riuscì a infilarsi in bocca una finta dentiera con i famosi canini appuntiti e spaventarci tutti. Se non sono morto quella volta, poco ci è mancato. Ho sperato morisse Umberto, invece, ma non accadde. In compenso due anni più tardi la compagnia di giovani con i quali Umberto aveva cominciato ad uscire, gli fece uno scherzo crudele: inscenarono un finto rapimento con tanto di riscatto e intervento della polizia. Al momento del rilascio davanti l’entrata dell’hotel, lo trovai piangente e con i calzoni tutti bagnati dal piscio. La memoria andò al quel cazzo di Dracula che mi levò il sonno per settimane e non riuscì ad avere pietà e risi di lui insieme a tutti gli altri che di quello scherzo ne erano stati i fautori.
La fila per il biglietto d’entrata scorreva verso il volto di Dracula, quello indemoniato di Linda Blair, il buio, le urla, il piscio nei pantaloni. Antonella che mi tiene la mano e io… io che la lascio e scappo.
Oggi Antonella vive con la sua compagna e mi pare abbiano anche una bimba, Zampogni ha aperto una pizzeria, la domenica va a vedere il Milan e fino a qualche anno fa trascorreva le partite spalle alla porta guidando i cori degli ultras. La casa di mia nonna è stata venduta. Io non ho ancora visto L’esorcista.

A parte

Si chiamava Massimo, Massimo Costa. Era il secondo di due fratelli e viveva con la famiglia al piano terra di una palazzina di tre piani tra il fiume e una bella chiesa di pietra del colore della luna. Il padre stava in giro tutta la settimana a rappresentare le case farmaceutiche, la madre faceva la casalinga e ogni mattina stendeva le lenzuola delle camere da letto dal balcone nel cortile interno a prendere aria. Un cortile minuto con al centro una grossa vasca in sasso per i pesci rossi.
Massimo aveva quattro anni più di me e, quando uno ne ha dieci e l’altro quattordici, gli anni che li separano in realtà sono quaranta. Per me all’epoca era un adulto e ogni volta che andavo a casa di mia nonna lo sentivo litigare con la madre e il fratello più grande. E il fine settimana anche con il padre. L’appartamento di nonna era proprio sopra il suo e le voci urlate in casa Costa parevano urlate in faccia a me, che tenevo le mani schiacciate sulle orecchie per attutirle. Massimo studiava al liceo scientifico, andava benissimo in tutte le materie e ogni tanto scendevo a chiedergli aiuto in matematica. E ad ascoltare i dischi dei Genesis.

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Poi un giorno, dopo che i suoi gli avevano regalato una moto da cross, decise che era ora di smettere di andare bene a scuola e preferì passare le giornate con altri che avevano la sua stessa moto. Si fece crescere i capelli e cominciò a fumare. Io lo vedevo dal balcone di nonna, lo stesso che si affacciava su quello di Antonella, la ragazzina che all’epoca faceva battere il mio cuore inconsapevole.
Nelle sere di primavera Massimo e i suoi amici stazionavano con le loro moto sul marciapiede sotto casa tirando tardi tra chiacchiere e sigarette. Io li guardavo dal balcone con un misto di invidia e timore. “È diventata una testa calda – disse mia nonna – va in giro con certe facce… Mi raccomando, tu rimani come sei”. Un ragazzino di dieci anni pettinato con la riga da una parte e una timidezza esasperante.
La sera che vennero a prenderlo in ambulanza ero rimasto a dormire dalla nonna. Avevamo tirato fuori dallo sgabuzzino la brandina ripiegata a libro che correva su quattro ruote. La chiamavamo Milano, la brandina, perché una volta il nonno mi mise sopra, facendo il verso del capostazione gridando “milanoooo”, mentre mi scarrozzava su e giù per il lungo corridoio di casa. Nessuno di noi si era mai spostato tanto lontano dalla provincia e Milano rappresentava la frontiera. La distanza di riferimento. L’unità di misura di ogni viaggio. Quando si voleva fare i bulli con qualcuno gli si diceva: “guarda che ti do un calcio che ti spedisco fino a Milano”. La frontiera, appunto.
Prima si sentirono le urla di mamma Costa, poi i movimenti disordinati di tante persone in uno spazio stretto. Poi ancora la sirena.
“Droga”, sentii sussurrare nonna alla zia. Massimo si faceva di eroina da due anni prima di un taglio delinquente che lo portò dritto all’ospedale e poi in una comunità. “Vedi cosa succede ad andare in giro con quelle facce?”, disse nonna. Massimo lo rividi tre anni dopo. Lavorava come garzone del fruttivendolo dove mi mandavano a fare la spesa. Aveva l’occhio acquoso di chi beveva forte e quando incrociammo gli sguardi non mi riconobbe. Lo salutai per nome e lui rispose con una gentilezza imbarazzante. Poi mi prese sottobraccio e mi chiese un prestito. Gli diedi cinquecento lire. La mia paghetta settimanale. Li prese senza ringraziarmi e cominciò a servirmi come un cliente qualsiasi.
Massimo mori due anni dopo in una casa famiglia sulle colline astigiane. Mia nonna disse: “Vedi?”, scuotendo la testa, “Non mi stupirei se ora sua madre morisse di crepacuore”. Ma si può morire di crepacuore?

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Alle tre del pomeriggio del mese di luglio non si può stare in spiaggia. Sopratutto se hai la pelle trasparente come la mia, pronta a infiammarsi al primo raggio di sole. Mia madre invece ci stava e costringeva a starci anche me e mia sorella. Ma senza entrare in acqua, perché devono passare almeno quattro ore dopo pranzo. Lei stava sdraiata leggendo Gente a commentare le notizie con Amanda, la vicina di ombrellone. Io rannicchiato nel cono d’ombra faccio passare il tempo giocando con le biglie, Ileana, mia sorella, infila perline dentro dei fili sottili. Amanda ha un figlio, Francesco, però lui sta in albergo a dormire insieme ai nonni, aspettando che il caldo passi. Francesco ha i capelli biondi e il viso tondo e antipatico. Anche i modi sono antipatici e prepotenti. “È un bambino viziato”, diceva mia madre. A tavola non gli andava mai bene niente e piangeva per ogni inezia. Un pianto antipatico. Avevo provato a farmelo amico, ma ogni gioco doveva andare come diceva lui e quando volevo imporre le mie ragioni lui correva dalla mamma a piangere le sue lacrime antipatiche. E la mamma gli dava sempre ragione.
Un pomeriggio più caldo degli altri, mi ero rifugiato nella cabina per respirare un po’ di ombra. Il caldo era solo leggermente più sopportabile e stavo seduto a leggere un fumetto tra il profumo di salsedine mischiato a quello della gomma delle ciabatte infradito. Era una cabina di assi di legno dipinte di bianco che veniva montata e smontata ogni inizio e fine estate; una di una lunga fila di cabine. La nostra confinava con quella di Amanda e Francesco e c’era un grosso foro nelle assi che permetteva di guardare al di là. Il buco l’avevo scoperto il primo giorno in cui eravamo arrivati al mare e dalla cabina vuota a fianco filtrava una luce obliqua che lo aveva messo in evidenza, come un piccolo sole. Così ogni volta che entravo a cambiarmi, appoggiavo l’occhio curiosando dai vicini. Ma quello che vi trovavo era la luce filtrata di una maglia o di un paio di pantaloni appesi che ostruivano l’apertura. Quel giorno, però, non vi era nulla a ostruire il buco. Io avevo controllato come ogni giorno e quello che inquadravo dalla piccola apertura era la parete di fronte sulla quale erano appesi costumi di ricambio, una leggera veste femminile e il cappellino della Sammontana che Francesco era riuscito a farsi regalare sfinendo il barista della spiaggia con un pianto insistente. Finché un bel seno morbido non apparve a impreziosire il vuoto nel legno. Amanda era entrata in cabina, si era sfilata il reggiseno e accesa una sigaretta. Fumava e si guardava nel piccolo specchio. Si toccò un seno alzandolo un po’. Poi si sedette a finire la sigaretta guardando le assi a terra con i seni che si appoggiavano comodi sullo sterno. Era il primo seno che vedevo. Meglio, che guardavo. Con attenzione e un filo di curiosità. Guardavo la curva, l’areola rosa scuro, guardavo la punta dei capezzoli e il loro muoversi lento al muoversi della mano che portava la sigaretta alla bocca. Guardavo tutto questo e non vedevo che Amanda stava piangendo. Un pianto silenzioso di lunghe lacrime lente, come il movimento dei seni.
“Lui la trascurava”, sentii dire a mia madre “per forza che lei se ne è andata con un altro. Alla fine però le spiaceva. L’ho vista piangere”. Piangeva per amore Amanda. E perché le cose non sarebbero mai più state le stesse. Per prima cosa per Francesco che, affidato a un padre ricco, rancoroso e egoista, finì per togliersi la vita a 17 anni.
“Amanda ce l’avrà per sempre sulla coscienza. Io non l’avrei mai fatto”, disse mia madre.
“Infatti, non l’hai fatto”, le rispose la sua amica Virginia un pomeriggio al parco, mentre mi stavo scartando una Fiesta come merenda.

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Adriana è piccola di statura, ha due seni grandi e accoglienti e un sacco di capelli in testa. Vive a Milano e al mare in vacanza arriva sempre alla fine di giugno. Adriana ha un anno più di me, studia già al liceo e una volta, mentre parlava con gli amici, la sentii dire che le sarebbe piaciuto girare le pagine degli spartiti durante i concerti di musica classica, che adora. Io, Paolo e Riccardo siamo innamorati di Adriana. Ma lei è più grande di noi e anche se frequenta la stessa compagnia ci guarda attraverso, senza mai vederci veramente. Paolo, che vive a Milano come lei, ci ha raccontato che durante l’inverno l’ha incontrata mentre faceva la fila per entrare al cinema Apollo. Lei gli era davanti in coda e quando arrivò vicino alla porta d’ingresso appoggiò le labbra al vetro freddo lasciandone l’impronta. “Io ci ho appoggiato le labbra sopra – ci raccontò Paolo – E’ stato come limonare”. Io sapevo cosa significava limonare, perché l’estate precedente l’avevo fatto in montagna con Marina e non stetti a questionare. Mi sembrava già una cosa enorme aver diviso le labbra su un vetro con Adriana che il coinvolgimento della lingua rappresentava solamente un valore aggiunto.
Passiamo un’intera estate a fantasticare su di lei, ma è solo dall’anno seguente che Adriana finalmente comincia a vederci. Sarà che durante l’inverno siamo cresciuti, abbiamo cambiato la voce abbassandola di un tono e l’allenamento di canottaggio ha allargato un po’ le spalle a me e Riccardo. Sarà che durante l’inverno mi sono messo con una mia compagna di classe e che prima di partire per le vacanze ci siamo promessi amore eterno e devozione stolida, ma qualcosa è cambiato. Io sono il primo ad accorgermene perché Adriana un pomeriggio mi chiede se voglio accompagnarla a un concerto di musica classica. Poteva andarmi peggio solo se mi avesse chiesto di portarla al circo, ma ad Adriana non si dice di no a niente. Almeno.
Siamo seduti l’uno accanto l’altra. Io profumo di deodorante Bac al tabacco dolce, lei di borotalco e vaniglia. I capelli sono vaporosi e più ricci del solito. Ha un vestitino rosso stile Nicolette Larson che tiene comodo il seno grande al riparo dagli sguardi. In spiaggia indossa sempre un due pezzi striminzito che non si capisca come non permette ai capezzoli di affacciarsi occhieggiando, ma la sera si copre pudica lasciando lavorare la memoria di quelli che la conoscono.
Il concerto è Il sogno d’amore di Liszt e la sala è quella in cui di solito proiettano i film parrocchiali, ma arredata con l’orchestra fa tutto un altro effetto. Anche gli sguardi seri delle persone sedute rendono la situazione più autorevole. Adriana è contenta e io sono contento che lei lo sia. Il concerto comincia e mentalmente lei gira le pagine degli sparititi. Glielo sussurro in un orecchio e lei mi guarda in tralice stupita. “Te lo ricordavi”, dice piano. E da quel momento ogni tanto smette di guardare il palco e volta lo sguardo su di me.
Stiamo camminando sul lungomare e lei non mi chiede se mi è piaciuto, probabilmente lo da per scontato, mi chiede solo se andrò a vederne altri quando tornerò dal mare. “Sì, probabilmente ci porterò anche Simona, la mia ragazza”, rispondo. E Adriana si scosta andando un po’ più lontano da me.

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“Prendiamo un treno. Il primo che arriva. Non importa dove vada. Lo prendiamo e andiamo. Dove arriviamo arriviamo. Sicuramente non sarà qui. E potremmo stare io e te soli, senza preoccuparci degli altri”. Guardo Alma con un sorriso leggero alle labbra. “Non c’è da ridere – dice – sono seria”. “Non sto ridendo. È che quando sono nervoso mi viene da ridere”. Sono nervoso perché ho capito che non stava scherzando e che si sta aspettando una risposta seria da me.
Alma dice questo mentre camminiamo in centro città leggermente scostati l’uno dall’altra. Sembriamo solo due amici che chiacchierano, non due amanti da più di sei mesi. Lei vive con Maurizio da due anni e vorrebbe lasciarlo. Io…, io non lo so. Non ho legami fissi da anni oramai. Alma è arrivata così, per gioco. Un gioco terribilmente serio col passare dei mesi.
“Va bene, prendiamo il treno” – dico – “Arriviamo. Viviamo li un paio di giorni. Una settimana, anche. E poi?”
“Poi, me lo devi dire tu. Io la mia risposta la so già”.
Silenzio.
“E con Maurizio?”
“Non devi essere tu a preoccuparti della cosa”
“E il lavoro? Come facciamo col lavoro?”
“Io domani vado in stazione alle 10. Se ci sei partiamo. E fanculo Maurizio e il lavoro”
“Altrimenti?”
“Altrimenti, fanculo tu”.
Il treno delle dieci e zero sette porta a Parma via Piacenza. Ferma a un paio di stazioni intermedie senza grande fascino per arrivare a Parma nel giro di un paio di ore. Lo vedo arrivare in lontananza mentre con la mano passo nervosamente le venature arrugginite della grossa putrella dietro la quale mi sono nascosto. Da lì riesco a vedere Alma, ma non l’espressione del suo viso. La vedo voltare ogni tanto la testa a sinistra verso l’accesso alla pensilina. Non sembra tesa. Sapeva che non sarei andato. Sperava forse di essere smentita. Il treno intanto arriva e la copre alla mia vista. Farei ancora in tempo a uscire e correre da lei. Ma preferisco così. Rimanere qui a guardare lei e me.  Come sempre, a parte.

Il cane a tre zampe

Quel cagnolino a tre zampe sedeva sempre sul davanzale della finestra proprio di fronte alla mia. Zampettava dal tavolo della cucina fino al davanzale e li ci trascorreva i pomeriggi. Sdraiato col muso a penzoloni o in piedi a camminare a tre zampe da un lato all’altro del davanzale.
Il cane lo conoscevo anche prima che avesse una zampa in meno. Di fronte a quel davanzale ci trascorro gran parte dei pomeriggi, seduto alla scrivania a tradurre libri dall’inglese. Il giorno che cadde però, non c’ero alla scrivania. Perse l’equilibrio per uno spavento, dissero. Qualche ragazzo per strada aveva fatto esplodere dei petardi e il cane si era terrorizzato finendo per cadere. Un volo di tre metri abbondanti che gli aveva fatto spaccare due denti davanti e rotto irrimediabilmente in più punti la zampa sinistra.
Mi stava fondamentalmente antipatico quel cane e trovavo insopportabili il suo pelo corto e il muso da topo. Inoltre, vederlo rizzarsi sulle tre zampe al passaggio di ogni automobile, mi dava un senso di instabilità continua. Era come guardare tutto il giorno una sedia a tre gambe e pensare che si potesse rovesciare su se stessa in ogni momento. Cosa che peraltro non accadeva mai.
Eppure non potevo non guardarlo. Stava lì proprio di fronte a me e la luce che entrava dalla finestra era l’unica che illuminava le carte sulla scrivania. Quindi da lì non potevo spostarmi.
Oltre il cane, dalla mia finestra riuscivo a vedere il piccolo tavolo della cucina, la brutta tovaglia cerata che lo ricopriva e una parte del lavello. Sopra di esso uno scolapiatti con poche stoviglie appoggiate e una caffettiera bruciacchiata appesa per il manico. La padrona del cane era una donna sulla sessantina, con lunghi capelli grigi e gli occhi segnati da grosse borse marroni. Viveva sola da sempre, per quanto ne sapessi io. La mattina la trascorreva spesso in cucina, il pomeriggio si spostava di camera e solo dopo aver aperto la finestra, affinché il cane potesse uscire a guardare la strada. Quando tornava nella stanza spesso era già scuro in cielo e il cane aveva già fatto più volte la spola tra la cucina e il suo davanzale. Ogni tanto la sentivo chiamarlo, lui si alzava voltando la testa indietro e attendeva che la padrona arrivasse a prenderlo in braccio. E lei lo prendeva. E poi guardava verso di me. Seppure avessimo incrociato gli sguardi più volte, non ci eravamo mai parlati né salutati. Io guardavo il cane e le sue zampe dispari nei pomeriggi trascorsi seduto a lavorare. E tutto finiva lì.

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Traducevo libri dall’inglese, prevalentemente romanzi tratti da film. Finché la casa editrice non mi mise in mano i primi tre, non immaginavo ci fosse un mercato di libri del genere: storie romanzate  di film di successo. Eppure funzionava. Negli Stati Uniti benissimo, da noi meno, ma come, letteratura da viaggio e negli eBook il suo pubblico lo stata conquistando. Avevo appena finito di tradurre Cloud Altlas, la storia, che già sul tavolo I guardiani della Galassia occhieggiava pronto a finire nelle librerie. Era un lavoro di traduzione diverso dal solito, perché insieme all’originale mi arrivava anche una chiavetta con il film da visionare per utilizzare i termini conosciuti dal pubblico italiano. Con Cloud Atlas non era stato facile, perché mi addormentavo continuamente poco dopo l’inizio del film. Era quello l’unico momento in cui riuscivo a chiudere occhio, però. Alma mi aveva appena lasciato e, da solo, in quel letto che lei aveva voluto mi sentivo ospite non gradito. Sul divano e davanti a quel film invece mi rilassavo.
Alma mi aveva lasciato perché diceva che non c’ero più con la testa. Che pensavo solo a me stesso, alle mie traduzioni e al cane della casa di fronte. Il nuovo lavoro, vero, mi impegnava la testa e il fatto che trascorressi molte ore in casa non aveva certo reso le cose più semplici. Ma il rapporto tra me e Alma stava arrancando da un po’ di tempo. Lei ebbe solo più coraggio di me e prese la situazione in mano, come sempre. Io passai dalla liberazione alla sofferenza nel giro di una settimana. Alma adesso viveva da un’amica e non la vedevo più da almeno sette mesi. Mi scrisse una volta delle belle parole che ricordavano come il nostro amore fosse stato quantomeno originale, se non unico. Ma si capiva che non le mancavo per niente. Non le mancavano i miei silenzi, di certo non le mie ubbie. Forse la mia cucina – a forza di stare in casa avevo imparato a cucinare benissimo -, o forse neanche quella.

A dirla tutta aveva ragione Alma. Abituato a lavorare in ufficio insieme a decine di persone, improvvisamente mi trovai in casa solo con me stesso e di fronte a un insopportabile cane a tre zampe. È quando tutto intorno si fa più silenzioso che i pensieri diventano improvvisamente più rumorosi e cominciano a martellarti la testa. All’inizio sono solo un fischio lontano, poi cominciano a crescere d’intensità come lo sferragliare di un treno, fino a trasformare il movimento del cervello in un beccheggio senza sosta. Così, quando Alma tornava dal suo lavoro, non le lasciavo neanche il tempo di respirare che già la sommergevo con la frustrazione di tradurre un libro da un film con Adam Sandler, le raccontavo le liti dei vicini dl piano di sopra e, più di tutto, l’insopportabile vista dell’assurdo cane. Stava diventando un’ossessione. Una ossessione tutta mia che però distrusse Alma.
Poi un giorno la padrona del cane mi parlò. Un tardo pomeriggio mentre stava sollevando il cane per spostarlo sul pavimento della cucina, lei si voltò e guardò verso di me. Il suo sguardo pareva spento come sempre, una tristezza infinita chiusa dentro due occhi acquosi che guardavano come se dall’altra parte della finestra non ci fosse altro che un vuoto nero. E verso quel vuoto aprì la bocca e silenziosamente disse aiuto, poi girò le spalle e si abbassò verso il pavimento, sparendo alla vista. Aiuto? A me? Ma soprattutto perché? Avrò inteso male, pensai, tornando io stesso ad abbassare gli occhi verso lo schermo del pc.
Le parole erano tutte in fila, ma a me parevano solo un’unica grande linea scura senza significato. Provai a tornare a guardare alla finestra di fronte, ma l’unica cosa che vidi era la sagoma di una cucina povera illuminata da una luce bianca. Aiuto. Aiuto? Ecco, ancora una volta ero riuscito a rovinarmi la giornata di lavoro. Non sarei stato più in grado di tradurre un solo aggettivo, la testa era andata. Prima la vista del cane, poi la donna che mi parla. Alma che non c’è più. Aiuto.

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Sono due giorni che lavoro benissimo. La scrittura fila via liscia e anche il libro mi sembra meno brutto di tanti altri. Questo autore ha provato a metterci del suo e a dare delle interpretazioni alle azioni dei personaggi. Il film invece era veramente mediocre. Il cane è due giorni che non esce e neanche la padrona si affaccia più. E non credo proprio che riusciranno più a farlo. Aiuto mi avevano chiesto e aiuto ho dato loro.
Alma non tornerà più. Me l’ha detto l’altra sera guardandomi in faccia. Prima mi ha chiesto se stavo mangiando perché avevo la faccia scavata, ha detto proprio così, scavata. E poi che no non aveva proprio più voglia di essere triste come me. E stare con me la faceva sentire triste, vuota, sola. Sola come non mai. E quindi no non sarebbe tornata. Ha detto così, ma io lo sapevo che era per il cane. Sì la vista dava fastidio anche a me, l’ho già detto, vero? Ma lei la soffriva proprio. Non sarebbe tornata per non vedere più che a quel cane mancava una gamba. Se solo non ci fosse più. Se solo non ci fosse. Lei tornerebbe. Alma tornerebbe a vivere con me, a vivere come me.
La donna del cane mi apre la porta come se mi aspettasse. Ha sempre poi stesso sguardo, anche mentre entro in casa. Il cane arriva zampettando più velocemente di quanto mi aspettassi. China il capo e mi annusa la scarpa. Lei mi dice solo di fare piano e dice anche qualcosa sul cane. Ma non capisco, perché mentre si accascia farfuglia questa cosa. Poi tocca al cane, che non fa neanche in tempo a guaire.
Terzo giorno di lavoro pieno. Il libro è quasi finito. La luce è magnifica in questi giorni. Limpida, tagliente, si riesce a scrivere per ore senza che nella stanza si adombri un solo angolo. La testa è leggera, questa sera ho deciso che festeggerò chiamando Alma. Voglio invitarla a bere un bicchiere di vino bianco, quello che piace a lei. E poi quando sarà qui vedrà che il cane non c’è più. E capirà che è ora di tornare a casa. Speriamo lo capisca, perché quel vino l’ho preso per lei. Solo per lei. A me il vino bianco non piace.

Il quesito della Susi

susi    Un grosso corvo volò sgraziatamente verso il baffo più alto di un’antenna televisiva. Si posò, si fece un po’ di toeletta e poi si guardò intorno. Si era fermato per digerire quel pezzo di topo maciullato che aveva beccato allegramente sulla strada, fino a che un bicicletta non era arrivata velocemente a spostarlo. Lo spavento gli aveva fatto andare di traverso l’ultimo boccone e quel baffo bello alto ora era perfetto per riprendere le forze e forse tornare alla carogna. Fece due piccoli passi di lato, diede una scrollata alle ali e guardò in basso. Gracchiò due volte al cielo e a me venne in mente il quesito della Susi. Lui si alzò in volo e spari alla vista.
Ci deve essere un momento in cui tutte le delusioni, le amarezze di una vita si fanno strada e dal cuore salgono al viso. La vecchia che mi ha appena superato in fila alla cassa del supermercato ha un grugno stizzito, la mascella spostata in avanti e la piega della bocca verso il basso. Non vorrei essere suo nipote, giuro, perché deve averne passate tante, deve averne ingoiati di bocconi storti, che la carogna del corvo ancora passa per una prelibatezza. E forse, lì dentro di spazio per la tenerezza non ce n’è proprio più. Sarà il fatto che l’orizzonte della vita si fa più stretto o che proprio ne hai le palle piene di una vita che a un certo punto ha smesso di stupirti, ma sono tanti i vecchi qui intorno a me che hanno lo stesso buio sul volto. Forse un giorno finirò anch’io così.
“Guarda che se ci metti un 10000 euro in più ti puoi prendere una 520. E vuoi mettere?”.
“See, allora a quel punto passo alla SLK”.
“E poi dove li metti i bagagli? Cazzo, quando vi muovete sembrate il Circo Togni”.
Massimo, Giorgio e Luca sono gli amici di sempre. La pizzeria in piazza del Mercato è un po’ la nostra seconda casa: quando abbiamo voglia di far finta che siamo sempre gli stessi quattro che si trovavano a passare i pomeriggi appoggiati ai motorini a parlare di niente, ci troviamo qui e lasciamo tutto il resto fuori. Stasera, al secondo giro di birre, si è finiti a parlare di automobili. A me, dall’alto del mio Berlingo di seconda mano, non è importi molto, ma mi piace sempre sentirli parlare e prendersi in giro. Non mi ricordo che ci sia mai stato un litigio tra noi. Neanche uno in trent’anni che ci conosciamo.
“L’ultima volta siete partiti con canotto già gonfiato… SLK… ma va a cagare…”.
“E la Evoque della Land Rover? Stesso prezzo e il canotto ci sta”.
Funziona così, a turno uno di noi finisce sotto tiro degli altri per una scemenza che gli è scappata e subisce finché ce n’è. Questa volta è toccato a Luca, alla nuova macchina che vorrebbe comperare e ai bagagli che moglie e quattro figlie si portano sempre dietro ogni volta che si spostano anche per un fine settimana.
“See, prendetemi in giro, intanto ci sono io dentro a Sex and the City. Cazzo, ieri a cena hanno parlato di cicli mestruali per tutto il tempo. A un certo punto mi hanno anche chiesto un parere. Oramai mi considerano una di loro”.
Luca è stato il primo di noi a sposarsi, ha sfornato una figlia dietro l’altra e ora deve lavorare come un matto per tenere in piedi la baracca.
“Oggi ho visto un corvo”, dico io all’improvviso. Mi guardano straniti, anche se sono abituati a queste uscite estemporanee. “Mi è tornata in mente la Susi”.

La Susi in realtà si chiamava Veronica e lavorava al bar del Vince, un nostro compagno di scuola che ad un certo punto mollò tutto per andare a lavorare con i genitori. Il Vince teneva sempre un tavolino per noi che potevamo capitare lì ad ogni ora della giornata: mattina o pomeriggio. Arrivavamo e lui ci chiedeva della scuola che aveva lasciato. Se qualcuno di noi saltava le lezioni e gli piombava nel bar alle 8 del mattino, il Vince lo rimproverava con lo sguardo, ma sotto era contento come una pasqua perché gli pareva di essere ancora uno studente. Un giorno il Vince arriva asciugandosi le mani e ci dice ha appena assunto una ragazza bellissima. “Si chiama Veronica, ha un paio di anni più di noi. Questa mi sa che la tengo. In nero, sia chiaro”, disse strizzando l’occhio. Giorgio sta già chiedendo delle tette, quando arriva una biondina minuta con una magliettina a righe a chiedere le ordinazioni. “Cazzo, ma sei la Susi della Settimana Enigmistica – le dice Massimo senza neanche pensarci un secondo.
La Susi della Settimana Enigmistica era il personaggio di un quiz a vignette in cui una ragazzina ye ye rompeva i coglioni agli amici proponendogli giochi di logica al limite dell’impossibile. Peggio della Susi c’era solo un corvo parlante che, saltabeccando da un ramo all’altro, gracchiava frasi sconnesse. Comunque, a parte il quesito che nessuno riusciva mai a svelare, gli amici la Susi probabilmente se la facevano andare bene solo perché era una fighettina mica da ridere, con quel vitino stretto e le tettine a punta. Fosse stata un cesso l’avrebbero presa a calci fino alla Pagina della Sfinge. E Veronica era proprio così: fighettina, con le tette a punta e la vita stretta. Poi quella volta si era messa pure la magliettina a righe, ci credo che Massimo non seppe trattenersi. Da quel momento Veronica divenne Susi e tutti noi saremmo stati pronti a iscriverci a ingegneria pur di rispondere alle sue richieste strampalate. susy-tempo2

“Cos’è ti sei accorto ora, dopo trent’anni, che la Susi ti ha spezzato il cuore?”. “Nooo, non l’avete ancora capito che dopo l’ultimo compleanno gli è partito l’embolo della malinconia?”. “Cazzo, stai diventando peggio di Fabio Fazio: tra un po’ parti a cantare i Cugini di Campagna”. La storia della Susi era durata tutto l’inverno e l’estate successiva. Cioè, lei serviva ai tavoli, chiacchierava, a volte ammiccava, ma la cosa finiva lì. Così il gioco e la curiosità dopo un po’ di tempo finirono. Per noi, ma non per il Vince. Lui con la Susi ci stava fianco a fianco tutto il giorno, tutti i giorni. E la testa un certo punto gli era partita. Una sera erano anche usciti insieme e si erano baciati e per il Vince fu il disastro.
Sono gli sguardi spaesati che mi mettono tristezza. Sono sguardi acquosi e spenti, come se avessero già visto quello che potrebbe accadere ad ogni momento della giornata e non avessero più speranza alcuna. Anche la voce cambia, si fa più flebile, un sussurro a volte. Il vecchio al bancone del bar ha dovuto ordinare due volte il caffè perché il garzone glielo servisse. E ora gira lo zucchero con lentezza, come neanche Eduardo in Napoli Milionaria saprebbe fare. È il tempo che non trascorre e quando lo fa ti ritrovi a guardare mani appassite piene solo di ricordi. Un tempo pensavo che sarei stato bravo a riempire tutte quelle ore vuote che mi sarei trovato a gestire. Adesso ho paura che non basterebbero tutti i libri e i film del mondo a riempire il vuoto dell’abisso che ti si spalanca davanti. E allora cerchi di riempire quell’abisso di ricordi, perché cadendo ti faccia meno male. Perché tu possa smettere di cadere senza fine.
“Mi sono venuti in mente la Susi, il Vince e noi in quegli anni” – dico io, ormai pronto a subire la gragnuola di colpi di ritorno. “Ricorda: nessuno guarisce dalla propria infanzia”, cita Luca con aria saggia. “E chi l’avrebbe detta questa? Alberoni o Morelli?” “Zerocalcare”. “Azzo, massimo rispetto”. “Ho visto il Vince”, interviene Massimo spiazzando tutti.
Il Vince per la la Susi aveva veramente sbroccato: aveva litigato coi genitori e se ne era andato a lavorare per conto suo. Ma aveva fallito in tutto, con la Susi e col lavoro. Un fallimento dopo l’altro, un fallimento a causa dell’altro. A un certo punto se ne erano perse le tracce. Il fratello ci aveva detto che viveva a Modena e aveva aperto un chiosco alla stazione. Poi, alla morte dei genitori era tornato in città. “Ha aperto un bar a G., ci sono capitato per caso due settimane fa”. “A G.! Cazzo ma le sfighe te le vai a cercare. Hanno appena aperto la circonvallazione, ma chi ci passa più da G.?” “Vero, è un po’ come se aprissi un bar a Radiator Spring, ma prima che arrivasse Saetta”. “Dovremmo passare a trovarlo, comunque”. “Non vuole vederci – dice Massimo con un filo di voce – non vuole vedere nessuno del suo passato. E a G. è andato proprio per questo: per ridurre al minimo la probabilità di incontrare qualcuno che lo conoscesse”.
Si comincia così, forse, quando una delusione arriva più forte delle altre. Magari passi una vita a deglutire storto, poi arriva un boccone diverso dagli altri, non più grosso né più amaro, solo diverso, e a quel punto tutto cambia sapore. Sarà successo così alla vecchia in fila? All’uomo del caffè? Al Vince? Sarà successo così anche al corvo?

La terza sigaretta 1 di 2

Era la terza sigaretta che Andrea si fumava quella mattina. Anzi, la seconda e mezza perché una l’aveva interrotta a metà per rispondere al telefonino lasciandola finire al vecchio marocchino che stazionava come ogni giorno nella via. La mattina il vecchio si posizionava di fronte al mini market con le sue cianfrusaglie disposte ordinatamente su un telone cerato, il pomeriggio si spostava di qualche metro vicino al tabaccaio, sperando di spigolare qualche euro dei pochi vinti alle slot machine. Il negozio di pompe funebri dove Andrea lavorava era adiacente la tabaccheria e spesso quando usciva a respirare un po’ d’aria e guardare il passaggio, si trovava a dividere lo spazio col vecchio marocchino. Sapeva che si chiamava Sahid, che aveva più o meno settant’anni e che in Italia ci era arrivato perché la figlia aveva avuto bisogno del suo aiuto. Poi lei un giorno se ne era andata a Trieste a lavorare e lui era rimasto in Piemonte ad aspettare di morire. Non che gli avesse detto proprio così, ma Andrea non si era immaginato che il vecchio potesse avere altri programmi a lunga scadenza.

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Quel giorno era arrivato per primo al negozio. Aveva alzato la saracinesca e scoperto la scritta Sola Andata. Ogni volta che leggeva l’insegna gli prendeva una cosa allo stomaco che non sapeva descrivere: un misto di rabbia e delusione per suo padre che pensava di essere spiritoso e che spesso finiva per essere patetico. La scritta che sarebbe andata a decorare la vetrina del negozio l’aveva annunciata a tutta la famiglia una sera a cena con le lacrime agli occhi per il divertimento. All’inizio quasi non riusciva neppure a dire il nome senza scoppiare a ridere. Si batteva forte la mano su una gamba e tentava di pronunciare il nome. Tra sputi di cibo e un paio di bicchieri andati di traverso, il nome venne presentato. Nello sconcerto di tutta la famiglia. Già la scelta di chiudere il negozio di orologi per aprirne uno di onoranze funebri aveva fatto scuotere la testa più volte a sua moglie, quando poi annunciò il nome e la decisione di offrire funerali low cost il gelo scese pesante. Ma l’uomo non se ne accorse o non se ne curò. E nel giro di poche settimane era pronto a inaugurare la prima agenzia di pompe funebri a basso prezzo Sola Andata. Erano passati due anni dall’apertura e l’agenzia funzionava bene. Anzi, benissimo: il nome piaceva, i prezzi popolari ancora di più. I funerali alla Sola Andata costavano mediamente la metà, bastava risparmiare sul materiale, i fiori e il personale e il gioco era fatto. Il cliente poteva scegliere solamente tra tre tipi di cassa, per i fiori ci doveva pensare da solo e il feretro sarebbe stato trasportato da una sola persona addetta a spingere un lungo carrello in acciaio lucente. L’addetto al trasporto era lui, Andrea, il figlio, che a lavorare col padre ci era finito perché dopo la laurea in filosofia non aveva trovato di meglio di un po’ di ripetizioni private e qualche lavoro stagionale nei ristoranti. Quando suo padre gli chiese di aiutarlo ad avviare l’attività, pensò che qualche soldo in più in tasca gli avrebbero fatto comodo e che comunque quel lavoro non sarebbe durato che qualche mese. La mattina in cui spense la terza sigaretta coincideva esattamente con il diciottesimo mese di lavoro in agenzia.

(1 continua)

L’uomo di Gebelein

La ragazza appese la cornetta e uscì dalla cabina telefonica con un lieve sorriso sul volto. Aveva un vestito leggero corto sopra le ginocchia e un foulard di seta attorno il collo. Tornando verso il tavolino del bar ripose i gettoni che il telefono le aveva restituito nella grande borsa da spiaggia di Gucci.
“È arrivato”, disse all’amica seduta davanti un tè freddo. “Meno di un’ora, da casello a casello. Ha trovato solo un po’ di traffico in tangenziale, ma è arrivato in tempo per la riunione. Ero preoccupata non ce la facesse”.
“Figurati – disse l’amica – con quel macchinone che si è comperato e visto come guida veloce…”
“Perché ha guidato male quando siamo venuti al mare?”
“No, dico solo che fila come un matto. Anche Gianni gliel’ha detto”
“A dire il vero Gianni ha fatto solo delle gran battute sui soldi di Andrea. Sembrava gli desse fastidio la cosa”
“Ma no, lo sai, è fatto così. Scherza su tutto. È ironico…”
“Ironico… Maleducato, direi. Anche Andrea in camera ieri sera mi diceva che non gli erano piaciute tutte quelle battute sul suo lavoro, sulle riunioni. A volte sembra invidioso degli altri. E, ti devo dire la verità, a volte mi fa anche un po’ spavento. Tutti questi cambi di umore improvvisi… Non è che ti mette le mani addosso…?”
“Ma sei scema? Cosa stai dicendo? Gianni?…”
“Sai dopo che uno è stato in prigione…”
“Si ma cosa c’entra sta cosa. In prigione c’è finito mica per colpa sua. La droga la teneva in casa lui, ma era del suo compagno di stanza. Poi è successo quel che è successo e in carcere c’è finito lui”.
“Per me è strano. Sta un sacco di tempo in silenzio, guardando da un altra parte. Poi improvvisamente esce con delle cattiverie gratuite. Dai, ieri sera a cena la battuta sul conto se la poteva anche risparmiare…  E poi quel cappello che porta sempre in testa. Non lo ha levato neanche a tavola… Sicura che non mi devo preoccupare?”
“Sicura… La cosa del cappello gliel’ho detta pure io. Ma dice che lo tranquillizza… Sai che è proprio bella la tua nuova borsa? Ne ordiniamo un altro?”
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Le due ragazze sedevano a un tavolino del bar dello stabilimento balneare più bello di Varazze. Era una vecchia gloriosa struttura che negli anni Settanta faceva anche da dancing e sala concerti. Aveva della ampie vetrate che si affacciavano sul litorale e due file di cabine bianche e azzurre sulla spiaggia. Quel giorno di giugno il cielo era coperto e le due ragazze avevano deciso di non scendere al mare e rimanere a trascorrere il pomeriggio al bar. Con un gesto sicuro una chiamò il cameriere e ordinò due nuovi tè freddi in attesa di arrivare al momento dell’aperitivo. Allo stabilimento ne preparavano uno buonissimo al Campari che stava spopolando in quell’estate dei primi anni Ottanta.
“Sembri mia madre, anche lei continua a chiedermi se Gianni è normale”.
“E ha ragione. Tre anni in prigione non possono non lasciare degli strascichi”
“Ma è Gianni… Lo conoscevi anche tu prima… È lo stesso che studiava Medicina…”
“… e che adesso ha lasciato”.
“Mi ha detto che riprende. Mi ha detto che ha intenzione di rimettersi a studiare”
“Sono sei mesi che è uscito e non ha ancora fatto nulla. Come passa le giornate? Tu lo sai?”
“Sta molto in casa… Legge…”
“… sempre col cappello in testa… Se c’è qualcosa che non va devi dirmelo. Sono tua amica. E l’amore, lo fate?”
“Dai…, comunque poco… quasi mai…”
“…ecco, e in più l’hai aspettato per tutto questo tempo. Io non ci sarei mai riuscita. E dire che non ti mancavano i ragazzi. Quell’amico di Andrea, quello della Bocconi… Filippo… L’hai più sentito?”
“Ma che discorsi sono? Gianni ha bisogno di me. E con Filippo ci sono uscita un paio di volte più per far contenta te e mia madre. A proposito, vado a darle uno squillo di telefono così non si preoccupa”.
La ragazza si dirige verso la cabina, cerca nella borsa qualche gettone che inserisce nella fessura.
“Sì mamma, sono io… Tutto bene… Oggi non è una bella giornata… Sì anche qui il cielo è coperto e con Adriana siamo rimaste al bar a chiacchierare… Gianni? In giro… No, Andrea è dovuto tornare a Milano improvvisamente per una riunione di lavoro. Dovrebbe essere ancora qui domani… No, non ti preoccupare… con Gianni va bene… no, il cappello non lo ha tolto… Ma no mamma! … Credi che non te lo avrei mai detto? Ha bisogno di riprendersi… Sì, sì gliel’ho detta ancora la cosa dell’Università. Mi ha promesso che torna a studiare… No, non l’ho ancora messo il vestito di Chanel. Magari domani sera quando c’è anche Andrea andiamo a mangiare da Tosco… Ha rinnovato i tavoli, dovresti vedere che eleganza… Sì gli dirò del cappello… Nella via lungo il Teiro hanno aperto due nuovi negozi di vestiti… Ho visto un foulard di Hermes meraviglioso… Il segnale, mamma, sto finendo i gettoni. A domani… Dai smettila di preoccuparti di Gianni…”.
Sul tavolo intanto erano arrivati i due aperitivi rossi, guarniti con una fetta d’arancia infilzata nel bicchiere e intorno tante piccole ciotole con arachidi, patatine fritte e olive.
“Mi piace da impazzire – dice la ragazza seduta – magari ce ne facciamo un paio prima di cena. A proposito dove ceniamo stasera? Andiamo a Celle da Carlo?”
“Aspettiamo Gianni e decidiamo con lui, no?”
Con un solo sorso la ragazza beve mezzo bicchiere. Lo posa sul tavolo e guarda l’amica dal basso in alto.
“Aspettiamolo quanto vuoi, ma secondo me non torna”.
“Perché dici così?”
Altro lungo sorso.
“Potrebbe essersi messo nei guai. È tutto il giorno che non lo vediamo. In prigione, cazzo, è stato in prigione. E non tre mesi. Tre anni. Tre anni… Io ne ordino un altro. Magari nel frattempo Gianni  torna… quello di prima”.
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Si trovano al parco quasi tutti i pomeriggi. È il loro appuntamento fisso. Si siedono nella stessa panchina e fumano una sigaretta mentre le bambine giocano con scivoli e altalene. Sono state assunte per l’estate per badare ai figli di due famiglie ricche milanesi e sperano di essere riconfermate anche per il resto dell’anno al momento del ritorno. Le due ragazze sono salite al nord da Isernia a cercare lavoro e questa è la loro prima occupazione. Quei momenti il pomeriggio se li godono raccontandosi cose del loro fresco passato, sentendosi così meno sole.
“Carmen posso andare alla fontanella?”
La ragazza nasconde in fretta la sigaretta alla vista della bambina e quasi senza nemmeno voltarsi le risponde che va bene. Basta non che non si allontani troppo. Il parco non è grande, ma è irregolare perché scivola intorno un campo da minigolf e dentro i giardini di un vecchio albergo dismesso. La bambina percorre il sentiero verso la fontanella di acqua fresca: le piace tappare col dito il rubinetto e aspettare che la pressione glielo spinga fuori, bagnando tutto intorno. Lungo la stradina si ferma a guardare un bruco peloso che si muove sinuoso sulla terra, poi prende un bastoncino e solleva il bruco guardandolo muovere i millepiedi sospeso. Ride, lo appoggia sull’erba aspettando che scompaia nel verde, poi alza la testa e vede la sua fontanella ma anche un signore che legge un libro seduto sulla panchina di fianco.
“Sei una pecora?”
L’uomo alza gli occhi dal libro e di fronte c’è una bambina con la frangetta rossa che lo guarda curioso.
“Una pecora?”
“Hai le orecchie da pecora”
L’uomo si porta una mano alla testa e tocca il cappello, quasi a ricordarsi che lo stesse indossando. È un vecchio cappello di tweed con un lungo paraorecchie calato.
“Ha già – dice sorridendo – Sì, sono una pecora, ma di quelle furbe: so leggere e parlare. La maggiorparte non lo sa fare mica, sai?”
“Non mangi l’erba?”
“Ho finito da un pezzo. Ho mangiato quasi tutto quello che c’era qui intorno. Poi ho bevuto alla fontanella e mi sono seduto a riposare un po’. E tu cosa sei?”
“Una bambina”
“Non è vero, tutte le bambine a quest’ora sono al mare a giocare sulla sulla spiaggia o a fare il bagno. Dai, cosa sei davvero?”
“Una bambina e al mare vado solo quando arriva mamma. Carmen non ha il permesso di portami”
“Dimostramelo che sei una bambina”
La piccola si fruga nelle tasche e poi estrae dei pupazzetti rosa
“Le ho trovate negli ovetti. Sono rosa. Solo le bambine li hanno. A me piace la principessa che dorme” e gli mostra una figura con lunghi capelli distesa supina con le mani giunte sotto una guancia.
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Lo chiamano Ginger per via dei capelli stopposi rossi che ancora gli escono dal cranio dopo più di cinquemila anni. Lo trovarono nel deserto del Gebelein, in Egitto, agli inizi del secolo e ancora oggi è la mummia più antica mai ritrovata. La più antica tra le mummie naturali. L’uomo di Gebelein era una persona qualunque, un giovane mercante, forse, che mentre attraversava il deserto venne sorpreso da una tempesta di sabbia. Si riparò tra i massi, si addormentò e non si risvegliò mai più. Non che avesse delle aspettative di vita altissime e neppure grandi obiettivi, se non quelli di un giovane popolano del 3500 prima di Cristo. Ma morire così proprio non se lo aspettava. Il suo corpo venne ritrovato dagli archeologi nel 1900 nella stessa posizione in cui si era addormentato per sempre: rannicchiato su se stesso e con le mani sotto una guancia a fargli da cuscino. Venne spostato dal suo deserto e portato a dormire al British Museum di Londra dentro una teca trasparente e sotto gli occhi di migliaia di visitatori ogni giorno.
“Mi credi adesso?”, disse la piccola.
Un uomo qualunque, morto per caso, diventato suo malgrado un protagonista. Non aveva mai creduto che dopo la morte ci potesse essere qualcos’altro. Non credeva negli aldilà di alcuna specie. Pensava alla morte piuttosto come una tregua. Ci aveva pensato durante il periodo in cui era stato in carcere, prima di allora mai.
“Non parli più?”.
“Noi uomini pecora non parliamo: beliamo. Beeeeh, a cosa vorresti giocare?”
“Ma non sei un bambino. Ti piace giocare?”
“Vuoi venire a brucare con me? Andiamo la in fondo, dietro quegli alberi. Mi hanno detto che c’è dell’erba buonissima, verde, verde. E vicino un fontanella con l’acqua che sa di gazzosa”.
La bambina si guardò i piedini, poi voltò lo sguardo a cercare la tata che, di schiena continuava a parlare fitta con l’amica.
“Mangi anche i bruchi?”
“Noooo, i bruchi sono miei amici. Solo l’erba. E solo quella verde. E tu?”
“No io mangio le carote. A me le cose verdi non piacciono”
“Sai fare il verso della carota? E’ un verso segreto. Non so se posso dirtelo, poi tu vai a spifferarlo a Carmen”.
“Non faccio la spia, io”, disse la bambina indossando uno sguardo duro che l’uomo proprio non si aspettava.
“Allora andiamo. Ci nascondiamo dietro quella siepe e t’insegno il verso della carota così, mentre io bruco, magari qualche carotina arriva e mangi anche tu”.
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Un fioco sole estivo filtrava tra le foglie di un vecchio ippocastano proiettando sul selciato ombre frastagliate. Quella dell’uomo col cappello sembrava davvero il profilo di una pecora, quella della bambina la faceva apparire più grande di quanto non fosse. Bastò che i due facessero pochi passi e la luce già cambiava, facendo svanire l’ombra della piccola e ingigantendo quella dell’uomo. Quando i due arrivarono vicino al grande cespuglio entrambe le ombre erano scomparse, cancellate da una nuvola grigia che per un attimo andò a coprire il sole.
“Non ci vede nessuno qui”, disse piano la bambina.
“Non ci deve vedere nessuno, altrimenti non riusciamo a fare la merenda di erbetta e carote”, rispose altrettanto piano l’uomo.
I due si erano accucciati a terra e messi quatto zampe. L’erba era morbida, pensò l’uomo. Sarebbe bello stendersi e dormire, magari per sempre come quell’uomo preistorico. Soli dentro se stessi.
“Allora? Non bruchi?”, disse la bambina alzando appena la voce.
“No, prima ti insegno il verso della carota. Allora, dammi le manine. Ecco. Mettile così, come se stessi dicendo le preghierine la sera. Lasciale solo un poco staccate in mezzo e appoggiaci le labbra.”
“Così?”
“Perfetto. Adesso soffia dentro e comincia a fare crocrocrocro”
“Crocrocrocrocorcorcor”
Dalla tasca l’uomo leva delle caramelle arancioni e le lascia cadere davanti la bambina senza farsi vedere.
“Crocrocrocrocrocro”
“Brava! Ci sei riuscita! Sono arrivate le carotine”
La bambina guarda a terra e poi alza lo sguardo sull’uomo. Lo stesso sguardo serio di un attimo prima.
“Le hai messe tu”
“Ma va… Io stavo brucando, come avrei fatto…”
Sospettosa, la bambina prende una caramella in mano e comincia a scartarla. L’annusa e poi la mette delicatamente in bocca.
“Buona! E’ veramente una carota!”
Il sole li sorprende mentre la bambina sugge la caramella gustandosela e l’uomo si è messo a sedere e un sorriso gli è tornato a illuminare il volto, allontanando per un attimo l’ombra buia che da tempo gli aveva spento lo sguardo.
“Dai, su – dice l’uomo – E’ ora di tornare da Carmen, altrimenti finisce che si preoccupa”
La bambina si alza e esce dal cespuglio correndo verso la ragazza.
“Carmen, Carmen… Ho delle carote dolci… Me le ha date l’uomo pecora”
La ragazza si gira, vede la bambina sorridente correrle incontro e sente di nuovo tornare a battere il cuore che, per un attimo alle parole della bambina, si era fermato di fronte al pericolo che velocemente le era balenato in testa.
“Io e l’uomo pecora siamo andati alla fontana di gazzosa e poi ho fatto il verso della carota crocrocrocrocrocro e le carote sono arrivate e poi volevo brucare ma era troppo tardi. E’ vero uomo pecora?”, dice la bambina di fretta girandosi indietro senza trovare nessuno.
Carmen guarda oltre la bambina e prega Gesù e tutti i santi che hanno fatto il miracolo, mentre una lacrima le si forma all’angolo dell’occhio destro.

E’ notte fonda quando l’uomo decide di tornare in albergo. Ha camminato a lungo scegliendo le vie meno battute e cercando di evitare le compagnie chiassose che siedono nelle piazzette tirando tardi. Ha camminato sul lungomare deserto vedendo chiudere le gelaterie e si è fermato a guardare lo scuro del mare di notte. Ha respirato forte l’aria, poi quando l’aria ha cominciato a diventare più fresca si è calcato il cappello in testa e ha deciso di tornare.
Apre piano la porta della stanza per non svegliare la ragazza che dorme. Nella stanza i vestiti sono  piegati ordinatamente e un profumo dolce si mescola con quello alcolico del respiro pesante della donna. Si ferma in mezzo alla stanza a guardare la scena. A cercare di capire se c’entra qualcosa con tutto ciò. Poi si volta, apre la finestra e si getta giù.

(omaggio a Salinger)

L’uomo di Gebelein 5 di 5

Un fioco sole estivo filtrava tra le foglie di un vecchio ippocastano proiettando sul selciato ombre frastagliate. Quella dell’uomo col cappello sembrava davvero il profilo di una pecora, quella della bambina la faceva apparire più grande di quanto non fosse. Bastò che i due facessero pochi passi e la luce già cambiava, facendo svanire l’ombra della piccola e ingigantendo quella dell’uomo. Quando i due arrivarono vicino al grande cespuglio entrambe le ombre erano scomparse, cancellate da una nuvola grigia che per un attimo andò a coprire il sole.
“Non ci vede nessuno qui”, disse piano la bambina.
“Non ci deve vedere nessuno, altrimenti non riusciamo a fare la merenda di erbetta e carote”, rispose altrettanto piano l’uomo.
I due si erano accucciati a terra e messi quatto zampe. L’erba era morbida, pensò l’uomo. Sarebbe bello stendersi e dormire, magari per sempre come quell’uomo preistorico. Soli dentro se stessi.
“Allora? Non bruchi?”, disse la bambina alzando appena la voce.
“No, prima ti insegno il verso della carota. Allora, dammi le manine. Ecco. Mettile così, come se stessi dicendo le preghierine la sera. Lasciale solo un poco staccate in mezzo e appoggiaci le labbra.”
“Così?”
“Perfetto. Adesso soffia dentro e comincia a fare crocrocrocro
“Crocrocrocrocorcorcor”
Dalla tasca l’uomo leva delle caramelle arancioni e le lascia cadere davanti la bambina senza farsi vedere.
“Crocrocrocrocrocro”
“Brava! Ci sei riuscita! Sono arrivate le carotine”
La bambina guarda a terra e poi alza lo sguardo sull’uomo. Lo stesso sguardo serio di un attimo prima.
“Le hai messe tu”
“Ma va… Io stavo brucando, come avrei fatto…”
Sospettosa, la bambina prende una caramella in mano e comincia a scartarla. L’annusa e poi la mette delicatamente in bocca.
“Buona! E’ veramente una carota!”

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Il sole li sorprende mentre la bambina sugge la caramella gustandosela e l’uomo si è messo a sedere e un sorriso gli è tornato a illuminare il volto, allontanando per un attimo l’ombra buia che da tempo gli aveva spento lo sguardo.
“Dai, su – dice l’uomo – E’ ora di tornare da Carmen, altrimenti finisce che si preoccupa”
La bambina si alza e esce dal cespuglio correndo verso la ragazza.
“Carmen, Carmen… Ho delle carote dolci… Me le ha date l’uomo pecora”
La ragazza si gira, vede la bambina sorridente correrle incontro e sente di nuovo tornare a battere il cuore che, per un attimo alle parole della bambina, si era fermato di fronte al pericolo che velocemente le era balenato in testa.
“Io e l’uomo pecora siamo andati alla fontana di gazzosa e poi ho fatto il verso della carota crocrocrocrocrocro e le carote sono arrivate e poi volevo brucare ma era troppo tardi. E’ vero uomo pecora?”, dice la bambina di fretta girandosi indietro senza trovare nessuno.
Carmen guarda oltre la bambina e prega Gesù e tutti i santi che hanno fatto il miracolo, mentre una lacrima le si forma all’angolo dell’occhio destro.

E’ notte fonda quando l’uomo decide di tornare in albergo. Ha camminato a lungo scegliendo le vie meno battute e cercando di evitare le compagnie chiassose che siedono nelle piazzette tirando tardi. Ha camminato sul lungomare deserto vedendo chiudere le gelaterie e si è fermato a guardare lo scuro del mare di notte. Ha respirato forte l’aria, poi quando l’aria ha cominciato a diventare più fresca si è calcato il cappello in testa e ha deciso di tornare.
Apre piano la porta della stanza per non svegliare la ragazza che dorme. Nella stanza i vestiti sono  piegati ordinatamente e un profumo dolce si mescola con quello alcolico del respiro pesante della donna. Si ferma in mezzo alla stanza a guardare la scena. A cercare di capire se c’entra qualcosa con tutto ciò. Poi si volta, apre la finestra e si getta giù.

FINE

OMAGGIO A SALINGER