Due piccoli italiani

La diversità si presenta in tanti modi, anche sotto forma di un’amicizia quantomeno eccentrica. Salvatore e Felice sono ricoverai in una casa di cura mentale da anni: il primo, addetto alle pulizie, vive una sessualità repressa nascondendola dietro improvvisi scatti d’ira; il secondo, tenero mattocchio di paese, è alla perenne ricerca della madre che, a detta sua, l’avrebbe abbandonato da piccolo per continuare la sua carriera di cantante in Olanda. La madre di Felice è nella sua fantasia fanciullesca l’Olandesina della pubblicità della Mira Lanza (quella che affiancava il pulcino Calimero, per intenderci) e l’uomo vorrebbe raggiungerla un giorno in Olanda per poterla riabbracciare. L’occasione per scappare dalla casa di cura avviene la notte in cui Salvatore, in preda a un eccesso d’ira, ferisce due infermieri e, per non essere catturato, si rifugia insieme a Felice su un pullman di ultrà olandesi di ritorno a Rotterdam. Raggiunta l’Olanda i due si imbattono in Anke e nella generosità di tanti sconosciuti che si stringeranno attorno ai nostri due piccoli italiani aiutandoli a superare le loro insicurezze.

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“Il viaggio che i due protagonisti intraprendono rappresenta la necessità di reagire alle difficoltà – racconta il regista e interprete Paolo Sassanelli – aprendo una porta e uscendo di casa alla ricerca della felicità. E le scoperte di situazioni, realtà e persone inaspettate che li travolgono e insegnano loro il senso della vita, dell’amore e della gioia, dell’emozione è il senso del viaggio di Salvatore e Felice”.
Due piccoli italiani di Paolo Sassanelli, regista e attore teatrale di successo, è un filmino tenero, coraggioso ma fragile come i due protagonisti. La trama strutturata a road movie, come spesso accade, nasconde nello spostamento continuo dei buchi di sceneggiatura, compensati però dal tratteggio di personaggi di carattere, tra i protagonisti e i comprimari. E non è poco, perché in un film che fa della dolcezza e della tenerezza la sua qualità principale, disegnare dei personaggi col cuore grande significa aver colto nel segno. L’interpretazione di Sassanelli e di Francesco Colella (Piuma), altro splendido attore di teatro uscito dalla scuola di Ronconi, poi fa il resto. E a quel punto la storia può andare anche a farsi benedire.

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The Strangers – Pray at night

Un film di paura funziona quando fa paura. Lo so che detta così sembra la più banale delle banalità, ma quanti sono gli esempi di thriller, horror o splatter che più che brividi, scatenano sbadigli? Ecco, The Strangers-pray at night fa paura. Oltre quello niente di più, ma il minimo sindacale richiesto lo porta a casa. Se ci mettessimo ad analizzare trama, dialoghi e recitazione potremmo già chiudere qui la recensione, ma se ripensiamo all’inquietudine e al lieve stato d’ansia che ci ha accompagnati durante la (grazieaddio) breve cronaca di un massacro annunciato, allora qualche merito al film dobbiamo riconoscerlo.

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Kinsey è un’adolescente ribelle e problematica, come siamo ben abituati a conoscere nei film americani. A scuola ha più di un problema e i genitori, dopo l’ennesima sospensione, decidono che è ora di cambiare aria e college. Insieme col fratello Luke partono con la roulotte approfittando del viaggio per fermarsi a salutare i parenti che vivono in un camping. Pessima idea. Perché il campeggio è stato preso di mira da tre psicopatici mascherati che, senza motivo, uccidono uno dopo l’altro che si trovi all’interno dell’area.

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“Perché lo fate?” – chiede Luke a uno degli assassini durante un combattimento “Perché no” è la laconica risposta. E The Strangers- pray at night potrebbe essere riassunto in questa affermazione: essenziale, acuminata e letale. Il film è ispirato a The Strangers, l’inatteso successo di Bryan Bertino uscito nel 2010, e come nell’originale i personaggi finiscono per essere semplici pedine di un gioco al massacro gestito da tre antagonisti mascherati che perseguitano senza una ragione le loro vittime. “In questo film – ha dichiarato il regista Johannes Roberts – non volevo fare affidamento sui salti di paura per far reagire il pubblico. Questo è più un film sullo sgomento e la paura”.

L’atelier

E’ il potere salvifico della cultura (in questo caso della scrittura) una delle poche speranze alla quale possiamo aggrapparci oggi. “I giovani oggi devono trovare il proprio posto in un mondo che ha per loro una scarsa considerazione, la sensazione di non aver nessun controllo sulle cose e tanto meno sulle proprie vite – sostiene Laurent Cantet, regista de L’atelier – Ma soprattutto sono costretti a confrontarsi con una società violenta e lacerata da terribili questioni politiche e sociali, come l’instabilità economica, il terrorismo o l’affermazione dell’estrema destra”. Allora per uscirne, bisogna fare affidamento alla forza della bellezza e della rinascita intellettuale.

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Olivia Dejazet, affermata scrittrice di romanzi gialli, decide di accettare l’incarico di guidare un’atelier di scrittura creativa a La Ciotat, città al sud della Francia, ex ricco cantiere navale e ora in piena crisi economica. Tra i giovani partecipanti al laboratorio, Antoine è di sicuro quello più di talento, anche se è il carattere introverso e aggressivo a prevalere sulle sue qualità letterarie. Spesso il giovane si trova a scontrarsi con gli altri per questioni politiche e razziali e la tensione nel gruppo è sempre più palpabile. Olivia guida e dirige il gruppo cercando di smorzare i toni e sedale le provocazioni ma, nel momento in cui pensa di aver acquistato sicurezza sul gruppo e Antoine in particolare, la situazione le sfugge di mano aprendo la possibilità di un inquietante epilogo.

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L’Atelier, scritto a quattro mani dal regista insieme a Robin Campillo (autore del recente 120 battiti al minuto), riporta Cantet in Francia, dopo la breve deviazione statunitense di Foxfire, ragazze cattive, ma soprattutto permette all’autore di continuare il suo discorso sulle nuove generazioni e i conflitti politici che, loro malgrado, le coinvolgono. Un tempo era la lotta operaia a dettare le azioni degli uomini, oggi è lo sconcerto per il vuoto pneumatico di aspettative e sogni a segnare l’immobilità. E Cantet è bravo a descriverla con le tante parole che i ragazzi si scambiano sotto l’occhio attento dell’adulto nel laboratorio di scrittura. Ma Cantet è bravo soprattutto a non lasciarsi andare allo sconforto e lanciare un messaggio di speranza che apra l’orizzonte chiuso di una generazione depressa.

La truffa dei Logan

È sempre piaciuto a Steven Soderbergh viaggiare a due velocità: una più lenta e riflessiva, che gli ha permesso di realizzare film importanti come Traffic, e una più brillante e scanzonata che ha caratterizzato lavori come Ocean’s 11 e Magic Mike in cui il divertimento del regista pare prevalere su tutto il resto. Ciò non vuole esser un giudizio di merito sulla qualità artistica dei prodotti, perché non sempre all’impegno culturale del film corrispondeva un’uguale qualità (pensiamo per esempio alla noia totale del remake di un seriosissimo Solaris), ma solo la constatazione che all’interno dello stesso artista albergano due anime ben distinte. Quest’ultimo La truffa dei Logan appartiene alla seconda categoria, quella cialtrona e leggera tutta inseguimenti, colpi di scena e personaggi abbozzati ma con la straordinaria capacità, solo apparentemente semplice di saper intrattenere e divertire il pubblico.

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I fratelli Jimmy e Clyde Logan sono due talenti sfortunati: il primo con una carriera davanti a se nel mondo del football si trova ora con un ginocchio sfasciato, con un matrimonio fallito e senza lavoro; il secondo invece senza un arto, perso in combattimento nell’esercito, e con un piccolo bar da gestire. “E’ la sfortuna dei Logan”, sostiene Clyde. Una sfortuna con gli occhi ben aperti e la mira precisa e chirurgica a colpire i membri della famiglia, sia quelli del passato che naturalmente del presente. Ma Jimmy alla sfortuna non ci crede e decide di sfidarla organizzando una rapina per svoltare definitivamente e sistemare tutta la famiglia. Il luogo è il circuito della Charlotte Motor Speedway, il momento giusto quella della leggendaria gara di auto Coca Cola 600: il momento di massima affluenza del pubblico e quindi con l’incasso maggiore. Per realizzare il colpo però i due fratelli devono affidarsi all’aiuto di un esperto di esplosioni, Joe Bang, numero uno nel suo campo, ma al momento in prigione. Un particolare risolvibile, se di mezzo non si mettesse la leggendaria sfortuna dei Logan.

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E’ un bel pasticcio divertente La truffa dei Logan con una storia ben architettata capace, come Ocean’s 11, di continuare a raccontarsi anche quando tutto pare terminato. In effetti la struttura base è simile a quella della fortunata con Clooney, ciò che cambia è l’ambientazione: se là era Las Vegas dei sogni, qui è la più pratica Virginia: terra in cui i sogni hanno le mani sporche di grasso e la puzza di gasolio. E come Ocean’s 11 anche gli attori paiono essere i primi a divertirsi e a trasmettere il buonumore: da Channing Tatum (Magic Mike) nei panni di Jimmy, la testa pensante, a Daniel Craig (007), inaspettatamente comico nel ruolo di Joe Bang.

Famiglia allargata

“Il film è nato da un’esperienza che ho vissuto in prima persona – racconta il regista Emmanuel Gillibert, tanta pubblicità nel suo passato e un cortometraggio di successo – Di fatto, da essere uno scapolo incallito mi sono ritrovato a vivere con una persona che aveva due figli e quindi dall’oggi al domani mi sono trovato catapultato nella dimensione della vita di famiglia”.

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In effetti, la stessa situazione accade a Antoine, pubblicitario di successo, sigle impenitente, amante delle feste, delle ore piccole e delle donne che improvvisamente viene lasciato da Thomas, suo compagno di casa (una bella casa parigina con affaccio sulla Torre Effeil) e di bagordi perché trasferito negli Stati Uniti. Thomas, per non togliere dai guai l’amico gli trova un nuovo compagno che in realtà è Jeanne, una giovane donna dagli occhi azzurri e due figli piccoli appresso: Theo di otto anni e Lou di 5. Da quel momento la vita di Antoine non sarà più la stessa: i festini a base di sesso e droghe verranno sostituiti da scatenate feste di compleanno e lo sport in televisione dai cartoni animati. Una nuova vita, non necessariamente peggiore di quella precedente, ma sicuramente diversa e difficile da accettare. Almeno, all’inizio.
“Volevo che Antoine fosse un antieroe che evolvesse verso una dimensione di vita familare e che Jeanne fosse una madre forte e insieme tenera, una Wonder Woman che provvede a tutto ma che al tempo stesso avesse le sue debolezze – continua il regista Gillibert – E la sera, quando finalmente si ferma perché i bambini dormono, prende coscienza che sta mettendo da parte la sua vita di donna”.
Famiglia allargata è un’innocua commedia che guarda allo stesso tempo alla società odierna e al suo passato. Le figure di Antoine e Jeanne vero che interpretano bene gli stereotipi del moderno adulto che stenta a crescere e della donna indipendente che riesce ad affermarsi anche lontano da una figura maschile, ma allo stesso tempo rappresentano gli archetipi della commedia umana da sempre rappresentata a teatro e al cinema. Tra qualche gag riuscita, qualche passaggio a vuoto e troppa prevedibilità in una scrittura che si sente uscita da più mani, Famiglia allargata si lascia vedere placidamente senza farti pentire di aver trascorso con lei un paio di ore.

Abracadabra

Spiazzante. Il nuovo film di Pablo Berger (Biancanieves), proprio come un gioco di magia, non è mai quello che pensi possa essere. Parte come una commedia, per diventare un horror e finire come un melodramma sorprendendo lo spettatore e togliendogli ogni punto di riferimento. Eppure, malgrado il cambio di toni e generi Abracadabra risulta un bel film con un corpo unico e un bel l’esempio d’autore.
Carmen vive alla periferia con il marito Carlos, distratto e burbero. Un giorno però le loro vite cambieranno: alla festa di nozze di un parente Carlos, seppure scettico, decide di fare da cavia per lo spettacolo di ipnosi di Pepe, cugino di Carmen e da sempre innamorato della donna. L’esperimento pare un fallimento, in realtà la mattina seguente Carlos appare trasformato in meglio: dolce, affettuoso, premuroso. In effetti l’uomo è stato posseduto dallo spirito di un uomo vissuto anni prima e con un terribile passato alle spalle. A questo punto Carmen dovrà decidere se tenersi il nuovo marito o andare alla scoperta del passato dell’uomo che ora lo possiede.

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Divertente, amaro è mai banale Abracadabra è un bel l’esempio di cinema spagnolo cresciuto sotto l’ala di Pedro Almodovar, ma dalla quale ha saputo affrancarsi e trovare vita propria.
Bravi gli attori con Maribel Verdú (Y tu mama tambien) perfetta interprete di una donna ai bordi della depressione, ma forte e mai doma, capace di riscattare se stessa e tutto il genere femminile nei confronti di maschi infantili (Antonio de La Torre nei panni di Carlos), o timidi sognatori apparentemente innocui come Pepe (José Mota).

Dogman

Ogni azione che compiamo, ogni sì o no che diciamo, ogni nostra scelta anche la più apparentemente innocua ha una ripercussione sugli altri. L’uomo vive in un domino infinito dove ogni suo movimento è frutto di un movimento precedente e causa di uno immediatamente successivo. Così nessuno può dichiararsi innocente, tutti abbiamo un senso, una ragione d’essere, una responsabilità.

Marcello vive alla periferia di Roma, gestisce un piccolo e scalcinato negozio di toelettatura per cani, ha un matrimonio fallito alle spalle e una figlia, Alida, che adora. Marcello è un buono, uno contento di arrivare secondo a un concorso e riconoscere che quello che lo ha preceduto era effettivamente migliore di lui. È un uomo mite, capace di destreggiarsi in un mondo troppo violento, crudele e sopraffattore grazie a uno sguardo dolce e alla fiducia nel prossimo. Ma la fiducia, si sa, è un bene fragile.

Marcello si fida di Simone, un ex pugile cocainomane che nel quartiere scorrazza indisturbato, e lo asseconda: un po’ per paura di contraddirlo, un po’ perché veramente lo considera suo amico. O almeno lo spera. Marcello è abituato a trattare con i cani e quelli sono riconoscenti. Simone no. L’uomo lo sfrutta, lo blandisce, lo vessa in tutti i modi e quando lo convince a tradire gli altri amici del quartiere organizzando un furto al Compro Oro confinante il suo negozio, Marcello capisce che la misura è colma. Si assume la colpa del furto, finisce in carcere e, uscito, medita la sua vendetta. Che più che tale è il tentativo di una rivalsa, un riscatto anche agli occhi del quartiere che dopo il fatto lo aveva allontanato e bandito. Ma anche questo finisce per rivelarsi un’illusione.

L’ultimo film di Matteo Garrone Dogman è un capolavoro del nostro cinema che conferma la grandezza di un regista capace di mantenere sempre sempre alto il livello del suo lavoro. Il segno dell’autore è sempre ben riconoscibile, sia nella scelta di un paesaggio urbano diviso tra la periferia più squallida e natura vitale e selvaggia, sia nei rapporti umani descritti in modo accurato e mai banale. Sia soprattutto nelle scelta degli attori, volti che raccontano una storia nei loro tratti somatici e sono a loro volta un altro film nel film: Marcello, interpretato da Marcello Fonte (Io sono tempesta), ritratto della dignità semplice di un’Italia del passato, e Simone, un Edoardo Pesce (Romanzo criminale in tv) irriconoscibile nel trucco, corpo prepotente e arrogante simbolo dell’Italia dei nostri giorni.

Dogman è un film indispensabile, capace di fondere poesia e violenza (una per tutte la scena in cui i cani assistono attoniti alla crudeltà umana) con un equilibrio, una grazia e un talento unici nelcinema mondiale.