Tre Manifesti a Ebbing, Missouri

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh con Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell

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A volte basta un’idea semplice a scatenare una rivoluzione. L’idea arriva all’improvviso un giorno a Mildred Hayes sulla strada di casa vedendo forse per la prima volta tre grandi cartelloni pubblicitari abbandonati e in disuso da anni. La strada, dopo l’apertura di una via più rapida, è stata lentamente dimenticata ma per Mildred quella strada rappresenta la disperazione che sta vivendo: perché proprio su quella strada sette mesi prima la figlia è stata violentata, uccisa e data alle fiamme. Sette lunghi mesi in cui la polizia locale non è riuscita a scoprire un bel niente e ha finito per abbandonare le indagini. Allora, ecco l’idea di affittare i tre cartelloni e piazzarci sopra tre semplici domande al capo della polizia William Willoughby: perché ancora niente dopo così tanti mesi?

L’azione, apparentemente innocua, scatena invece la reazione scomposta prima dell’ottusa polizia locale, poi di tutta la comunità sconvolta a sua volta da una simile azione. L’unico che pare comprendere la mossa di Mildred è il diretto interessato delle accuse Willoughby, ma l’uomo ha poco tempo a disposizione perché gravemente malato di cancro e l’unico che potrebbe effettivamente portare a termine le indagini è il suo vice Dixon, un bambinone mai cresciuto ottuso e violento.

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Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, vincitore di quattro meritatissimi Golden Globe (film, sceneggiatura, Frances McDormand come attrice e Sam Rockwell come attore non protagonista) è un intensissimo film difficile da catalogare in un genere preciso, potendo essere indifferentemente un thriller anomalo, una commedia nera o un dramma classico. Ciò di cui non si può avere dubbi è che il film di Martin McDonagh (In Bruges) sia un grandissimo film, scritto benissimo e recitato magnificamente da un gruppo di attori perfetti. E non solamente dai due giustamente premiati.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, pur nella sua dimensione al limite del grottesco, è anche una una storia attualissima che sceglie di allontanarsi dalle grandi città e andare ai margini per raccontare (e forse comprendere) il cuore nero degli Stati Uniti. Che avrà anche il volto di Trump, ma pure il coraggio di Mildred o la lealtà di William Willoughby.

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Corpo e anima

E’ bello sapere che l’amore al cinema può essere raccontato ancora in modi che non aspetti. E’ bello per l’amore ed è bello per il cinema. La storia che l’ungherese Ildikò Enyedi racconta in Corpo e anima è quello di due persone che l’amore o l’hanno perso o non l’hanno proprio conosciuto. Endre è il direttore finanziario di un macello di Budapest, viaggia sulla sessantina e nella sua vita ha amato un sacco di donne. Ora non più. Ora vive solo in un appartamento che solo un maschio solo potrebbe vivere. Ogni tanto riceve la visita della figlia e quella di un’amate – la moglie di un suo collega al lavoro. Maria in quel macello vi è appena arrivata. E’ la nuova addetta al controllo qualità delle carni. Maria ha trent’anni e un autismo che la rende estranea al mondo in cui vive, tanto che sul luogo di lavoro tutta la pensano altezzosa e formale. Un giorno, durante delle interviste fatte da una psicologa per testare lo stato mentale dei dipendenti, i due scoprono che da diverse notti vivono lo stesso sogno: sono due cervi che si incontrano in una foresta innevata e li, finalmente, si sentono liberi di vivere ciò che nella realtà non riescono a fare. L’incredibile scoperta che li potrebbe fare avvicinare invece diviene un ostacolo tanto insormontabile da trasformare un sentimento meraviglioso in tragedia. Ma forse una speranza, che sia nel sogno o nella realtà, ancora esiste e Maria e Endre forse potranno amarsi davvero.

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Corpo e anima, vincitore dell’Orso d’Oro all’ultimo festival di Berlino, è un film semplicemente straordinario per la capacità di viaggiare leggero tra i generi cinematografici: tra il dramma sentimentale, la commedia e il film grottesco la storia di Ildikò Enyedi non solo è scritta benissimo e cucita addosso a due attori (e personaggi) come poche volte si vedono al cinema, ma è anche diretta con un tocco autoriale mai banale e capace di rendere leggere anche le situazioni più crude. Vero che ogni tanto la storia rischia di trasformarsi in parodia, ma l’abilità del regista sta proprio qui nel sapere tenere in mano la situazione e non permettere mai al film di perdersi. Arrivando così a firmare un gioiello raro.

The greatest showman

Devo cominciare a ricredermi sui musical: concettualmente non ne sono attratto (o forse soffro solamente da una sindrome da intemperanza da canzoncina Disney), poi però accade che quando ne vedo uno difficilmente rimango insoddisfatto.  Almeno negli ultimi tempi. E’ accaduto lo scorso anno con La La Land e si è ripetuto questo con The greatest Showman. Vero che i compositori, Justin Paul e Benji Pasek, sono gli stessi ma sapere replicare un successo mondiale a così breve distanza non è da tutti. Probabilmente (molto probabilmente) la storia romanzata di PT Barnum, re del circo e del divertimento dei primi anni del secolo scorso, non ripeterà lo stesso successo del precedente premio Oscar, ma la qualità rimane comunque alta. Soprattutto nel livello delle canzoni –qui potenzialmente vi sono almeno cinque successi da classifica – e nelle coreografie, che poi sono il cuore stesso di un musical.

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La storia è quella di Barnum che da umile figlio di un sarto diviene uno degli impresari più scaltri e potenti del Novecento. La scalata sociale dell’uomo passa attraverso una nuova forma di spettacolo con al centro del palcoscenico i fenomeni da baraccone – i freaks – capaci, sotto la luce dei riflettori di irradiare il pubblico con la loro vera bellezza. E’ il riscatto dell’emarginato e del reietto che, nell’ottusa società newyorkese dell’epoca, pone le basi per la rivoluzione sociale degli anni a venire. Ma le vicende di Barnum, i suoi trionfi, fallimenti e resurrezioni sono solamente il pretesto per mettere in scena uno spettacolo colorato in cui il trionfo dei buoni sentimenti ha la meglio su ogni altra cosa.

The greatest Showman è un film di ottima fattura principalmente perché gli ingredienti sono di altissima qualità: dai compositori appunto, al cast scelto tra i migliori attori-cantanti dello spettacolo. Hugh Jackman, prima di essere il corpo di adamantio di Wolverine, è stato un attore da musical e il palcoscenico de I miserbili lo calca con successo da anni. Poi ci sono le giovani generazioni che nei musical Disney si sono fatti le ossa: Zack Efron con High School Musical e Zendaya con A tutto ritmo. Insieme a loro una Michelle Williams, fresca nomination per Manchester by the sea, e Rebecca Ferguson (l’attrice de La ragazza del treno, non l’omonima cantante inglese) una delle promesse più luminose della nuova Hollywood.

La ruota delle meraviglie

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE di Woody Allen con Kate Winslet, Jim Belushi, Justin Timberlake, Juno Temple

La spiaggia affollata di Coney Island, il suo Parco di Divertimenti colorato dominato da una ruota panoramiche che gira senza sosta e un bagnino col sogno di diventare un giorno scrittore che ci introduce in questo spicchio di tempo. Comincia così La ruota delle meraviglie, ultimo film di Woody Allen e consueto appuntamento annuale con il genio newyorkese: un tuffo negli anni Cinquanta, un’era in cui la vita era fatta della stessa materia fragile dei sogni. Nel parco divertimenti di Coney Island si intrecciano le vite di Ginny, ex attrice tradita dalle sue stesse pulsioni amorose, il rozzo Humpty, vedovo che in Ginny ha ritrovato l’ancora alla quale aggrapparsi per non affogare dopo la morte della moglie, Carolina, figlia di Humpty che, dopo essere stata ripudiata dal padre per aver sposato un mafioso, torna a casa per chiedere la protezione del padre dal marito violento e Mickey, il bagnino poeta, narratore e catalizzatore dei cuori delle due donne. Tra questi, anarchico, si muove Richie, figlio del primo matrimonio di Ginny e appassionato piromane.

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“Che tu legga una tragedia greca, Stendhal, Tolstoj o Dickens, i rapporti d’amore sono sempre presenti – ha ammesso il regista Woody Allen –, perché per molti sono fonte di angoscia e conflitti. Comportano l’emergere di situazioni e di sentimenti complessi , profondi, intensi e che ci confondono. In particolare sono sempre stato incuriosito dai problemi delle donne. Nella mia carriera ho realizzato soprattutto commedie, ma ogni volta che ho cercato di fare un film drammatico quasi sempre ho parlato di donne in momenti difficili”.
E le due protagoniste della storia – Ginny e Carolina – di momenti difficili ne stanno passando parecchi: Ginny, insoddisfatta del rapporto con Humpty, cerca tra le braccia di Mickey quella giovinezza che le permetta di sognare ancora. Carolina, che avrebbe invece ancora tutta una vita da vivere, teme di dover pagare l’errore fatto in passato e di non aver più possibilità di sognare una nuova vita. Sarà l’incontro con Mickey ad aprirle (e chiuderle) definitivamente questa porta.
La ruota delle meraviglie è il film che non ti aspetti perché inizia come il più classico dei film di Woody Allen per divenire un dramma amaro e senza speranza alla Tennessee Williams o alla Eugene O’Neill in cui gli anni Cinquanta cessano di essere solamente quelli spensierati dei crooner melodici, per diventare lo specchio drammatico della disperazione di una generazione il cui sogno di riscatto finisce per essere effimero come il divertimento in un Luna Park.

L’amant double

In un modo o nell’altro il tema del doppio torna spesso nel cinema di Ozon. Pensiamo solamente ai più recenti Nella casa, Giovane e bella e Una nuova amica, l’essere uno ma anche altro piace al regista francese: il doppio come altro da sé e dal quale essere attratti e terrorizzati allo stesso tempo.fotob_12062.jpg

Chloè ha venticinque anni, è bella, sola e soffre di un mal di stomaco di origini psicosomatiche, dice lei. Frutto probabilmente di un rapporto mal vissuto con la madre, racconta la ragazza al professor Paul Meyer, lo psicologo al quale chiede aiuto. Ma seduta dopo seduta tra i due scoppia l’attrazione e poi l’amore. Così, mandando a monte ogni etica professionale, Meyer decide di andare a vivere con Chloè che nel frattempo pare guarita dalla terapia. Ma la convivenza con il dottore presto si rivela meno semplice del previsto perché l’uomo nasconde un segreto e neanche uno qualunque: esiste infatti un altro Meyer, gemello di Paul, Louis, che pare la versione in negativo del primo. Conosciuto Louis, Chloè decide di intraprendere una relazione anche con lui così da completare l’immagine dell’uomo che ama. Ma questa via nasconderà a sua volta insidie e misteri che faranno precipitare la ragazza in un vero e proprio incubo.

Francoise Ozon con L’amant double decide di giocare con il cinema mascherandosi di volta in volta da Cronenberg (Gemelli e Brood), Polanski (Rosmary’s Baby), De Palma (Sorelle) e immancabilmente Hitchcock (Vertigo e Marnie), ma rimanendo innegabilmente Ozon. Il film, tratto dal romanzo di Joyce Carol Oates Lives of the twins, è un raffinato esercizio di stile, abbastanza fine a se stesso, che deve aver divertito tantissimo il regista mentre lo realizzava. Dentro c’è tutto il suo cinema e il cinema che ama e ha amato. C’è commedia, c’è dramma, horror, eros e mistero. E dentro c’è la giovane attrice Marine Vacth, da lui scoperta in Giovane e Bella, e Jacqueline Bisset vero e proprio monumento alla bellezza francese. Purtroppo dentro L’amant double c’è troppo, tanto da sopprimere anche il buono che nel film c’è. E allora è forse questo che ci vuole dire il regista con il suo epilogo: dentro di noi ci sono tanti altri da noi che vorrebbero uscire, ma che spesso finiscono per essere cannibalizzati e spariscono, lasciando un senso di incompiuto ad aleggiare nell’aria.

Assassinio sull’Orient Express

Il romanzo originale di Agatha Christie venne scritto nel 1934 e dopo un enorme successo letterario fu portato al cinema nel 1974 da Sidney Lumet. Il film, pur non essendo una delle opere migliori del regista, grazie a un cast straordinario (Albert Finney nei panni di Poirot, Ingrid Bergman, Sean Connery, Lauren Baccal, Jacqueline Bisset, John Giegould, Michael York e Anthony Perkins) riuscì a vincere un Oscar con la Bergman, come miglior attrice non protagonista, e a ottenere ben cinque nomination.
La storia di Assassinio sull’Orient Express è quella del caso più anomalo al quale l’investigatore belga Poirot si trova suo malgrado a investigare: sul treno che da Istanbul porta a Calais, in Francia, viene ucciso un uomo con dodici pugnalate e i sospettati possono essere, per un motivo o per l’altro, tutti i componenti il vagone di prima classe dove si trova lo stesso investigatore. Un classico caso di omicidio nella stanza chiusa (benchè questa volta sia un vagone fermo su un ponte bloccato da una slavina) che però esplode nelle mani di Poirot diventando più un caso di coscienza, che un omicidio tra tanti.

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Una storia nota, un mistero noto, proprio come il romanzo della giallista inglese che Kenneth Branagh ha voluto rispolverare quarant’anni dopo la prima versione cinematografica, proprio come si fa con i classici a teatro: tutti conoscono la storia, quelli che cambiano sono gli interpreti e la voce che la racconta. E qui Branagh, per non essere da meno del precedente, assembla un cast di tutto rispetto, assicurandosi prima di tutto la parte di Poirot, poi chiamando sul vagone Johnny Depp, Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Judy Dench e la giovane Daisy Ridley dell’ultimo Star Wars. Come messa in scena preferisce quella classica e statica della rappresentazione teatrale, permettendo a ogni interprete il suo minutaggio e la sua dose di applausi. Nel mezzo un po’ di tecnologia (poca), qualche accelerazione nell’azione, giusto per risvegliare dal torpore lo spettatore e qualche bella ripresa morbida e aerea a giustificare l’uso dei 70 millimetri. Nel complesso Assassinio sull’Orient Express non aggiunge nulla né al romanzo né al cinema e finisce per essere un remake esteticamente elegante, ma abbastanza fine a se stesso. Un’operazione difficile da comprendere, anche commercialmente: poiché difficilmente apparirà accattivante alle giovani generazioni che Agatha Christie non l’hanno letta e quindi potrebbero essere sorpresi dall’eccentrico epilogo. E poco affascinante anche per gli amanti del giallo classico, perché Branagh (giustamente) preferisce puntare tutto sul tormento morale, più che sull’indagine vera e propria.