La cena

“L’animella di agnello è marinata in olio sardo insieme alla rucola” ha detto il maìtre, che nel frattempo era arrivato al piatto di Claire e indicava con il mignolo due minuscoli pezzi di carne. “I pomodori secchi vengono dalla Bulgaria”.42ca73b8-306c-4f41-a951-3ee00c331dea

Quel che risaltava di più nel piatto di Claire era un vuoto immenso. Certo, lo so che nei migliori ristoranti la qualità conta più della quantità, ma c’è vuoto e vuoto. Qui il vuoto, la parte di piatto completamente priva di cibo, rasentava il paradosso.

Herman Kock

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The Square

 Sembra contraddittorio ma non è mai semplice agire in modo coerente con i propri principi. Fa parte della natura umana convivere con questo conflitto interno e a risolverlo riescono in pochi. Ruben Östlund si era già posto la stessa domanda nel bellissimo film Forza Maggiore e oggi la riprende con più forza, ironia, perfidia e amarezza in questo altro bel film The Square.Christian è un giovane intraprendente direttore del museo di arte moderna di Stoccolma. La fondazione ha puntato tutto sul suo talento e Christian risponde organizzando una permanente di grande rottura artistica in cui il pezzo principale è rappresentato dall’opera The Square, un quadrato al centro del museo dove le regole spariscono e rimane soltanto la fiducia nel prossimo, “un santuario di fiducia e altruismo”. Una mattina, recandosi al lavoro, Christian viene rapinato abilmente da due ladri che, approfittando della sua fiducia, gli sottraggono portafoglio e cellulare. Sconcertato e forse anche divertito dall’accaduto, il nostro però decide di rientrare in possesso delle sue cose e grazie al geolocalizzatore del telefono riesce a scoprire che i ladri vivono in un grande caseggiato popolare della città. Non sapendo chi sia il reale colpevole della rapina, Chistian scrive una lettera ai tanti condomini del palazzo accusandoli del furto. Una bravata da spaccone, quasi, ma che da quel momento genererà una drammatica reazione a catena trasformando la retta vita del direttore in un caos totale.

The Square, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, è una crudele allegoria della società contemporanea – quella svedese in primo luogo, ma nessun paese sviluppato può dichiararsi realmente innocente – totalmente incapace di far convivere realtà diverse. Uno stato che si proclama sociale, pare dire Östlund, non può permettersi che il benessere finisca per diventare un privilegio di pochi. Eppure, il presente è questo e nessuno, malgrado i proclami di facciata, sembra in grado di fare nulla per frenare la deriva.

Ironico, surreale, metaforico, crudele e a tratti divertente The Square è un film meraviglioso per la capacità di fondere insieme tanti messaggi (quello sociale e politico, appunto, ma anche quello sul concetto odierno di arte) mantenendo una compattezza e un rigore cinematografico degni di un grande regista. Una grandezza che a tratti (la scena della performance artistica con il primate, su tutte) ricorda grandi artisti della storia del cinema, come Luis Bunūel o Federico Fellini.

Warner a Lucca Comics

Tre dei colpi che la Warner Bros. si teneva in serbo per l’annata 2017/18 li ha già esplosi. E anche in modo fragoroso: Dunkirk, Blade Runner 2049 e It hanno rappresentato tre successi mondiali tali da far stare tranquilla la casa di produzione e da mettere da parte risorse per il resto. Ma a Lucca Comics 2017 la Warner ha deciso di calare gli ultimi assi e presentare il resto della stagione.Il primo ad arrivare nelle sale a metà novembre sarà l’atteso kolossal Justice League, la squadra di supereroi capitanata da Batman e che vede Wonder Woman, Flash, Aquaman e Cyborg nel gruppo. A Lucca è stata presentata in anteprima una scena in cui si vedono i cinque agire come una vera e propria squadra per sopperire alla mancanza di Superman e per difendere la Terra da un cattivo potente come pochi. Spettacolare e fracassone come deve essere un film del genere, Justice League sembra mantenere le attese e soprattutto il marchio di fabbrica DC. Ma, come annunciato, il film sulla Lega dei supereroi è solamente il primo di una serie di film dedicati ai suoi componenti. Il prossimo infatti sarà Flash, poi Aquaman diretto da James Wan, infine sarà la volta della seconda avventura di Wonder Woman.

Altro titolo spettacolare molto atteso è Jumanji: benvenuti nella giungla. Dal trailer il seguito del film interpretato da Robin Williams nel 1995 appare fondamentalmente divertente e scanzonato ( la presenza di Jack Black è una benedizione), capace di fondere avventura, effetti speciali e cialtronaggine senza paura. Quattro studenti, ben diversi tra loro, in stile Breakfast Club finiscono in punizione e costretti a condividere lo spazio stretto di un magazzino della scuola. Per trascorrere il tempo rispolverano un vecchio videogioco e ne finiscono risucchiati e trasformati in personaggi ben diversi da quello che sono in realtà. Interessante.

Ancora avventura con un altro remake: Tomb Rider con Alicia Vikander nel ruolo di Lara Croft che fu già di Angelina Jolie. Spettacolo assicurato.

Convince poco il remake di un film che già nel 1990, malgrado un cast con Julia Roberts, Kiefer Sutherland e Kevin Bacon, non era parso granché: Flatliners-Linea Mortale. La storia è quella di un gruppo di medici che decide di sperimentare su di se la morte indotta per scoprire cosa ci attende nell’aldilà. A guidare il cast questa volta Ellen Page.

Nel listino Warner anche altri thriller-horror tra i quali The Nunny, una commedia politicamente scorretta come Due figli di … con Owen Wilson e Ed Helms alla ricerca del vero padre biologico e all’imbarazzante scoperta del passato quantomeno libertino della madre (Glenn Close).

Per i più piccoli – e non solo – Hotel Transylvania 3 ancora sulle avventure della famiglia Dracula. Il film, previsto per la prossima estate, è stato introdotto da un cortometraggio in cui Nonno Dracula cede alle richieste del nipotino e gli regala un gigantesco cucciolo di cane.

The long Road Home 

 Se è vero che un libro non si giudica dalla copertina, anche una serie non si può giudicare dai primi due episodi. Però, ci si può farne un’idea. The Long road home, tratto da un fatto realmente accaduto e dal libro scritto da Martha Raddatz, racconta di un plotone dell’esercito americano bloccato nel quartiere di Sadr City a Bagdad (uno dei più tranquilli della città, un quartiere dove da più di un anno non avvenivano sparatorie) nel 2004 in seguito a un attentato. La storia, adattata per lo schermo, è diventata così una mini serie di otto episodi che da metà novembre arriverà sul canale di Sky dedicato a National Geographic.


A Lucca Comics 2017 sono stati presentati i primi due episodi e la prima impressione è pessima: una storia che guarda al recente passato utilizzata per tracciare una strada di gloria per il futuro. La guerra in Iraq, come tutte le guerre, è stato un fallimento militare e umanitario e cercare di trovarne una lettura positiva è quantomeno disonesto. Il racconto gronda di retorica e di una propaganda neanche troppo strisciante, la società rappresentata sembra quella degli anni Cinquanta con gli uomini al fronte e le donne a trepidare a casa facendo il tombolo (davvero!), ma il peggio è l’assoluta banalità della narrazione. The long road home non aggiunge una virgola di novità non solo al racconto di guerra, ma neppure alla serialita televisiva. Se una cosa del genere l’avesse prodotta la Rai e l’avesse mandata in onda su Rai Uno ci sarebbe probabilmente stata un’interrogazione parlamentare per giustificare spesa dei soldi del canone. Invece, così possiamo solo rammaricarci che un cast di tutto rispetto – Michael Kelly di House of Cards e Jason Ritter di Parenthood, tra gli altri) venga sprecato in un prodotto artisticamente dozzinale.

Hayao Miyazaki never ending man

Hayao Miyazaki si è ufficialmente ritirato dall’attività nel 2013. Almeno così afferma. Ha chiuso lo storico Studio Ghibli dal quale ha prodotto un film più bello dell’altro dalla metà degli anni Ottanta in poi, e ha deciso di dedicarsi solo ad attendere la fine della propria vita. Almeno così afferma. 

“Vado a un funerale dopo l’altro e non capisco perché così tanta gente muoia prima di me, ammicca il regista nel documentario a lui dedicato Never Ending Man. Ma è un gioco al ribasso, si capisce immediatamente: Miyazaki non nessuna intenzione né di smettere di creare né di andarsene da questo mondo. È un modo come un altro per esorcizzare la morte, un modo come un altro per essere al centro dell’attenzione. E il documentario ne è la prova provata. Una cinepresa lo segue nei suoi gesti quotidiani ripetuti, registra le sue commiserevoli litanie, ma lo sguardo tradisce le parole: uno sguardo vivo più che mai che ha voglia di scoprire e sperimentare ancora. Altroché. C’è un progetto che è rimasto incompiuto, Boro il Bruco s’intitola. È una storia che è dentro Miyazaki e aspetta solo di essere raccontata. Ma non è in grado di disegnarla, troppo complessi i movimenti del bruco, troppo grande la storia di un essere piccolo piccolo. Almeno così afferma. Allora, in suo aiuto arriva la tecnologia della CGI, ovvero le immagini programmate al computer, con la quale vengono realizzati tutti i cartoon oggi. I film di Miyazaki sono tutti fatti a mano, passare alla CGI sarebbe una rivoluzione. Una bella contraddizione per uno che ha deciso che il suo tempo è finito e che ora bisogna attendere solamente i titoli di coda.

Never ending Man è un documentario bellissimo che ti porta dentro i pensieri di uno dei più grandi creatori di immagini del secolo scorso. Hayao Miyazaki dialoga con la telecamera che lo segue e con se stesso raccontando più di quanto non gli si chieda: un uomo unico che può sopravvivere solo a se stesso e che nessuna macchina, nessuna tecnologia sarà mai in grado di sostituirlo. Almeno così afferma.

Star Trek Discovery: Lucca Comics 2017

 Sono più di 800 le ore di Star Trek girate per il cinema e la televisione e se uno si volesse mettere alla pari con tutta la produzione che dal 1966 ha affascinato generazione dopo generazione ci impiegherebbe più di un mese. Ininterrotto. Netflix doveva aver ben presente la situazione quando ha deciso di produrre la sesta serie delle avventure galattiche: un passato ingombrante alle spalle e una frotta di fan pronti a amare (o odiare) le nuove avventure. Star Trek Discovery è ambientata dieci anni prima della serie originale degli anni Sessanta e in questa prima serie l’equipaggio della Discovery intraprende una pericolosa missione per tentare di porre fine alla guerra in atto tra la Federazione dei pianeti e l’Impero Klingon.A Lucca Comics 2017 sono arrivati in quattro dalla navicella Discovery: Sonequa Martin Green. (già apprezzata in The Walking Dead, che interpreta l’ufficiale Michael Burnham), Jason Isaac (Saru), Shazad Latif (Ash Tyler) e Aaron Harberts, uno dei produttori.


“E’ vero che sono tante le ore di girato che ci hanno preceduti – ammette proprio quest’ultimo alla conferenza stampa – ma noi come scrittori abbiamo quello che rimane come filo comune che è lo spirito di Star Trek: idealismo pace e felicità. Ogni serie del passato è stata caratterizzata dal fatto che trattava temi sociali attuali, così ci siamo concentrati sul nuovo che sarebbe arrivato.

“È vero. – aggiunge Jason Isaac – il messaggio di Star Trek è che non ci sono barriere. La serie insiste affinché le persone stiano insieme, razze e nazionalità differenti, e parla di scoperta e di come si possano superare i confini, ed è bello che si riesca ad ottenerlo. Spero che anche gli spettatori italiani capiscano e apprezzino il messaggio.

Le nuove avventure sono però anche un racconto di guerra.

“Volevamo fare vedere i due lati fronti differenti dei combattenti – aggiunge il produttore Harberts – I Klingon sono una parte importante della storia. Temono perdere le loro origini, così siamo stati molto attenti a tutto quello che riguarda quella cultura e il linguaggio in particolare. Gli attori che recitano in klingoniano parlano una lingua con dei codici precisi, tanto che esiste un esperto che controlla anche la correttezza dell’uso della lingua”.

Uno dei personaggi più interessanti è senza dubbio quello interpretato da Sonequa Martin Green: “A me piace entrare nel personaggio – ha raccontato – e come lei ho dei saldi principi, che mi piace mantenere anche nella realtà. Sono molto fortunata a poter interpretare due personaggi femminili importanti, sia qui che in The Walking Dead. Due donne simili perché forti, due donne che hanno un grande potere ma sono anche vulnerabili. Non bisogna aver paura ad apparire vulnerabili. In genere penso sia un privilegio dare voce a un ruolo femminile e che questi siano sempre più importanti e complessi. E per questo devo ringraziare Aaron lo sceneggiatore”.

Tutti i personaggi hanno lati positivi e negativi, anche quelli che sembrano più granitici di altri, come Ash Tyler: ” Io non giudico il mio personaggio – ha ammesso l’attore Shazad Latif – Credo che ognuno quando si alza la mattina pensi di essere una buona persona, poi quello che fa è diverso. E così anche i personaggi di una serie. Una delle cose più belle di questa serie è che riflette i nostri tempi complessi, così i nostri personaggi fanno anche cose di cui poi magari si pentono. Ma le contraddizioni sono anche la bellezza della storia, e la serie ci permette di sviluppare tutte queste contraddizioni interne”.

Dopo l’entusiasmo per il buon riscontro della serie, arriva il timore di venire risucchiati da un successo cannibale. “Ci vuole un po’ di tempo per capire dove ci siamo immersi – racconta Jason Isaac – Io ho partecipato ad altre serie successo e ho visto attori diventare celebri in breve. Quello che ci salva è che le nostre vite rimangan normali, grazie anche a Sonequa che ci invita a cena e ci riporta sempre con i piedi per terra facendoci sentire come fossimo una sola famiglia”.

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Strangers Things 2 – Lucca 2017

Natalia Dyer, Charlie Heaton, Joe Keery e Linnea Berthelsen sono quattro giovani attori, anche se in realtà sono qualcosa di più. Infatti, sono le star di Stranger Things, una delle serie Netflix più fortunate e giunta in questi giorni alla sua seconda stagione.Stranger Things è una serie che mescola avventura, paranormale e una spruzzata di horror in salsa anni Ottanta: una ricetta che funziona bene e che in tante occasioni (da Super 8 fino al recente It, passando attraverso I guardiani della Galassia) ha dato ottimi risultati. In questo caso straordinari, perché inaspettati. Almeno nelle dimensioni.

“E’ vero – ha ammesso Joe Keery che, insieme agli altri tra attori, abbiamo incontrato in occasione di Lucca Comics 2017 -, il successo è arrivato inaspettatamente. Ho notato che era aumentata la fama quando mi hanno riconosciuto in Spagna e mi sono stupito. Il successo della serie credo dipenda dal fatto che coinvolge diverse generazioni, quella degli anni Ottanta e quelle più giovani, e che entrambe riescano a ritrovare qualcosa di loro nei vari personaggi interpretati. Per farci entrare meglio nella parte i fratelli Duffer, ideatori della serie, ci hanno mostrato film come I Goonies e Indiana Jones e fatto prendere dimestichezza con degli oggetti dell’epoca. A me per esempio hanno dato una reflex per scattare delle fotografie e regolarmente dimenticavo di inserire il rullino…


La serie è arrivata al suo secondo capitolo e i personaggi naturalmente sono cambiati. “Il mio personaggio si è evoluto molto nelle due stagioni – afferma Natalia Dyer – mi spiace solo abbia poche amiche e io sono molto diversa da lei”. Anche Linnea Berthelsen, nuova arrivata della seconda stagione, ha fatto fatica ad apprezzare il suo personaggio “E’ stato faticoso a farselo piacere – ha ammesso – ma ora amo la sua determinazione e non mi piace soltanto che faccia fatica a rapportarsi con gli altri” . 


Chi invece è evoluto maggiormente è il personaggio interpretato da Charlie Heaton, dei quattro quello sicuramente più a suo agio di fronte alle domande incrociate: “Nella prima stagione era concentrato su se stesso – racconta nella conferenza stampa – Mi piace invece che impari, anche grazie alla relazione con Nancy, e arrivi a capire gli altri. Sicuramente il personaggio di Steve evolve: nella prima serie fa cattive azioni, ma non capisce quanto siano meschine perché è egocentrico. Nella seconda, a seguito della rottura con Nancy e del trauma vissuto nella prima serie il personaggio cresce e prende una direzione diversa: da ragazzino egoista diventa più maturo e altruista. Diventa più uomo”