Adrien Brody

Elegante, gentile e disponibile Adrien Brody è proprio come te lo aspetti. Locarno 70 gli tributa il premio alla carriera e lui risponde concedendosi al pubblico per una chiacchierata.”Ho iniziato a recitare A 12 anni per un film della tv e avevo il ruolo di protagonista di un bambino affidato a una nuova famiglia – racconta il premio Oscar per Il pianista – Scoprii allora che doveva acquisire il personaggio per farlo mio da subito. Quel film mi ha educato a conoscere le persone a ricoprire ruoli sempre diversi. Scelgo un ruolo perché attirato dalle persone”

Brody è stato un soldato, un ventriloquo, un serial killer ma per l’immaginario comune è il. Pianista del film di Roman Polanski.

” Quello de Il pianista è stato un ruolo fantastico e una grossa sfida. Oltre che un’opportunità davvero unica. Sentivo la grande responsabilità professionale per ciò che dovevo fare nel film, Era un sopravvissuto, la memoria di un’epoca e dovevo rendere tutto senza sentimentalismo. Avevo 26 anni all’epoca e non avevo ancora colto la prospettiva di quel periodo, che ho capito solo alla fine del film. Erano tante responsabilità anche dal punto di vista fisico per fare arrivare a rappresentare la fame. Ho dovuto fare una dieta fortissima per arrivare a rappresentare la disperazione, facendomi capire cose che altrimenti non avrei mai capito: l’orrore, la disperazione di un’epoca che un giovane privilegiato cresciuto a NY non avrebbe potuto capire altrimenti”. 

E ancora: “Così come duro e difficile è stato dover imparare a suonare il pianoforte, io che non sapevo neppure leggere la musica. E la musica mi ha permesso di capire anche meglio la disperazione della situazione. Passavo giorni in albergo da solo col pianoforte immergendomi nel personaggio. Il dolore emotivo il peso di queste cose sono state la parte più difficile. La maggior parte dei film oggi, specialmente quelli indipendenti, hanno budget ridotti e cerchi di raccogliere nel minor tempo possibile tutto quello che devi fare. Sul set de Il pianista c’era tempo, abbiamo lavorato sei giorni a settimana per sei mesi. La responsabilità di essere sul set tutto quel tempo e la pressione di portare sulle spalle gran parte del film mi ha dato quella forza che ancora oggi sfrutto”.

Un ruolo importante, assoluto che avrebbe potuto essere definitivo, se Brody non fosse stato in grado di inventarsi altri spazi.

” Dopo il pianista sono stato percepito solo come un attore drammatico, invece nelle mie corde c’è anche il lato divertente che difficilmente riuscivo a mettere in mostra. L’unico che è riuscito a vedere questo lato è stato Wes Anderson che in Grand Hotel Budapest mi ha dato un ruolo molto sottile, pieno di comicità, un vero privilegio”.

Artista a tutto tondo, Brody negli ultimi due anni si è preso una pausa dal cinema per dedicarsi alla pittura.

“Dipingere è meraviglioso. Da giovane non sono stato ammesso all’accademia d’arte, così andai al corso di teatro. La pittura l’ho riscoperta oggi ed è un altro linguaggio per tramettere la mia percezione del mondo. Mi piacerebbe provare anche la regia, perché conosco bene come si sentono gli attori e saprei come dirigerli. Non penso di essere peggio di tanti altri registi. Magari la prossima volta torno a Locarno con un mio film per essere stroncato e tornare a fare l’attore. Ma per la regia c’è ancora tempo”.

Lucky

La vita è fatta di istanti, quelli che Montale chiamava “miracoli”: attimi in cui la verità dell’esistenza viene rivelata e con essa anche il senso nascosto dell’esistenza. E un istante cambia la vita a Lucky, vitale novantenne che vive solitario in una cittadina ai margini del deserto americano. La giornata di Lucky comincia con una sigaretta accesa appena messi i piedi giù dal letto e continua con altri gesti rituali: un po’ di ginnastica, un bicchiere di latte, il caffè al solito bar e il percorso a piedi tra l’emporio e il bar dove filosofeggia con gli amici. Poi, il pomeriggio a casa a fare parole crociate, parlare al telefono con un amico immaginario e a guardare quiz televisivi. E così a ricominciare. Finché un giorno Lucky ha un giramento di testa e cade a terra in casa. Gli esami medici dicono che tutto va bene, che è sorprendente abbia dei valori di questo tipo e che la caduta non si spiega. Dal punto di vista medico, almeno. La caduta è il ‘miracolo’ di Lucky che da quel momento prenderà coscienza della caducità della vita e che la sua presenza sulla terra non sarà per sempre. 

Lucky, film d’esordio di John Carroll Lynch (buon attore con più di cento film alle spalle, come Fargo, per citarne uno) è un omaggio a un personaggio meraviglioso, unico e veramente immortale come Harry Dean Stanton (Paris, Texas): Lucky è Harry Dean Stanton e Harry Dean Stanton è Lucky. Non esisterebbe l’uno se non ci fosse l’altro. Il film è stato scritto pensando soltanto a lui e altrimenti non avrebbe senso. La storia vera e quella narrata (Harry come Lucky ha fatto il militare in marina, ha combattuto nelle Filippine ed è appassionato di musica mariachi, oltre che fumatore indomito) s’incrociano andando a scrivere un unico grande racconto poetico di vita e morte in cui tutto si confonde, fino a ridursi all’essenza del genere umano: un essere fragile e impaurito innamorato della vita e mai veramente pronto a morire. 

Winter Brothers

È l’opera prima dell’islandese Hlynur Pálmason ad aprire la corsa al Pardo d’Oro della 70esima edizione del festival di Locarno. Ma Winter Brothers è qualcosa di più di un semplice film d’esordio perché il regista decide di spiazzare lo spettatore mescolando tempi e punti di vista narrativi, di sovrapporre la realtà al delirio e di rappresentare una drammatica storia scevra d’amore con qualche nota di humor nero. Insomma, il poco più che trentenne Pálmason azzarda un all in che lascia ben sperare per il futuro.Emil lavora col fratello maggiore Joahn in una fabbrica di calcare sperduta nel freddo danese: spaccano pietre in cunicoli bui per gettarle tra i denti d’acciaio di un rotore gigante. Ogni giorno, per tutto il giorno. Alla fine della giornata i due tornano nelle loro case di cantiere il primo a distillare un beverone prodotto con delle sostanze chimiche rubate in fabbrica, il secondo tra le braccia della sua ragazza. Dei due è Emil il più disadattato: solitario e introverso coltiva il sogno semplice di avere “amore e sesso, come tutti”, dice; invece si troverà odiato e licenziato dal posto di lavoro perché il suo distillato ha causato la morte di un suo compagno. Come reagirà alla cosa?

Winter Brothers non è un film facile, sia per l’assenza di colonna sonora musicale (anche se il sonoro tutto fatto di rumori industriali e naturali è una delle cose più affascinanti del film), sia per la manifesta volontà di essere anti consolatorio. Per il suo esordio Palmason sceglie la sua faccia più sgradevole e ruvida decidendo di riempirci di dubbi e non fornendo risposte. Il finale aperto e la mancanza di linearità della narrazione ci lasciano così sospesi tra i ghiacci, il freddo, lo squallore e la solitudine totale di un mondo in cui anche due fratelli, per riuscire ad avere un contatto umano tra loro, devono finire a picchiarsi a morte.

Demain et tous les autres jours 

Le storie d’amore sono infinite. Noemie Lvovsky, regista e attrice del film, sceglie di raccontare quella di Mathilde, nove anni, genitori separati e una mamma ai bordi della follia. E la a storia d’amore è quella della figlia per la madre. Mathilde non ha amici a scuola, spesso si trova a trascorrere i pomeriggi sola in casa aspettando la madre che, persa nel suo mondo di pensieri e rimpianti, vaga per la città. La sera chiacchiera col padre via Skype e bada a se stessa come un’adulta. Un giorno, però, la madre in uno sprazzo di lucidità decide di regalarle una civetta per tenerle compagnia: l’animale si scoprirà essere una specie di grillo parlante che aiuterà Mathilde a crescere e sostenere la madre per non farla perdere nella pazzia.
Domani e tutti gli altri giorni è una bella favola moderna, tenera e poetica, capace di raccontare i sentimenti, le paure e le speranze che una bambina inevitabilmente si trova a vivere. “Abbiamo voluto realizzare una scrittura a livello di bambino – racconta la regista Lvovsky – e raccontare il mondo che, per un bambino, può essere meraviglioso e pericoloso allo stesso tempo”. E il film è effettivamente tutto ad altezza bimbo: dal tempo che scorre in modo diverso di quando si è adulti, alle cose della vita che sembrano sempre troppo più belle o terrificanti di quanto non siano in realtà. Anche se chi può dire quale sia il vero volto della realtà?

Domani e tutti gli altri giorni, tenero, sincero e umano, poggia per la gran parte sulle piccole spalle di Luce Rodriguez, nove anni di talento, scelta dalla regista tra quattrocento altre pretendenti, capace di essere credibile sia quando parla col padre (un Mathieu Amalric dal basso profilo), con lo scheletro delle lezioni di anatomia a scuola o con la civetta. 

La scuola cattolica

Arbus mi aveva insegnato a non fidarmi: non è molto, come insegnamento, ma almeno è chiaro. Certo non suscita entusiasmo: sarebbe preferibile ricevere un ammaestramento che dica “Questo è” invece che “Questo può non essere”, “Non è come credi”.E le prime persone di cui è meglio non fidarsi, secondo Arbus, sono proprio i maestri, le autorità, gli adulti, gli insegnanti, quelli che dovrebbero sapere. Quelli che dovrebbero sapere, non sanno: credono di sapere quello che non sanno, non sanno di non sapere, dunque presumono. La loro autorità è basata sul nulla. Su questo punto Arbus era categorico: non l’ho mai visto prendere per buona un’affermazione, sia che fosse scritta su un libro, sia detta da un professore, né tantomeno le storie che circolavano tra noi studenti in forme così leggendarie che sarebbe stato giusto dubitarne in via di principio. Il bello è che Arbus non aveva nulla da contrapporre alle verità dei nostri maestri, anzi, prima prima ancora che non fidarci di loro, diceva, noi avremmo fatto bene a non fidarci di noi stessi.  

Edoardo Albinati

District Zero

Zaatari è il secondo campo profughi più grande al mondo. Si trova in Giordania e raccoglie oltre 90 mila rifugiati siriani, la maggior parte donne e bambini. Maamun è uno di questi. Con il figlio è fuggito dal suo paese e ora nel campo gestisce un negozio di telefonini: li ripara, ricarica batterie e tiene in vita gli unici collegamenti che gli altri rifugiati hanno ancora con la Siria. Nel campo profughi sono in molti a frequentare il suo negozio e grazie alle loro schede di memoria scopriamo com’era la loro vita in Siria un tempo: felicità, routine, vita familiare, ma anche guerra, distruzione, conflitti e terrore. Quando Maamun decide di acquistare una stampante per le fotografie contenute nelle memorie dei telefoni ecco che i rifugiati potranno riportare in vita e toccare fisicamente i loro momenti felici.
Distric Zero girato a Zaatari nel marzo del 2015 dalla coppia di documentaristi Pablo Iraburu e Jorge Fernandez Mayoral, evoca l’idea delle vite dei profughi ferme a un “punto zero” a causa della guerra: vite in sospeso tra un presente consapevole della sua precarietà e un futuro opaco. Così, la serenità è rappresentata dal passato i cui ricordi rimangono l’unica boa per la sopravvivenza.
Il lavoro di Iraburu e Mayoral è un docu film sincero, accorato e a tratti emozionate. Forse un po’ troppo didascalico nella costruzione della storia, District Zero ha però nella capacità di composizione dell’immagina la sua forza prima che, accompagnata dalla partecipazione emotiva per la sorte dei rifugiati siriani, ne fanno una testimonianza fondamentale e imperdibile.

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District Zero è stato prodotto nella cornice della campagna You Save Lives, lanciata da Oxfam e Commissione Europea per dare un volto e rendere visibili i 59,5 milioni di rifugiati e sfollati presenti oggi nel mondo, a partire dalle tre peggiori crisi del momento: in Siria, dove da quando la guerra civile è iniziata oltre 4 anni fa, si contano 11,4 milioni di profughi, vale a dire metà della popolazione del paese; in Sud Sudan, uno dei paesi più poveri del mondo, dove in poco più di un anno di conflitto, siamo già a 2 milioni; e in Repubblica Centrafricana dove la guerra ne ha provocati 860.000, con metà della popolazione, 2,7 milioni di persone, dipendente dagli aiuti alimentari, ed tasso di malnutrizione nei bambini sotto 5 anni pari al 40%, uno dei più alti al Mondo.
La campagna è sostenuta da una piattaforma digitale che raccoglie le storie e le testimonianze di chi ha dovuto partire dalla propria terra alla disperata ricerca di un rifugio: donne, uomini, vecchi e bambini costretti a salvarsi la vita nella disperazione della fuga, privi di ripari, coperte, vestiti, cibo e acqua, come di sicurezza e protezione, di lavoro, istruzione e denaro per sopravvivere.